Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.

Jorge Luis Borges

categorie-giovanili-calcio

Intervista Dottoressa Chiara Patruno – Sportelli psicologici scolastici – Bullismo – Cyberbullismo – Adolescenza

Accenni sul Cyberbulismo

L’approvazione da parte della Camera del testo sul Cyberbullismo il giorno 17.05.17 ha cambiato lo scenario di questi tempi moderni. Il testo “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” è stato dedicato alla memoria di Carolina Picchio la ragazza di 14 anni che nella notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2013 si suicida lasciando una lettera di addio in cui si legge “Le parole fanno più male delle botte”.

Nello stesso periodo la nascita di numerose serie Tv come ad esempio Tredici ” 13 Reasons Why” che affrontano il tema del cyberbullismo e del suicidio hanno accentuato da una parte i contenuti pericolosi a cui i ragazzi sono esposti, e incrementato dall’altra, la preoccupazione dei genitori rispetto all’impatto reale di alcuni ragazzi a contenuti suicidari e alla conseguente creazione di un vero e proprio contagio.

In Italia ne è un esempio il “gioco” che ha contaminato tutti gli adolescenti, passando dalla Russia alla Francia. Il suo nome è Balena Blu “Blue Whale” ed è un rituale pericoloso, comprende 50 prove e istigherebbe i ragazzi al suicidio, passando per gesti di autolesionismo fino all’incremento di uno stress mentale e fisico che porterebbe ad un annullamento della persona.

Questa “istigazione al suicidio” sperimentata nei social, nei giochi, nelle serie tv si potrebbe insinuare in una serie di ragazzi che sperimentano e vivono situazioni di disagio psicologico. Un adolescente che oggi utilizza i social potrebbe nonostante i suoi “1000 amici virtuali” essere e sentirsi solo, discriminato, vittimizzato o reso ridicolo.

Un adulto  significativo cone un genitore, un parente, un insegnante, un istruttore che si accorge di tale situazione, contesto o comportamento pericoloso dovrà utilizzare qualsiasi mezzo in suo possesso per instaurare un comunicazione autentica e sana con il ragazzo, privilegiando la forza del legame, della relazione e favorendo un successivo aiuto psicologico da un professionista del settore.

 

In tema di Divorzio

La sentenza della Corte di Cassazione del 10.05.17 che si è pronunciata sull’assegno di mantenimento in caso di divorzio ha rivoluzionato le sorti delle famiglie separate. I genitori che in alcuni casi, erano costretti a vivere in condizioni di miseria, per versare l’assegno di mantenimento agli ex coniugi e ai figli, trovano in questa sentenza un po’ di respiro. L’assegno infatti ad oggi dovrà consentire all’altro genitore di sopravvivere e di essere autosufficiente senza più riferirsi al precedente tenore di vita condotto prima del divorzio. Sembra essere una sentenza non sbilanciata che mette sullo stesso i piano i due ex coniugi nell’occuparsi del figlio. Aspettiamo le conseguenze.

Ancora su questo punto la Cassazione (Cass. Sent. n. 11448/2017 del 10.05.17) si è pronunciata anche in tema di  genitori separati, che dopo il divorzio, hanno ricreato un nuovo nucleo familiare. Questi non dovranno coinvolgere troppo il nuovo partner nei rapporti con i figli, poichè in alcuni casi, potrebbe provocare in loro dei disagi o dei possibili turbamenti. I minori sono già disorientati e turbati dalla trasformazione del contesto familiare nel quale sono inseriti e potrebbero manifestare dei disagi per via della presenza di  un nuovo partner estraneo e quindi arrivare a rifiutare anche la figura del genitore biologico. Il giudice infatti, in alcuni specifici casi, potrà decidere di disporre le visite presso il genitore non collocatario escludendo la presenza del nuovo partner considerando tale figura estranea come un limite.

Ma come vivono e chi sono oggi questi “figli di genitori separati”?

I “figli dei separati” così chiamati dalla comunità sono quei minori che in seguito alla separazione dei loro genitori, potrebbero subire delle conseguenze sul piano emotivo e morale. In quest’ottica su questi ragazzi influisce in gran parte l’intensità del conflitto genitoriale non risolto o d’altra parte la mancanza totale di comunicazioni tra i due ex coniugi. Gli adolescenti, figli di genitori separati, sono spesso lasciati soli a districarsi tra questo tipo di relazioni poiché i genitori sono troppo occupati in liti, battaglie legali e problematiche coniugali. É per questo che spesso nel minore potrebbe manifestarsi un blocco evolutivo che potrebbe portare lo stesso a manifestare un disagio, in famiglia, nel gruppo dei pari e a scuola.

É importante rintracciare in questo contesto un  scuola preparata e informata capace di fornire supporto e conoscenze, ma soprattutto in grado di fornire una rete salda a cui i genitori possano far riferimento.

 

Autolesionismo

 

 

tumblr_static_tumblr_n0wfosyrko1tn7hpoo1_500

L’autolesionismo è definito come un comportamento volto a procurare danni alla propria persona, indipendentemente dalla presenza o meno di intenti suicidari.

Nuove interpretazioni di questo termine invece propongono una diversa accezione, distinguendo l’autolesionismo non suicidario (ANS) dal tentativo di suicidio (TS). Gli atti autolesionistici possono includere tagli della cute, graffi, bruciature autoinflitte, come anche strapparsi i capelli o ingerire veleni o oggetti. Il tipo di lesione più frequente sono i tagli della cute, che possono essere superficiali o sufficientemente profondi da richiedere l’impiego di punti di sutura.

Per ora la definizione più utilizzata per descrivere l’autolesionismo è quella di “azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente”. Questo disturbo del comportamento colpisce per lo più gli adolescenti, a partire dai 13 anni, e in prevalenza ragazze; tra i maschi invece è più frequente nella popolazione carceraria. L’autolesionismo inoltre sembra riguardare soprattutto famiglie socioeconomiche medio-alte.

Il comportamento autolesivo stenta a uscire dalle mura domestiche, spesso i familiari provano vergogna quando scoprono che il figlio/a si autoinfligge ferite sul corpo oppure si spegne la sigaretta sulla pelle. C’è il timore di essere considerati una famiglia di “pazzi” ed è da questo che nasce il problema dello stigma ed è così che si ritarda anche l’intervento di uno specialista.

Inoltre i ragazzi preferiscono ferirsi di nascosto, soltanto alcuni ostentano le cicatrici come trofei, ma nella maggior parte dei casi occultano i segni delle ferite vivendo un rapporto “intimo” con il proprio corpo.

Le stime di questo fenomeno variano molto, poiché nella maggior parte dei casi gli atti di ANS non comportano la necessità di un ricovero per le ferite autoinflitte. A questo proposito è stato calcolato che solo un adolescente su 8 subisce un ricovero in ospedale a seguito di atti di ANS. Solitamente quando si arriva al ricovero l’atto autolesionista consiste nell’auto-avvelenamento, pertanto, tenendo presente che l’atto autolesionista più comune è il tagliarsi la cute, è ragionevole ipotizzare una marcata sottostima della prevalenza di ANS tra gli adolescenti.

Nonostante le difficoltà precedentemente descritte nel valutare accuratamente le dimensioni del problema, si calcola che circa il 10% degli adolescenti abbia sperimentato almeno un atto di autolesionismo, talvolta in associazione con intenti suicidari. Diversi studi mostrano inoltre che l’ANS in età adolescenziale è più frequente tra le femmine che tra i maschi. La fascia di età particolarmente a rischio per le femmine è dai 12 ai 15 anni: in questo range di età il rapporto di ANS tra femmine e maschi è di circa 5:1. I dati relativi ad eventi di ANS nelle femmine con età inferiore ai 12 anni sono scarsissimi. Successivamente, dai 15 anni in poi, il rapporto di ANS tra femmine e maschi si riduce progressivamente, e si assiste ad un graduale incremento della frequenza nei maschi e decremento nelle femmine.

Non sono ancora noti i motivi per cui la frequenza di ANS aumenti o si riduca in alcune fasce d’età specifiche per maschi e femmine, tuttavia si ipotizza che il livello di sviluppo puberale svolga un ruolo fondamentale nella comparsa di disturbi della sfera emotivo-affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio. L’auto-avvelenamento è più frequentemente associato ad intenti suicidari rispetto alle lesioni inferte sulla cute.

Gli adolescenti affetti da ANS che non sono stati ricoverati riferiscono inoltre di mettere in atto questo tipo di comportamento per autopunirsi e per trovare sollievo quando sono sottoposti ad una forte tensione emotiva, al contrario gli adolescenti sottoposti a ricovero riferiscono che gli atti di autolesionismo hanno lo scopo di mettere fine alla propria vita, sfuggire ad una situazione di stress intollerabile o dimostrare ad altri quanto è profondo il proprio disagio. La reiterazione di atti di ANS negli adolescenti è molto comune, sia in concomitanza di particolari eventi stressanti, sia come routinaria strategia di coping. Uno studio condotto su 2410 adolescenti ha infatti rilevato che il 55% delle femmine ed il 53% dei maschi ha sperimentato eventi multipli di autolesionismo, mentre un altro studio, condotto in Inghilterra in un ospedale generale su un campione di 1583 adolescenti ricoverati per un atto di ANS, ha evidenziato che nel 15% dei casi l’episodio autolesionistico si ripete a meno di un anno dal ricovero. La ripetizione dell’atto autolesionistico è più frequente tra coloro che si tagliano rispetto a coloro che si avvelenano.

Nell’autolesionismo la modalità più comune è quella dei cutter che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette.

Alcuni cominciano ad auto ferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che a volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore. Inoltre fanno spesso da cornice al disturbo: solitudine, senso di vuoto, senso di colpa e di impotenza. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. E’ come se fosse una dipendenza.

Altri invece vivono una sensazione di estraneità fatta di alienazione dal proprio corpo: il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali, hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

L’autolesionismo può essere impulsivo, compulsivo, stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento che col passare del tempo può diventare una vera dipendenza; nel secondo caso domina il rito, ossia i comportamenti sono ripetuti e anche più volte al giorno perché il pensiero di ferirsi diventa un’ossessione.

In ogni caso, psicoterapia e farmaci sono gli approcci disponibili. In tutti i casi è comunque fondamentale intervenire con una psicoterapia nel contesto familiare, soprattutto ed unicamente se si riesce ad identificare il disturbo per tempo. Occorre evitare che la paura dello stigma impedisca alle famiglie di rivolgersi ad uno specialista e questo lo si può fare incrementando campagne di informazione e sensibilizzazione sull’argomento.

Ossessione e compulsione


lavarsi-mani

Secondo la classificazione del DSM-IV TR, il disturbo ossessivo compulsivo (conosciuto anche come DOC o OCD in inglese), è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.

È un disturbo che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta, anche se l’incidenza massima la si ha tra i 15 e i 25 anni. Colpisce circa il 2-2,5% della popolazione generale: significa che su 100 neonati, 2 o 3 svilupperanno nell’arco della propria vita il disturbo. In Italia, sono circa 800.000 le persone colpite da DOC.

È un disturbo che si cronicizza, anche se con fasi altalenanti di miglioramento e di peggioramento, ma a volte si aggrava fino a compromettere il funzionamento in diverse aree di vita. Raramente è episodico e seguito da una remissione completa dei sintomi.

Il soggetto si sente spesso obbligato ad agire o pensare nel modo sintomatico e per questo cerca di contrapporsi e di resistere. Nonostante cerchi di contrastare e nascondere le sue azioni o i suoi pensieri, questo sforzo non lo aiuta affatto a modificare il proprio comportamento.

Il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti che innescano ansia e “obbligano” la persona ad attuare azioni ripetitive materiali o mentali. Talvolta vengono dette anche erroneamente manie o fissazioni. Almeno l’80% dei pazienti ossessivi ha ossessioni e compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo compulsioni.

Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ripetitivi, percepiti come incontrollabili da chi li sperimenta. Tali idee sono sentite come disturbanti e solitamente giudicate come infondate o eccessive. Coloro che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo possono temere oltremodo lo sporco, i germi e/o le sostanze disgustose; possono essere terrorizzati di procurare inavvertitamente danni a sé o ad altri (di qualunque natura: di salute, economici, emotivi, ecc.), di poter perdere il controllo dei propri impulsi diventando aggressivi, perversi, autolesivi, ecc.; Possono avere dubbi persistenti rispetto al sentimento che nutrono verso il partner o rispetto al proprio orientamento sessuale, anche se solitamente riconoscono che tutto ciò non è giustificato. Le ossessioni del disturbo ossessivo-compulsivo attivano emozioni sgradevoli e molto intense, quali paura, disgusto, colpa, con il conseguente bisogno di fare il possibile per rassicurarsi e gestire il proprio disagio.

Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo, dette anche cerimoniali o rituali, sono comportamenti ripetitivi (come controllare, lavare/lavarsi, ordinare, ecc.) o azioni mentali (pregare, ripetere formule, contare) finalizzati a contenere il disagio emotivo provocato dai pensieri e dagli impulsi che caratterizzano le ossessioni sopra descritte. Le compulsioni diventano facilmente rigide regole di comportamento e sono decisamente eccessive, talvolta bizzarre agli occhi degli osservatori.

Spesso nell’ossessivo compulsivo c’è un diretto legame tra la pulizia fisica e la pulizia morale dovuta ad una sensazione interna di sporco definito “effetto Lady Macbeth”; chiamato così in riferimento alla famosa tragedia di Shakespeare, in cui Lady Macbeth è complice dell’omicidio di Re Duncan di Scozia  e cerca disperatamente di lavare la macchia di sangue immaginaria che rappresenta i suoi sensi di colpa.

Prendendo come esempio un film conosciuto “The Aviator” voglio introdurvi una scena evocativa dove troviamo un Howard Hughes di nove anni, nudo, che viene lavato accuratamente dalla madre con un sapone nero, mentre lo mette in guardia dalle conseguenze del colera e del tifo, che nel 1913 avevano colpito la loro cittadina, Houston. Questa giovane donna, probabilmente anch’essa con disturbo ossessivo compulsivo, lascerà un segno indelebile nel figlio, che si ritroverà, adulto, nuovamente nudo a combattere con le ossessioni che sono entrate nella sua pelle come la schiuma di quel sapone da cui non saprà mai separarsi. “Tu non sei al sicuro mai” è una frase materna che ritornerà spesso nella mente di Hughes.

Howard ha un disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione, una paura patologica dello sporco e dei germi. Viene detta anche misofobia, rupofobia o germofobia.

L’alimentazione nella prima infanzia

frutta-nello-svezzamento

L’alimentazione è un momento molto importante della vita dei bambini poichè rappresenta uno scambio interattivo con il genitore che è alla base della relazionalità emergente (Stern, 1985): il pasto costituisce una situazione giornaliera che deve essere negoziata e che consente al bambino di esercitare la sua autonomia crescente (Stein, Woolley, & McPherson, 1999). Durante l’allattamento, in particolare, i due partner creano un ritmo condiviso: quando il bambino è attivo e succhia, la madre riduce la sua interazione, osserva e sostiene la suzione del figlio; quando invece il bambino ha una pausa nella suzione, allora la madre diventa più attiva, parla, lo accarezza, gli sorride (Kaye, 1982). Questa alternanza dei turni (turn taking) rappresenta la prima forma di dialogo che influenzerà successivamente i ritmi del dialogo verbale e dell’interazione sociale. I ritmi psicologici nell’alimentazione cambiano nel corso del tempo, in particolare contestualmente all’avvio dello svezzamento che richiede una nuova capacità di negoziazione fra la madre e il bambino: quest’ultimo ha raggiunto nuove capacità motorie e cognitive che lo rendono molto più attivo e capace di prendere iniziative; nel pasto, questo può dare luogo a comportamenti quali sputare il cibo, tenerlo in bocca, o serrare le labbra.

La capacità della madre di negoziare tra le spinte evolutive del bambino e i suoi stati mentali interni permette il riconoscimento dei segnali e dei bisogni del figlio e la loro accettazione: l’esperienza di negoziazione e di risoluzione del conflitto è importante in una età (12-18 mesi) in cui le risposte sociali, ostili ed aggressive iniziano ad emergere (Stein et al., 1999). Lo svezzamento inoltre è un momento molto delicato perchè, a partire dalla seconda metà del primo anno di vita, il passaggio dalla dieta esclusiva a base di latte, che non è più sufficiente, alla ingestione di nuove ed eterogenee sostanze alimentari della tipica dieta degli onnivori, potrebbe essere “rischioso”: molti nuovi cibi potrebbero non essere immediatamente accettati. Questi effetti sembrano essere mediati da precedenti modalità alimentari: bambini alimentati al seno sembrano accettare più prontamente nuovi cibi rispetto a bambini alimentati con latte in formula (Sullivan & Birch, 1994).

Chatoor (2008) descrive il processo di regolazione autonoma interna dell’alimentazione che caratterizza i primi tre anni di vita e che consente al bambino di acquisire progressivamente una maggiore consapevolezza dei suoi segnali interni di fame e di sazietà e di comunicarli al caregiver in maniera sempre più efficace. Tale processo si snoda attraverso tre fasi: la prima è caratterizzata dal raggiungimento dell’omeostasi, tra i due e i quattro mesi, in cui il compito evolutivo consiste nel raggiungere e mantenere uno stato di calma vigile necessario per alimentarsi in maniera efficace; difficoltà in questa fase si presentano quando il bambino o è troppo assonnato o è troppo irritabile e il genitore non riesce ad adattare le sue risposte in maniera appropriata. La seconda fase, dopo i quattro mesi, è caratterizzata dal raggiungimento della reciprocità diadica, per cui le interazioni bambino-caregiver si fanno più ricche e complesse, il bambino inizia a comunicare con maggiore intenzionalità e chiarezza la fame e la sazietà attraverso vocalizzi, segnali del corpo, e gli scambi alimentari diventano un processo mutualmente regolato. Infine la terza fase, tra i sei mesi e i tre anni, segna la progressiva acquisizione della regolazione autonoma dell’alimentazione che si accompagna ai processi di separazione e individuazione dalle figure di attaccamento: il bambino acquisisce la consapevolezza dei segnali fisiologici della fame e della sazietà distinguendoli dagli stati emotivi.

Le preferenze alimentari dei bambini derivano dalla quantità e dalla qualità di cibo cui il bambino è esposto: accetterà alcuni cibi e ne rifiuterà altri sulla base delle esperienze alimentari precoci. Le conseguenze fisiologiche, positive o negative, associate con l’esperienza alimentare hanno una forte influenza sulle preferenze alimentari: un malessere successivo all’ingestione di un nuovo cibo costituirà una possibile avversione condizionata per quel cibo mentre un senso piacevole di sazietà sarà un rinforzo positivo appreso (Birch, 1999). In questo pocesso di apprendimento, le pratiche alimentari genitoriali giocano un ruolo chiave. I genitori infatti scelgono i cibi da proporre, quali cibi sono proibiti, quando e dove mangiare: esiste una associazione tra l’intake nutrizionale dei genitori e l’intake nutrizionale dei figli già a partire dai sei mesi di età del bambino (Hart, Raynor, Jelalian, & Drotar, 2010). Inoltre, i genitori possono esercitare pratiche alimentari controllanti che includono la restrizione rispetto alla quantità di cibo e la pressione a mangiare di più: l’uso del controllo ha effetti negativi in quanto può determinare l’acquisizione di una regolazione alimentare che si baserà sui segnali esterni (pulire il piatto, ricompensa) anzichè sui segnali interni di fame e di sazietà (Birch, Fisher, Grimm-Thomas, Markey, Sawyer, & Johnson, 2001; Johannsen, Johannsen, & Specker, 2006).

Oltre a questi aspetti, vari studi hanno rilevato che il temperamento del bambino ha un ruolo molto importante nell’alimentazione: differenze individuali a livello temperamentale potrebbero spiegare perchè alcuni bambini ma non altri sono a rischio per il sovrappeso o per problemi alimentari di vario tipo, perchè alcuni bambini hanno una migliore relazione emotiva con il cibo rispetto ad altri, perchè i genitori usano specifiche pratiche alimentari con i figli (Haycraft, Farrow,Meyer, Powell, & Blissett, 2011). Dunque, l’alimentazione normale dipende dall’integrazione funzionale di un ampio range di funzioni fisiche e relazioni interpersonali durante lo sviluppo precoce, mentre difficoltà in uno o più di questi sistemi può dar luogo ad un problema alimentare (Bryant-Waugh, Markham, Kreipe, Walsh, 2010).