Studio di psicoterapia Chiara Patruno

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Demenza senile e deterioramento cognitivo

depositphotos_88892596-stock-illustration-tree-loses-fall-foliageIn Italia i pazienti affetti da demenza sono circa 600.000. Nel corso del tempo, la maggior parte di loro svilupperà disturbi del comportamento o sintomi psichiatrici responsabili del peggioramento della qualità di vita e, spesso, del ricovero in strutture residenziali.

La Demenza Senile e il conseguente deterioramento cognitivo rappresentano condizioni di “malattia” che sempre più spesso si riscontrano nella popolazione più anziana. Ciò è determinato anche dal fatto che le aspettative di vita si sono molto allungate, quindi la probabilità che questo tipo di malattia possa insorgere è aumentata.

Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza (60% dei casi), seguita dalla demenza vascolare (20-25%). Molti pazienti con demenza  sviluppano sintomi comportamentali e psichici (neuropsichiatrici), che sono stati definiti“segni e sintomi di percezione, ideazione, umore o comportamento alterato“.

I sintomi includono ansia, depressione, allucinazioni, delirio e disturbi del comportamento, vagabondaggio, comportamenti culturalmente inappropriati, disinibizione sessuale, tendenza all’accaparramento, imprecazioni e urla.

depositphotos_86605922-stock-illustration-tree-loses-fall-foliageNelle fasi iniziali, le persone possono sperimentare comportamenti e cambiamenti di umore quali: irritabilità conclamata, ansia e attacchi di panico, sintomi depressivi e di tristezza. Nelle fasi successive, possono verificarsi altri sintomi più accentuati, tra cui: rabbia, agitazione, aggressione verso se stessi e versi l’altro, stress emotivo generale, irrequietezza, riduzione a brandelli di  carta o tessuti, allucinazioni(vedere, sentire o percepire cose che non esistono realmente), deliri (ferma convinzione nelle cose che non sono vere), disturbi del sonno che peggiorano con il tempo.

I sintomi psicotici (es. delirio e allucinazioni) compaiono nel 30-50% dei pazienti affetti da demenza.

La “Psicosi” che si riscontra in questi casi è di solito la paura del paziente che qualcuno gli faccia del male (spesso questo discorso è riferito nei confronti dei propri familiari), la convinzione di essere perseguitato (ad esempio dai vicini), l’idea ossessiva che qualcuno lo voglia avvelenare.

La causa principale dei sintomi comportamentali è il progressivo deterioramento delle cellule cerebrali. Tuttavia, i farmaci, le influenze ambientali e alcune condizioni mediche possono causare i sintomi o peggiorarli. 

Gli eventi o i cambiamenti in  una persona spesso giocano un ruolo nello scatenare i sintomi comportamentali. Il cambiamento può essere stressante per chiunque e può esserlo ancor di più  per una persona malata di demenza poiché può aumentare la paura e la fatica di  contrastare la confusione.

a11756-danno-risarcimento-vicinoLa comunicazione di una diagnosi di demenza provoca sempre profondi disagi nella vita familiare poiché si tratta di una diagnosi dolorosa da accettare, che implica una progressiva riorganizzazione delle dinamiche. È su queste premesse che le neuroscienze stanno volgendo particolare attenzione a questo disturbo con l’obiettivo di formulare diagnosi sempre più precoci e delineare piani di intervento che tengano conto dei molteplici livelli che il disturbo coinvolge ovvero personale, professionale, relazionale di coppia, familiare, psicologico e sociale.

Bibliografia e sitografia

  • The Alzheimer’s Association
  • http://www.fda.gov
  • Overshott R, Burns A. Treatment of dementia. J Neurol Neurosurg Psych 2005; 76 (suppl V): v53-9.
  • Finkel S et al. Behavioral and psychological signs and symptoms of dementia: a consensus statement on current knowledge and implications for research and treatment. Int J Geriatr Psychiatry 1997; 12: 1060-1.
  • Jeste DV, Finkel SI. Psychosis of Alzheimer’s disease and related dementias: diagnostic criteria for a distinct syndrome. Am J Geriatr Psychiatry 2000; 8: 29-34.
  • McKeith I. Dementia with Lewy bodies. In: Agronin ME, Maletta GJ (Eds). Principles and Practice of Geriatric Psychiatry. Philadelphia: Lippincott Williams and Wilkins, 2006.

Link scaricabili

I sintomi comportamentali e  psicologici della demenza ASL di Milano: http://www.epicentro.iss.it/igea/raccolta/Allegati/lombardia/Sint_Comportam_Psicologici_Demenza.pdf

ASL MILANO

Manuale per la famiglia delle persone affette da demenza Servizio sanitario Nazionale: http://www.ctr.it/back_end/files_news/1612.pdf

 

 

Ansia e fobia scolastica

Little Miao go to school

La Fobia Scolastica è un disturbo spesso presente in alcuni bambini o adolescenti in cui il disturbo di ansia e di paura ad andare a o restare a scuola diviene talmente evidente da compromettere in modo significativo la vita scolastica e la regolare frequenza dell’alunno.

Questa paura spesso immotivata della scuola si caratterizza per una forte ansia, a volte unita a degli attacchi di panico legati alla presenza dell’ambiente scolastico. Il rifiuto della scuola è la prima manifestazione che l’adolescente evidenzia e che compromette spesso la sua carriera scolastica. L’ansia eccessiva diviene invalidante per alcuni ragazzi e compromette lo svilupparsi di relazioni amicali sane e mette a rischio isolamento l’adolescente, alterando il suo normale ciclo vitale.
Le conseguenze spesso evidenti nei ragazzi possono riguardare lo sviluppo emotivo, sociale, scolastico e relazionale.

L’ ansia scolastica nasce talvolta dal normale desiderio di essere amati e stimati e dalla paura di essere rifiutati. Essa nasconde la paura dell’insuccesso scolastico, del giudizio negativo dei genitori e degli insegnanti e il timore di non essere capaci di superare la prova che si deve affrontare, come ad esempio l’esame di terza media o l’esame di maturità.

L’ansia da prestazione scolastica si manifesta, a livello psicologico-comportamentale attraverso una serie di sintomi: pianti inconsolabili, tremori e tachicardia, mente offuscata e smarrimento, crisi di panico all’ingresso della classe o prima di partire da casa per andare a scuola; spesso questi disturbi si trasformano in manifestazioni psicosomatiche quali: frequenti mal di testa, mal di pancia vomito e febbre,  Molti genitori insieme ai loro bambini e adolescenti giungono in terapia in età scolare raggiungendo dei picchi in alcuni momenti cruciali del percorso scolastico: tra i 5 e i 7 anni all’inizio della scuola primaria, tra i 10 e gli 11 anni con l’inizio della scuola secondaria di primo grado, tra i 13 e i 14 anni con l’inizio della scuola secondaria di secondo grado.

Spesso le cause dell’ansia scolastica possono essere riconducibili ad altre variabili come: l’ansia da separazione dai genitori nei più piccoli, la paura di episodi di bullismo in classe o a scuola nei più grandi, il timore dell’insegnante soprattutto durante la scuola di secondo grado e le superiori, il timore di avere brutti voti e il conseguente timore di non essere all’altezza delle aspettative genitoriali. Il bambino o il ragazzo manifesta ai genitori una sensazione angosciosa come se qualcosa di terribile stia per accadere, sia essa una disgrazia o una malattia, che possa colpire lui o le persone a lui più care, spesso sono i genitori. Il bambino ha difficoltà a descrivere ciò che realmente pensa o prova e per questo avverte sempre più angoscia. 

Un intervento efficace e tempestivo è di fondamentale importanza per prevenire o curare l’ansia e gli attacchi di panico a scuola, risulta infatti  palese come problematiche del genere  possono compromettere seriamente la qualità della vita in una delle fasi più delicate del ciclo di vita qual è l’adolescenza.  La cura migliore è, come sempre, la prevenzione intesa come ricerca di segni o sintomi presenti nell’adolescente che possono degenerare in veri e propri quadri clinici,: in questa  ottica, risulta di fondamentale importanza la collaborazione  tra scuola e famiglia.

Le aspettative genitoriali sullo sviluppo dei figli

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Se non puoi essere un pino in cima alla collina,
sii una macchia nella valle, ma sii
la migliore, piccola macchia accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.

Se non puoi essere un cespuglio, sii un filo d’erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio, allora sii solo un pesce persico-
ma il persico più vivace del lago!

Non possiamo essere tutti capitani, dobbiamo essere anche un equipaggio,
c’è qualcosa per tutti noi qui,
ci sono grandi compiti da svolgere e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.

Se non puoi essere un’autostrada, sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella;
Non è grazie alle dimensioni che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.

Douglas Malloch (1877-1938)

Il primordiale rapporto tra un genitore ed un figlio è colmo di aspettative genitoriali sia positive che negative, sia reali che immaginarie. Nel genitore le aspettative nascono dalla loro storia e dalle proprie esperienze. Spesso però i genitori desiderano per il figlio tutto ciò che loro non hanno potuto avere, desiderare, realizzare.

L’idea che il proprio figlio possa superare una prova e ricucire una ferita genitoriale mai chiusa è molto diffusa. I bambini ed in seguito i ragazzi già dal concepimento fino alla crescita divengono a volte il prolungamento dei desideri e delle aspettative genitoriali, una proiezione dei genitori che i figli devono a tutti i costi ereditare e poi concretizzare.

I ragazzi nella loro vita odierna come nello sport, a scuola, all’università e successivamente nel lavoro si sperimentano, competono con altri individui e realizzano se stessi, ma non sempre rispondono alle richieste genitoriali o comunque nel tentativo di rispondere a tali esigenze spesso vivono un fallimento e ciò può generare angoscia e tristezza.

Il fallimento sentito dal bambino o dal ragazzo genera talvolta una mancanza di fiducia in se stessi e una mancanza di autostima per il fatto di non aver aderito all’immagine del figlio ideale e perfetto che i genitori volevano o si aspettavano.

Quasi ogni giorno i bambini devono sperimentarsi nella realtà circostante e viene richiesta loro una prestazione eccellente in un clima spesso competitivo come la scuola. Quando i genitori riescono ad avere aspettative fisiologiche colme di speranza cercando di cogliere i bisogni del figlio e le sue idee diverse, riusciranno ad avere un riscontro positivo nello studio.

Se le aspettative genitoriali al contrario cresceranno e diventeranno elevate e spesso irrealistiche, potrebbe verificarsi una situazione in cui il benessere psichico del figlio potrebbe avere delle incrinature.

Talvolta un’aspettativa troppo elevata non permette al genitore di conoscere il proprio figlio per quello che è, accettandolo con le sue differenze ed impedisce di sperimentare nuove soluzioni familiari per risolvere le problematiche quotidiane.

E’ importante che il genitore offra al figlio opportunità diverse dalle proprie e lo stimoli senza avere ambizioni personali, considerando i propri figli un dono perfettibile e meraviglioso.

 

Ansia e attacchi di panico

 

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L’ansia

L’ansia è un emozione caratterizzata da sensazioni di tensione, minaccia, preoccupazioni e modificazioni fisiche, come aumento della pressione sanguigna.Ogni anno in Italia i disturbi mentali colpiscono circa 3.5 milioni di persone, pari a quasi il 6% della popolazione, e ben 2.5 milioni di questi pazienti manifestano sintomi d’ansia in grado di farli sprofondare nella paura e nella solitudine (Dati Ministero della Salute)

Le persone con Disturbi d’Ansia solitamente presentano pensieri ricorrenti e preoccupazioni dalle quali difficilmente riescono a liberarsi. Inoltre, possono evitare alcune situazioni come tentativo di gestire (o non affrontare) le preoccupazioni. I sintomi fisici dell’ansia più frequenti sono sudorazione, tremolio, tachicardia e vertigini/capogiri e si protraggono per almeno sei mesi peggiorando se non vengono adeguatamente curati

Quando questi sintomi ansiosi non vengono affrontati o non possono essere affrontati per vari motivi, rimangono latenti, provocando nel tempo un aumento dell’ansia che potrà quindi superare una soglia e scatenare un attacco di panico. L’attacco di panico è un’esperienza spiacevole e terrificante dove si sperimenta una completa perdita di controllo delle proprie emozioni: si ha paura, si crede di impazzire o di stare per avere un infarto. Molte persone si recano al pronto soccorso in preda o in seguito ad un attacco di panico, ma purtroppo, talvolta i medici non sono addestrati a riconoscere le manifestazioni psicosomatiche e colludono con la richiesta degli stessi pazienti di maggiori esami fisici, parcellizzando e scomponendo il quadro sintomatico in una serie di elementi distinti.

Disturbo di panico secondo il DSM-5

Il disturbo di panico è un disturbo presente nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5. Il disturbo di panico è caratterizzato dalla presenza di ricorrenti attacchi di panico (almeno due, anche se in genere gli attacchi sono molti di più) definiti come “inaspettati”. Il termine “inaspettati” sta a significare che, apparentemente, non si evidenziano cause scatenanti l’attacco. In un disturbo di panico gli attacchi compaiono come fulmini a ciel sereno, quando magari un individuo si sta rilassando o addirittura durante il sonno. Inoltre il DSM-5 inserisce una lista di 13 diversi sintomi che possono manifestarsi durante l’attacco. Per poter parlare di disturbo di panico è necessario che si presentino, in modo concomitante, almeno 4 dei sintomi presentati. I criteri diagnostici del disturbo di panico sono:

A – Ricorrenti e inaspettati attacchi di panico. Gli attacchi di panico sono caratterizzati dal brusco e repetino manifestarsi di intensa paura e disagio e raggiungono il picco di intensità in pochi minuti. Durante gli attacchi si devono presentare, in concomitanza, almeno 4 dei seguenti sintomi:

  1. palpitazioni o tachicardia
  2. sudorazione
  3. tremori
  4. sensazione di fiato corto o di fatica nel respirare
  5. sensazione di soffocamento
  6. dolore retrosternale
  7. nausea o dolori addominali
  8. vertigini, sensazione di instabilità, testa leggera o sensazione di svenimento
  9. brividi o vampate di calore
  10. parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento)
  11. derealizzazione (sensazioni di irrealtà) o depersonalizzazione (sentirsi separato da se stesso)
  12. sensazione di perdita del controllo o di “diventare matto”
  13. paura di morire

B – Almeno uno degli attacchi è seguito da un mese o più, durante il quale si presenta uno o entrambi dei seguenti sintomi:

L’attacco di panico è un vero e proprio disturbo. Anche se non lascia segni evidenti sul nostro corpo, si manifesta violentemente e senza preavviso, paralizzando la vita di chi ne soffre. Troppo spesso i suoi sintomi vengono ignorati o perché confusi con altre patologie o per il senso di vergogna che il paziente prova nel dover giustificare una paura irrazionale. È importantissimo riuscire a riconoscere questa sindrome, per intervenire subito.

Il primo attacco è dirompente e viene ricordato in maniera vivida dai pazienti che utilizzano espressioni forti come “da quel momento la mia vita è cambiata”.

Coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere, evitano situazioni simili nel futuro e mettono in atto meccanismi che li rassicurino.

LINK GRATUITI DI LETTURE CONSIGLIATE

Istituto Beck L’ansia e il disturbo da attacchi di panico

Klaus Bernhardt Liberati dall’ansia e dagli attacchi di panico

 

Il sonno: un bisogno fisiologico per il bambino

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Il sonno è un bisogno fisiologico essenziale e una delle attività più importanti della giornata al nido.Un buon riposo al nido è un indicatore positivo dell’efficacia del nostro agire educativo e del rapporto di fiducia che stiamo costruendo con il bambino e la sua famiglia.

Il sonno è un fenomeno influenzato da diverse variabili e necessita di attenzione e pianificazione da parte delle figure educative. Solitamente al nido il tempo dedicato al riposino pomeridiano è al massimo di un paio d’ore e viene svolto subito dopo la routine del pranzo e del gioco. 

La maggior parte dei bambini all’interno del Nido fa un riposo al giorno.  La stanza adibita alle ninne è molto importante e permette che i bambini abbiano sempre lo stesso lettino nello stesso posto dove lo avevano lasciato il giorno prima. All’interno della “stanza ninne” è necessario creare un’atmosfera rilassata per favorire il rilassamento corporeo.

Spesso alcuni bambini hanno l’esigenza di addormentarsi con un oggetto in particolare (ciuccio, orsacchiotto, cuscino, lenzuolo, macchinina), questo permette al bambino di mantenere un contatto con la sua famiglia e il suo ambiente casalingo.

Se i bambini si svegliano prima di aver soddisfatto a pieno il loro bisogno di sonno, è importante farli sdraiare di nuovo e dire loro di continuare a dormire, perché spesso hanno fatto un brutto sogno, ma senza stimolarli troppo e senza obbligarli se il loro sonno è terminato.

La routine delle ninne permette il recupero delle energie consumate durante la prima parte della giornata e la possibilità di affrontare con allegria e vigore le attività pomeridiane. Il sonno permette una crescita cognitiva equilibrata. La fase del risveglio, è un momento molto delicato perché i bambini devono essere svegliati con dolcezza e tranquillità. 

Molti genitori hanno l’abitudine di far dormire il bambino nel proprio letto, ciò può essere un comportamento positivo nei primi mesi di vita, soprattutto durante l’allattamento,  ma non indispensabile se, in questo stesso periodo, il bambino dorme nella sua culla, vicino al letto materno. La vicinanza dei genitori al bambino e viceversa tranquillizza entrambi, e il bambino comincia a capire di avere un proprio “posto” per dormire.

Consigli utili per i genitori

Durante la fase del sonno è utile cercare di creare un rituale della nanna sempre uguale (pigiamino, libro, gioco, luce) permettendo così al bambino di avere dei comportamenti prima e dopo il sonno sempre uguali e sicuri. E’ utile far dormire il bambino vicino ai genitori almeno fino al primo anno di età soprattutto se la mamma allatta. I bambini hanno frequentemente dei risvegli notturni che devono essere considerati un fatto assolutamente normale e fisiologico, che può durare fino ai cinque anni. L’istinto naturale del bambino durante la fase delle ninne è quello di cercare la vicinanza della madre, anche di notte e spesso se non la trova il bambino piange in maniera del tutto naturale. Se il piccolo piange, il ciuccio può essere un rimedio ma solo successivamente a comportamenti di consolazione e di coccole. 

Letture consigliate: 

Eduard Estivill, Sylvia de Bèjar, Fate la nanna. Il semplice metodo che vi insegna a risolvere per sempre l’insonnia del vostro bambino, Mandragora junior, 1999.


Enzo Catarsi, Il sonno nel nido d’infanzia, Azzano San Paolo, Junior, 2008.


Grazia Honegger Fresco, Facciamo la nanna. Quel che conviene sapere sui metodi per far dormire il vostro bambino, Il leone Verde, 2006.

Link alla rivista Linhas maggio/Agosto 2018

RIVISTA LINHAS 2018

Link ad un estratto del libro Fai la nanna senza Lacrime 

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