Autolesionismo

 

 

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L’autolesionismo è definito come un comportamento volto a procurare danni alla propria persona, indipendentemente dalla presenza o meno di intenti suicidari.

Nuove interpretazioni di questo termine invece propongono una diversa accezione, distinguendo l’autolesionismo non suicidario (ANS) dal tentativo di suicidio (TS). Gli atti autolesionistici possono includere tagli della cute, graffi, bruciature autoinflitte, come anche strapparsi i capelli o ingerire veleni o oggetti. Il tipo di lesione più frequente sono i tagli della cute, che possono essere superficiali o sufficientemente profondi da richiedere l’impiego di punti di sutura.

Per ora la definizione più utilizzata per descrivere l’autolesionismo è quella di “azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente”. Questo disturbo del comportamento colpisce per lo più gli adolescenti, a partire dai 13 anni, e in prevalenza ragazze; tra i maschi invece è più frequente nella popolazione carceraria. L’autolesionismo inoltre sembra riguardare soprattutto famiglie socioeconomiche medio-alte.

Il comportamento autolesivo stenta a uscire dalle mura domestiche, spesso i familiari provano vergogna quando scoprono che il figlio/a si autoinfligge ferite sul corpo oppure si spegne la sigaretta sulla pelle. C’è il timore di essere considerati una famiglia di “pazzi” ed è da questo che nasce il problema dello stigma ed è così che si ritarda anche l’intervento di uno specialista.

Inoltre i ragazzi preferiscono ferirsi di nascosto, soltanto alcuni ostentano le cicatrici come trofei, ma nella maggior parte dei casi occultano i segni delle ferite vivendo un rapporto “intimo” con il proprio corpo.

Le stime di questo fenomeno variano molto, poiché nella maggior parte dei casi gli atti di ANS non comportano la necessità di un ricovero per le ferite autoinflitte. A questo proposito è stato calcolato che solo un adolescente su 8 subisce un ricovero in ospedale a seguito di atti di ANS. Solitamente quando si arriva al ricovero l’atto autolesionista consiste nell’auto-avvelenamento, pertanto, tenendo presente che l’atto autolesionista più comune è il tagliarsi la cute, è ragionevole ipotizzare una marcata sottostima della prevalenza di ANS tra gli adolescenti.

Nonostante le difficoltà precedentemente descritte nel valutare accuratamente le dimensioni del problema, si calcola che circa il 10% degli adolescenti abbia sperimentato almeno un atto di autolesionismo, talvolta in associazione con intenti suicidari. Diversi studi mostrano inoltre che l’ANS in età adolescenziale è più frequente tra le femmine che tra i maschi. La fascia di età particolarmente a rischio per le femmine è dai 12 ai 15 anni: in questo range di età il rapporto di ANS tra femmine e maschi è di circa 5:1. I dati relativi ad eventi di ANS nelle femmine con età inferiore ai 12 anni sono scarsissimi. Successivamente, dai 15 anni in poi, il rapporto di ANS tra femmine e maschi si riduce progressivamente, e si assiste ad un graduale incremento della frequenza nei maschi e decremento nelle femmine.

Non sono ancora noti i motivi per cui la frequenza di ANS aumenti o si riduca in alcune fasce d’età specifiche per maschi e femmine, tuttavia si ipotizza che il livello di sviluppo puberale svolga un ruolo fondamentale nella comparsa di disturbi della sfera emotivo-affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio. L’auto-avvelenamento è più frequentemente associato ad intenti suicidari rispetto alle lesioni inferte sulla cute.

Gli adolescenti affetti da ANS che non sono stati ricoverati riferiscono inoltre di mettere in atto questo tipo di comportamento per autopunirsi e per trovare sollievo quando sono sottoposti ad una forte tensione emotiva, al contrario gli adolescenti sottoposti a ricovero riferiscono che gli atti di autolesionismo hanno lo scopo di mettere fine alla propria vita, sfuggire ad una situazione di stress intollerabile o dimostrare ad altri quanto è profondo il proprio disagio. La reiterazione di atti di ANS negli adolescenti è molto comune, sia in concomitanza di particolari eventi stressanti, sia come routinaria strategia di coping. Uno studio condotto su 2410 adolescenti ha infatti rilevato che il 55% delle femmine ed il 53% dei maschi ha sperimentato eventi multipli di autolesionismo, mentre un altro studio, condotto in Inghilterra in un ospedale generale su un campione di 1583 adolescenti ricoverati per un atto di ANS, ha evidenziato che nel 15% dei casi l’episodio autolesionistico si ripete a meno di un anno dal ricovero. La ripetizione dell’atto autolesionistico è più frequente tra coloro che si tagliano rispetto a coloro che si avvelenano.

Nell’autolesionismo la modalità più comune è quella dei cutter che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette.

Alcuni cominciano ad auto ferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che a volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore. Inoltre fanno spesso da cornice al disturbo: solitudine, senso di vuoto, senso di colpa e di impotenza. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. E’ come se fosse una dipendenza.

Altri invece vivono una sensazione di estraneità fatta di alienazione dal proprio corpo: il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali, hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

L’autolesionismo può essere impulsivo, compulsivo, stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento che col passare del tempo può diventare una vera dipendenza; nel secondo caso domina il rito, ossia i comportamenti sono ripetuti e anche più volte al giorno perché il pensiero di ferirsi diventa un’ossessione.

In ogni caso, psicoterapia e farmaci sono gli approcci disponibili. In tutti i casi è comunque fondamentale intervenire con una psicoterapia nel contesto familiare, soprattutto ed unicamente se si riesce ad identificare il disturbo per tempo. Occorre evitare che la paura dello stigma impedisca alle famiglie di rivolgersi ad uno specialista e questo lo si può fare incrementando campagne di informazione e sensibilizzazione sull’argomento.

Ossessione e compulsione


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Secondo la classificazione del DSM-IV TR, il disturbo ossessivo compulsivo (conosciuto anche come DOC o OCD in inglese), è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.

È un disturbo che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta, anche se l’incidenza massima la si ha tra i 15 e i 25 anni. Colpisce circa il 2-2,5% della popolazione generale: significa che su 100 neonati, 2 o 3 svilupperanno nell’arco della propria vita il disturbo. In Italia, sono circa 800.000 le persone colpite da DOC.

È un disturbo che si cronicizza, anche se con fasi altalenanti di miglioramento e di peggioramento, ma a volte si aggrava fino a compromettere il funzionamento in diverse aree di vita. Raramente è episodico e seguito da una remissione completa dei sintomi.

Il soggetto si sente spesso obbligato ad agire o pensare nel modo sintomatico e per questo cerca di contrapporsi e di resistere. Nonostante cerchi di contrastare e nascondere le sue azioni o i suoi pensieri, questo sforzo non lo aiuta affatto a modificare il proprio comportamento.

Il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che innescano ansia e “obbligano” la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali. Talvolta vengono dette anche erroneamente manie o fissazioni. Almeno l’80% dei pazienti ossessivi ha ossessioni e compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.

Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ripetitivi, percepiti come incontrollabili da chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e solitamente giudicate come infondate o eccessive. Coloro che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo possono temere oltremodo lo sporco, i germi e/o le sostanze disgustose; possono essere terrorizzati di procurare inavvertitamente danni a sé o ad altri (di qualunque natura: di salute, economici, emotivi, ecc.), di poter perdere il controllo dei propri impulsi diventando aggressivi, perversi, autolesivi, ecc.; Possono avere dubbi persistenti rispetto al sentimento che nutrono verso il partner o rispetto al proprio orientamento sessuale, anche se solitamente riconoscono che tutto ciò non è giustificato. Le ossessioni del disturbo ossessivo-compulsivo attivano emozioni sgradevoli e molto intense, quali paura, disgusto, colpa, con il conseguente bisogno di fare il possibile per rassicurarsi e gestire il proprio disagio.

Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo, dette anche cerimoniali o rituali, sono comportamenti ripetitivi (come controllare, lavare/lavarsi, ordinare, ecc.) o azioni mentali (pregare, ripetere formule, contare) finalizzati a contenere il disagio emotivo provocato dai pensieri e dagli impulsi che caratterizzano le ossessioni sopra descritte. Le compulsioni diventano facilmente rigide regole di comportamento e sono decisamente eccessive, talvolta bizzarre agli occhi degli osservatori.

Spesso nell’ossessivo compulsivo c’è un diretto legame tra la pulizia fisica e la pulizia morale dovuta ad una sensazione interna di sporco definito “effetto Lady Macbeth”; chiamato così in riferimento alla famosa tragedia di Shakespeare, in cui Lady Macbeth è complice dell’omicidio di Re Duncan di Scozia  e cerca disperatamente di lavare la macchia di sangue immaginaria che rappresenta i suoi sensi di colpa.

Prendendo come esempio un film conosciuto “The Aviator” voglio introdurvi una scena evocativa dove troviamo un Howard Hughes di nove anni, nudo, che viene lavato accuratamente dalla madre con un sapone nero, mentre lo mette in guardia dalle conseguenze del colera e del tifo, che nel 1913 avevano colpito la loro cittadina, Houston. Questa giovane donna, probabilmente anch’essa con disturbo ossessivo compulsivo, lascerà un segno indelebile nel figlio, che si ritroverà, adulto, nuovamente nudo a combattere con le ossessioni che sono entrate nella sua pelle come la schiuma di quel sapone da cui non saprà mai separarsi. “Tu non sei al sicuro mai” è una frase materna che ritornerà spesso nella mente di Hughes.

Howard ha un disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione, una paura patologica dello sporco e dei germi. Viene detta anche misofobia, rupofobia o germofobia.

L’alimentazione nella prima infanzia

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L’alimentazione è un momento molto importante della vita dei bambini poichè rappresenta uno scambio interattivo con il genitore che è alla base della relazionalità emergente (Stern, 1985): il pasto costituisce una situazione giornaliera che deve essere negoziata e che consente al bambino di esercitare la sua autonomia crescente (Stein, Woolley, & McPherson, 1999). Durante l’allattamento, in particolare, i due partner creano un ritmo condiviso: quando il bambino è attivo e succhia, la madre riduce la sua interazione, osserva e sostiene la suzione del figlio; quando invece il bambino ha una pausa nella suzione, allora la madre diventa più attiva, parla, lo accarezza, gli sorride (Kaye, 1982). Questa alternanza dei turni (turn taking) rappresenta la prima forma di dialogo che influenzerà successivamente i ritmi del dialogo verbale e dell’interazione sociale. I ritmi psicologici nell’alimentazione cambiano nel corso del tempo, in particolare contestualmente all’avvio dello svezzamento che richiede una nuova capacità di negoziazione fra la madre e il bambino: quest’ultimo ha raggiunto nuove capacità motorie e cognitive che lo rendono molto più attivo e capace di prendere iniziative; nel pasto, questo può dare luogo a comportamenti quali sputare il cibo, tenerlo in bocca, o serrare le labbra.

La capacità della madre di negoziare tra le spinte evolutive del bambino e i suoi stati mentali interni permette il riconoscimento dei segnali e dei bisogni del figlio e la loro accettazione: l’esperienza di negoziazione e di risoluzione del conflitto è importante in una età (12-18 mesi) in cui le risposte sociali, ostili ed aggressive iniziano ad emergere (Stein et al., 1999). Lo svezzamento inoltre è un momento molto delicato perchè, a partire dalla seconda metà del primo anno di vita, il passaggio dalla dieta esclusiva a base di latte, che non è più sufficiente, alla ingestione di nuove ed eterogenee sostanze alimentari della tipica dieta degli onnivori, potrebbe essere “rischioso”: molti nuovi cibi potrebbero non essere immediatamente accettati. Questi effetti sembrano essere mediati da precedenti modalità alimentari: bambini alimentati al seno sembrano accettare più prontamente nuovi cibi rispetto a bambini alimentati con latte in formula (Sullivan & Birch, 1994).

Chatoor (2008) descrive il processo di regolazione autonoma interna dell’alimentazione che caratterizza i primi tre anni di vita e che consente al bambino di acquisire progressivamente una maggiore consapevolezza dei suoi segnali interni di fame e di sazietà e di comunicarli al caregiver in maniera sempre più efficace. Tale processo si snoda attraverso tre fasi: la prima è caratterizzata dal raggiungimento dell’omeostasi, tra i due e i quattro mesi, in cui il compito evolutivo consiste nel raggiungere e mantenere uno stato di calma vigile necessario per alimentarsi in maniera efficace; difficoltà in questa fase si presentano quando il bambino o è troppo assonnato o è troppo irritabile e il genitore non riesce ad adattare le sue risposte in maniera appropriata. La seconda fase, dopo i quattro mesi, è caratterizzata dal raggiungimento della reciprocità diadica, per cui le interazioni bambino-caregiver si fanno più ricche e complesse, il bambino inizia a comunicare con maggiore intenzionalità e chiarezza la fame e la sazietà attraverso vocalizzi, segnali del corpo, e gli scambi alimentari diventano un processo mutualmente regolato. Infine la terza fase, tra i sei mesi e i tre anni, segna la progressiva acquisizione della regolazione autonoma dell’alimentazione che si accompagna ai processi di separazione e individuazione dalle figure di attaccamento: il bambino acquisisce la consapevolezza dei segnali fisiologici della fame e della sazietà distinguendoli dagli stati emotivi.

Le preferenze alimentari dei bambini derivano dalla quantità e dalla qualità di cibo cui il bambino è esposto: accetterà alcuni cibi e ne rifiuterà altri sulla base delle esperienze alimentari precoci. Le conseguenze fisiologiche, positive o negative, associate con l’esperienza alimentare hanno una forte influenza sulle preferenze alimentari: un malessere successivo all’ingestione di un nuovo cibo costituirà una possibile avversione condizionata per quel cibo mentre un senso piacevole di sazietà sarà un rinforzo positivo appreso (Birch, 1999). In questo pocesso di apprendimento, le pratiche alimentari genitoriali giocano un ruolo chiave. I genitori infatti scelgono i cibi da proporre, quali cibi sono proibiti, quando e dove mangiare: esiste una associazione tra l’intake nutrizionale dei genitori e l’intake nutrizionale dei figli già a partire dai sei mesi di età del bambino (Hart, Raynor, Jelalian, & Drotar, 2010). Inoltre, i genitori possono esercitare pratiche alimentari controllanti che includono la restrizione rispetto alla quantità di cibo e la pressione a mangiare di più: l’uso del controllo ha effetti negativi in quanto può determinare l’acquisizione di una regolazione alimentare che si baserà sui segnali esterni (pulire il piatto, ricompensa) anzichè sui segnali interni di fame e di sazietà (Birch, Fisher, Grimm-Thomas, Markey, Sawyer, & Johnson, 2001; Johannsen, Johannsen, & Specker, 2006).

Oltre a questi aspetti, vari studi hanno rilevato che il temperamento del bambino ha un ruolo molto importante nell’alimentazione: differenze individuali a livello temperamentale potrebbero spiegare perchè alcuni bambini ma non altri sono a rischio per il sovrappeso o per problemi alimentari di vario tipo, perchè alcuni bambini hanno una migliore relazione emotiva con il cibo rispetto ad altri, perchè i genitori usano specifiche pratiche alimentari con i figli (Haycraft, Farrow,Meyer, Powell, & Blissett, 2011). Dunque, l’alimentazione normale dipende dall’integrazione funzionale di un ampio range di funzioni fisiche e relazioni interpersonali durante lo sviluppo precoce, mentre difficoltà in uno o più di questi sistemi può dar luogo ad un problema alimentare (Bryant-Waugh, Markham, Kreipe, Walsh, 2010).

Somatizzazione e adolescenza

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A quasi cent‟anni dalla sua nascita il costrutto di somatizzazione risulta ancora in via di definizione. Stekel introdusse questo termine negli anni ‟20 del secolo scorso per descrivere un meccanismo equivalente a quello che originariamente Freud e Breuer (1895) avevano chiamato “conversione”, per poi estenderlo, oltre i confini dell‟isteria, fino ad includere le nevrosi attuali di origine somatica.
Le molteplici definizioni che attualmente vengono fornite della somatizzazione hanno come caratteristica comune il riconoscimento di una sintomatologia fisica, non adeguatamente spiegata da evidenze mediche-organiche, che piuttosto pare espressione di difficoltà psicologiche o conseguenza dello stress (Porcelli, 2009; Trombini, Baldoni, 2001).
L‟adolescenza è la fase di sviluppo inaugurata dal fenomeno biologico della pubertà a cui conseguono una serie di trasformazioni fisiche, cognitive, affettive e relazionali la cui  elaborazione costituisce la condizione necessaria per l‟acquisizione di una stabile identità adulta. Pur avendo alla base delle modificazioni universali di carattere fisiologico, l‟adolescenza è influenzata da fattori individuali, sociali e culturali; ne deriva la difficoltà ad individuarne precisi limiti cronologici: molti autori la collocano nell‟età compresa tra i 10 e i 19 anni lasciando però ampio spazio a numerosi varianti (Pietropolli Charmet, 2000; Palmonari, 2001).
Negli ultimi decenni si è infatti assistito a delle modificazioni del periodo adolescenziale di tipo cronologico e qualitativo, strettamente interconnesse con i cambiamenti della società e, in  particolare, della famiglia e della coppia parentale. L‟adolescenza si è dilatata a causa dell‟anticipazione della pubertà, dovuta alle migliori condizioni di vita e alla maggiore presenza di stimoli e sollecitazioni sessuali, e a causa della posticipazione dell‟età adulta, connessa a un periodo più lungo di formazione personale e professionale (Ammaniti, 2002).  Mentre in passato la famiglia e la società si aspettavano che un giovane intorno ai vent‟anni acquisisse un‟identità adulta, negli ultimi anni abbiamo assistito alla comparsa di una nuova età, la post-adolescenza, o l‟età del “giovane adulto”, che si estende grosso modo dai 19-20 anni ai 28-30 e oltre. Con la qualifica di “giovane adulto” si intende indicare “un soggetto che, pur potendo aspirare per età a essere riconosciuto come maturo, non può accedere a quella consacrazione pubblica perché coloro che l‟hanno già conseguita lo considerano giovane, ma per motivi diversi  dall‟età e cioè per l‟insufficienza dei requisiti fisici, psichici o sessuali che attestano lo stato di maturità” (Novelletto, 2009, p.295).
Se è vero che l‟adolescenza convoca l‟individuo a molteplici rimaneggiamenti che lo espongono a vissuti di estraneità e di incertezza identitaria, è pur vero che essa rappresenta una preziosa opportunità. Basti pensare al concetto freudiano di “posteriorità” (Laplanche, Pontalis, 1967) o alla teoria di Blos (1962) che vede l‟adolescenza come una “seconda occasione”; concetti questi che evidenziano come, proprio in adolescenza, la messa in discussione dei precedenti equilibri permetta l‟elaborazione dei residui infantili irrisolti che l‟individuo ha giaciuto in latenza.
Il corpo dunque è “croce e delizia” del funzionamento adolescente poiché la plasticità psicologica di questa fase della vita è strettamente correlata alla sua plasticità fisiologica che pure, paradossalmente, ne rappresenta il motivo di crisi. Malgrado l‟adolescenza riserbi questa preziosa opportunità, la sintomatologia manifestata da  molti giovani esprime proprio la difficoltà ad integrare il corpo pubere, a simbolizzare i propri vissuti e dunque a ricomporre un‟unità di senso somatopsichica.
In circostanze favorevoli, l‟adolescente può gradualmente sperimentare il nuovo corpo come un “compagno segreto con cui condividere i timori e le scoperte del percorso evolutivo” ma, in altri casi, la metamorfosi puberale può accompagnarsi a vissuti talmente conflittuali da indurre il soggetto ad operare una scissione tra sé e il nuovo corpo che  diventa allora un doppio estraneo e perturbante da controllare e dominare (Carbone, 2009). Il difetto integrativo del corpo pubere non si esaurisce nella dimensione psicologica-rappresentativa  ma si accompagna e si alimenta con un “collasso nel fuori-psiche” (Cotrufo, 2008) che crea le condizioni per rotture dell‟equilibrio omeostatico psicobiologico che, se cronicizzate, possono  favorire l‟instaurarsi di disturbi dapprima funzionali e nel tempo organico-tissutali; possono cioè trasformarsi in malattia (Peregrini, 2008; Taylor et al., 1997).
Il processo patologico, connesso alla difficoltà a “prendere corpo” dell‟adolescente, rivela un deficit di elaborazione simbolica delle emozioni che vengono prevalentemente espresse  attraverso le componenti di attivazione neurovegetativa. Le emozioni infatti non sono eventi “astratti” che l‟uomo sperimenta solo sul piano del vissuto  soggettivo ma eventi biologici che nascono dal corpo e attraverso esso si compiono. “Il cervello – afferma Damasio (1994, p.89) – è predeterminato non per sentire le emozioni ma per attivare gli  stati del corpo che a quelle emozioni corrispondono”. Malgrado l‟adolescenza riserbi la preziosa opportunità di rimettere in gioco e risolvere questioni infantili giaciute in latenza, la sintomatologia manifestata da molti giovani esprime proprio la difficoltà ad integrare il nuovo corpo pubere, a simbolizzare i vissuti emotivi e dunque a ricomporre un‟unità di senso somatopsichica necessaria al buon funzionamento umano. La metamorfosi puberale e il complesso lavoro di rimaneggiamento che questa implica rende perciò l‟adolescenza una fase particolarmente a rischio per l‟espressione somatica del disagio psicologico (Carbone, 2005;2009).

La violenza in gravidanza

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Il problema della violenza sulle donne negli ultimi 10 anni è stato riconosciuto universalmente come un problema di salute pubblica ed ha ricevuto una sempre maggiore attenzione da parte delle più autorevoli Organizzazioni Internazionali. Nell’immaginario collettivo l’atto violento verso una donna, verso un oggetto debole, sia esso uomo, anziano o bambino ben poco ha a che fare con la quotidianità della vita. Più che percepirlo come fatto di scarso rilievo esso è esorcizzato anche nel

nostro Paese quale espressione in qualche misura eccezionale, legato a condizioni di marginalità culturale e/o sociale o connesso a situazioni patologiche definibili e perciò riconoscibili anche se eclatanti nel momento dell’espressione violenta e quindi degne della massima attenzione.

La “violenza in gravidanza” è parte integrante e particolare di un fenomeno complesso e di difficile analisi e lettura, per il quale l’elemento da tutti concordemente sottolineato è la vastità del “numero oscuro” che si colloca e si percepisce dietro i casi “emersi” alla conoscenza e valutazione. All’origine dell’assenza di dati complessivi e coerenti in tema sta’ anche l’intrico di motivazioni che spesso inducono le stesse vittime a nascondere sotto altra genesi la violenza subita. Sotto il profilo statico l’ OMS valuta che nel mondo circa una gravida su quattro ogni anno sia oggetto di violenza da “generico” oppressore, i dati Istat stimano in 500 mila stupri compiuti o tentati in Italia.

Uno dei “miti” più diffusi è quello che la gravidanza in qualche modo protegga da violenza e maltrattamenti. La gravidanza che rende la donna più vulnerabile, con una riduzione della sua autonomia tanto emotiva che finanziaria, induce evidenti mutamenti, può essere vissuta dal partner come una opportunità per affermare più agevolmente potere e controllo sulla donna. Infatti, è riportato come il 22% dei maltrattamenti abbia inizio proprio in gravidanza specie nel secondo e terzo trimestre, ed essi, se iniziati prima, continuino nel 70% e si verifichino episodi più frequenti e gravi di quelli già in precedenza avvenuti nel 17% dei casi.

Tra i motivi ricorrenti per spiegare i comportamenti violenti del partner (futuro padre) rivolti alla donna (futura madre) vi è quello dell’aumento di stress che la gravidanza della partner comporta per l’uomo. La gravidanza, per certi uomini, sarebbe fonte di stress e di frustrazione che si traduce in violenze sulla fonte di disagio percepita: la madre e il nascituro. Il motivo per cui la gravidanza della partner potrebbe essere fonte di stress per l’uomo non è stato ancora chiaramente elucidato dalla ricerca psicologica. Sembra che gli uomini, più delle donne, vivano con stress e ansia l’idea dell’infedeltà sessuale della partner, mentre le donne sono più angosciate dall’infedeltà affettiva e dalla prospettiva di essere abbandonate dal partner.

Anche il puerperio è indicato quale “momento di particolare rischio”, poiché segnerebbe la ripresa di comportamenti violenti cessati in precedenza. In realtà, molti sostengono che le donne in gravidanza non sono più a rischio di quelle fuori dalla gravidanza. La violenza in ambito familiare sembrerebbe prescindere da momenti particolari della vita familiare e in particolare da condizioni specifiche della donna, ma la sua genesi sarebbe da ricercarsi nelle espressioni e nelle collocazioni nel contesto sociale che supportano e coinvolgono anche le relazioni affettive primarie.

Lo svincolo familiare

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Lo “svincolo” è quella fase di passaggio dalla famiglia al mondo esterno.
Oggi questa transizione rispetto al passato si è molto prolungata, infatti assistiamo “ad un ingresso nell’adolescenza sempre più precoce (11-12 anni) ad un prolungamento di questa (fino a 19- 20 anni) ed alla costituzione di una nuova fase denominata post-adolescenza o fase del giovane-adulto (che si può protrarre sino ai 35 anni)” (Scabini, Cigoli 2000).

A tal proposito uno dei passi più difficili da compiere nel corso dell’esistenza è quello della fase di passaggio dalla famiglia verso il mondo esterno. Questa fase di passaggio che solitamente avviene in un’età variabile tra i 18 ed i 30 anni, è oggi più ritardata di quanto non fosse in epoche precedenti, dove già verso i 12 anni per le donne ed i 16 per gli uomini la famiglia veniva meno nei suoi compiti di cura e sostentamento dei figli e li mandava verso il mondo.
Vi sono molteplici ragioni socio-culturali che oggi ritardano questa fase, non a caso l’Italia è famosa nel mondo come la terra dei “mammoni”, questo per via di tutta una serie di peculiarità che hanno radici sia nella politica che nell’economia. Sotto un punto di vista prettamente psicologico, questo è poco importante, perchè ciò che conta non è tanto quello che avviene a livello esterno, quanto a livello interno.

La fase di svincolo quindi è rimandata, i motivi sono fondamentalmente due:
1- la società è respingente (difficolà nell’inserimento lavorativo, precarietà, costo della vita elevato, incertezze, ecc.);
2- la famiglia accogliente (sostegno economico, notevole libertà, ampi margini di negoziazione, clima supportivo e aconflittuale).

Svincolarsi dalla famiglia di origine per una vita propria comporta il completamento del processo di individuazione, che vede il suo culmine durante la fase adolescenziale, con il progressivo spostamento degli investimenti affettivi dalla famiglia verso l’esterno e la crescente differenziazione del ragazzo da questa con la costruzione di un proprio progetto di vita.

Ma la difficoltà di oggi è far raggiungere la piena responsabilità adulta alla nuova generazione, anche perchè il momento della “separazione” è un periodo di cambiamento per il figlio ma anche per i genitori.
Come dicono Scabini e Cigoli (2000), “ogni transizione è segnata, in misura diversa, da due grandi temi affettivi: il dolore della perdita di ciò che si lascia (il vecchio) e la speranza- fiducia di ciò che si acquista”, ed oggi si è più concentrati sul distacco, su ciò che si perde piuttosto che su quello che si riceve, dato che le speranze e la fiducia vengono meno.

Se le dinamiche all’interno della famiglia e la sua riorganizzazione nel tempo si confanno alla progressiva crescita dei figli e ai loro crescenti bisogni di autonomia, il processo di separazione-individuazione può completarsi con successo fino a culminare nello svincolo.

Fondamentale è l’atteggiamento dei genitori che influenzano il buon esito o meno dello svincolo.
“L’atteggiamento più adeguato è assunto da quei genitori che esprimono la tristezza per il distacco del figlio unita però alla convinzione di essere in grado di superare l’inevitabile vuoto che essa comporta” (Scabini, Cigoli 2000), in questo momento la coppia come tale deve prepararsi all’uscita dei figli cercando di reinvestire su di essa. Il rapporto di coppia torna ad essere centrato sulla coppia coniugale e può godere di maggiori spazi e tempi per sè. La donna che ha investito e sacrificato la vita per i figli può provare un forte senso di vuoto e di inutilità.
Sempre più frequentemente questo momento è un periodo critico per la coppia e non a caso negli ultimi anni aumentano le separazioni di coppie con figli giovani- adulti.

In alcuni casi però può invece accadere che la famiglia si blocchi per qualche motivo nei suoi compiti di sviluppo, che le dinamiche interattive all’interno del sistema, anziché favorire,ostacolino  la progressiva individuazione e autonomia dei figli. Una difficoltà che segnala quella da parte dei componenti della famiglia di separarsi.

Problematicità che fanno capo al mantenimento di un equilibrio familiare disfunzionale nel quale il figlio ha un suo ruolo preciso nell’evitare l’esplosione delle conflittualità tra i genitori. Il suo ruolo è quello di mantenere unita la famiglia attraverso il sintomo, rispondendo in questo modo alle inconsapevoli richieste dei genitori incapaci di separarsi da lui, a loro volta probabilmente non ben individuati.

E’ proprio in questa fase di passaggio che si celano i rischi maggiori di psicopatologia e di sviluppo di sintomi, o nelle fasi successive a questa, laddove questo compito evolutivo non sia stato assolto in maniera adeguata.
Quello che tecnicamente viene definito “svincolo”, comporta una serie di disinvestimenti emotivi dalla famiglia di origine, ed una serie successiva di investimenti nel mondo esterno: lavoro, partner, creazione di una nuova famiglia. Questo può essere complicato laddove vi siano delle dinamiche o dei problemi non risolti nelle generazioni precedenti, una sorta di eredità familiare che può comportare, a volte, l’impossibilità di compiere questo passo.

E’ in questo caso appunto che il giovane può nei casi peggiori non arrivare a svincolarsi dalla propria famiglia manifestando ad esempio una sintomatologia psichica non lieve o, in altri casi, incontrare difficoltà nei contesti esterni alla famiglia (sociale, lavorativo affettivo relazionale sentimentale) esprimendo magarisintomi di natura nevrotica o ancora, andarsene di casa svincolandosi a livello pratico ma non emotivo, restando affettivamente dipendente dai genitori. Un lavoro terapeutico sulla comprensione delle dinamiche e delle proprie “eredità” familiari può aiutare a lasciare i vecchi “ormeggi” per poter essere pronti a “salpare” verso nuovi lidi.

 

I disturbi dell’alimentazione

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I disturbi dell’alimentazione consistono in disfunzioni del comportamento alimentare e/o in comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Nella classificazione dei disturbi alimentari rientrano: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi da alimentazione incontrollata.

I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze quali lutti, abbandoni, abusi e maltrattamenti spesso in età precoce.  Pensare in modo ossessivo al “cibo-corpo-peso” diventa un anestetico che permette di non sentire la sofferenza. È un’auto-cura. Questo è un modo per sopravvivere. In Italia sono oltre 3 milioni di persone a soffrire di DCA (disturbi del comportamento alimentare), oltre l’ 80% hanno subito abusi e maltrattamenti. Nell’ 85% dei casi si tratta di donne adulte, adolescenti e bambine. Negli ultimi anni il fenomeno riguarda anche gli uomini (circa il 20%). Questi disturbi non devono essere scambiati per malattie dell’appetito. Sono disagi psicologici profondi, “malattie dell’amore”. L’ approccio nutrizionale non  permette di elaborare le autentiche cause di questa grave patologia che copre una disperata fame d’amore.

L’anoressia e la bulimia sono la più grave forma di dipendenza che esita nonostante siano ancora sommerse.

“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentossanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).

Il disturbo alimentare è un evento che colpisce l’individuo e il suo nucleo familiare, come un trauma, una violenza inaspettata, che coglie impreparati e provoca dolore, impotenza, ansia, rabbia.

I problemi che interessano la figlia o la sorella anoressica (in 9 casi su 10 la paziente è una donna) sono così evidenti e drammatici da rendere impossibile la negazione. Il dimagrimento, i disturbi psico-fisici, il rischio di morte devono essere affrontati ad ogni costo e, possibilmente, accettati.

L’accettazione implica però una presa di responsabilità, soprattutto da parte dei genitori, che costituiscono, involontariamente, la principale causa eziologica della malattia anoressica.

Quando è evidente che i tentativi di far mangiare la figlia non sono sufficienti, quando si scopre che non esistono farmaci per “far tornare l’appetito” (la prima facile spiegazione che si dà una famiglia), allora diviene necessario capire cosa porta una ragazza al desiderio di scomparire, cosa nasconde la magrezza. Ed è in questo momento che la famiglia si scopre falsamente perfetta e la madre fa i conti con il suo essere un Drago per la figlia.

La madre-coccodrillo di Recalcati o la madre-drago di Dillon Weston non ha mai preso in considerazione la possibilità di ricercare una propria felicità che non sia solo narcisistica o la possibilità che la figlia abbia un’esistenza diversa da sé, separata e separabile, anzi ne fa un suo prolungamento fisico e psichico.

La figlia diviene una realizzazione idealizzante di sé, destinata a salvarla dalla frustrazione e dalla solitudine; è costretta a vivere esperienze destinate ad un adulto, ad una madre che non è stata capace di contenerle, elaborarle, delimitarle (Marinelli, 2004).

Si scopre ancora, paradossalmente, che la “non fame” alimentare dell’anoressica nasconde un’immensa fame d’amore: verso il padre, poco o nulla presente o, al contrario, portatore di un abuso materiale, mentale o fantasticato, o verso la madre che nutre meccanicamente e senza amore con un cibo materiale, freddo, elargito per dovere che sostituisce con gli alimenti la presenza fisica e psichica che non è capace di dare(Recalcati, 1997).

La donna con disturbo alimentare ha il bisogno di essere riempita, amata, fecondata, dall’amore materno e dal piacere del padre, dall’esperienza della propria efficacia e coesione, è andato distrutto o è stato sostituito dalla difesa compiacente, dalla rinuncia di sé per fare spazio alla madre e alla vita di quest’ultima.

L’anoressica è allora la protettrice di una falsa e precaria unità familiare: fermando ad ogni costo la sua crescita e la separazione dalla famiglia (da cui anzi diventa anche più dipendente per i problemi di salute che accompagnano l’anoressia), l’angoscia di separazione dalla madre (e talvolta anche dal padre) trova consolazione e congela la famiglia in un “tempo sospeso” (Ferro et al., 1992).

L’illusione di riuscire a sospendere la transizione adolescenziale è una credibile risposta alle difficoltà della famiglia a compiere il passaggio da una fase all’altra del ciclo vitale della figlia, in stretta adesione ad un mito di rigida unità familiare che non si può trasgredire e che blocca la famiglia in un eterno presente senza futuro. La ragazza anoressica vive il duplice ruolo di difendere questo mito rimanendo con le fattezze di una bambina, che segue “vincoli invisibili di lealtà” per regredire e proteggere la famiglia e, al tempo stesso, trasgredire questo mito, perché il suo digiuno ostinato spezza traumaticamente la tranquillità familiare (Onnis, 2005).

L’anoressica, figlia di una madre Drago che vuole divorarla, non può far altro che ridurre il proprio corpo, renderlo solo ossa dure, impenetrabili e inaccessibili. Solo così potrà salvarsi dalla madre divoratrice (Recalcati, 1997).

Secondo Jung, l’archetipo della Madre Drago è il “simbolo della madre bisognosa che non può permettere ai figli di andarsene, perché ha bisogno di loro per la sua stessa sopravvivenza psichica”; è una Madre Terribile che divora i figli prima che riescano a reclamare un diritto alla separatezza (Dillon Weston, 2005).

Il vuoto anoressico appartiene alla paziente ma anche al suo gruppo familiare, che manca dell’ossigeno psichico che mantiene vivo il sé. Questo impoverimento emotivo risale alle generazioni precedenti, è intessuto da regole segrete che legano i familiari con legami asfissianti e patologici (Dillon Weston, 2005).