Essere genitori

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La genitorialità

 

La genitorialità è una funzione di importanza centrale nello sviluppo dell’individuo sia in presenza che in assenza della generazione, e costituisce un fattore comunque essenziale nell’evoluzione.

Il desiderio di avere un figlio è un desiderio complesso che si manifesta precocemente e ha una lunga storia nella vita di ogni individuo.

Viene espresso con le modalità immaginative e rappresentative fantastiche che sono a disposizione dell’individuo nel corso dello sviluppo, e si modifica costantemente rispondendo alle motivazioni interne e alle condizioni socioculturali esterne (Righetti, Sette, 2000).

Palacio-Espana (1996) definisce la genitorialità come un compito evolutivo carico di valenze conflittuali per il giovane adulto, ma irrinunciabile per l’accesso alla maturità individuale.

In letteratura spesso si trovano i due termini generatività e genitorialità usati in modo interscambiabile.

Per generatività si intende il processo che comporta l’atto del generare: rimanda quindi alla creazione di qualcosa, al superamento del narcisismo individuale e favore di un qualcos’altro, cui l’individuo può anche sacrificarsi.

Erikson (1950) definisce la “generatività” come la capacità di prendersi cura, di proteggere, di guidare, in modo responsabile, la generazione successiva aiutandola, attraverso un processo complesso di allevamento e di educazione, ad entrare a pieno titolo nella società degli adulti (Ammanniti, 1999).

Questo concetto ha un significato più ampio di “procreazione”, poiché i prerequisiti per lo sviluppo del senso di generatività sono rappresentati dalla fede nel futuro, dal credere nella specie, dal prendersi cura degli altri (Erikson, 1984).

La genitorialità richiama invece i processi interiori del “prendersi cura di” , del curare e dell’accudimento del bimbo.

Secondo Stern (1995) nella cura del figlio la coppia farà riferimento alle esperienze di accudimennto che aveva a sua volta ottenuto dai propri genitori, ritualizzando anche antiche modalità di rapporto.

La genitorialità è inoltre l’espressione del progetto di fare figli, del voler diventare genitori: progetto condiviso dalla coppia, della quale spesso esprime l’identità, o l’esistenza stessa (Bydlowski, 2004).

I processi di generatività e genitorialità sono intrecciati l’uno nell’altro, in quanto comunemente la generatività evolve verso la genitorialità, o viceversa, ciò spiega l’interscambiabilità dell’uso dei due  termini.

La genitorialità può essere considerata come il risultato dell’esperienza evolutiva: a livello soggettivo, in quanto si sviluppa enormemente attraverso l’esperienza quotidiana con i figli e affonda le sue radici nell’infanzia dell’individuo e, durante l’adolescenza, maturano le capacità di protezione e di accoglienza del bisogno e della sofferenza (Ammaniti, 1999); a livello culturale, poiché le forze socio-storiche le conferiscono significato; a livello sociale, il compito genitoriale è influenzato dal contesto sociale, dagli ideali, dalle credenze e dalle attese condivise riguardo a uomini e donne come genitori (Cusinato, 2005).

La genitorialità comporta una ristrutturazione della coppia a diversi livelli: in primo luogo si avrà una nuova modalità di funzionamento, di tipo triadico, in cui ogni membro dovrà potr avere il proprio posto, entro la rappresentazione relazionale familiare, senza vissuti di esclusione: da un punto di vista organizzativo deve avvenire una progressiva  integrazione e distribuzione dei ruoli di cura entro la coppia (Carli, 2002).

La transizione alla genitorialità può essere considerata, facendo riferimento alla prospettiva sistemica, come un “evento critico” e come tale porta in sé grandi cambiamenti che richiedono una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni e la riorganizzazione delle relazioni (Scabini, Cigoli, 2000).

Dal punto di vista organizzativo cambia la gestione del tempo e dei compiti in funzione dei ritmi di vita del bambino, aumenta la fatica e l’impegno, anche economico; bisogna ridimensionare la propria vita personale e sociale, cambiare l’organizzare del tempo libero e i rapporti sociali, ridefinire l’impegno lavorativo.

La transizione alla genitorialità ha inizio nel concepimento, infatti, già dalla gravidanza, si comincia  a creare una predisposizione psicologica che consentirà a entrambi i genitori una condivisione delle fantasie attorno al figlio che nascerà (Ammaniti, 1999).

Diventare genitori è un processo che si gioca fra rappresentazione e realtà e rispetto a questa predisposizione diversi autori hanno focalizzato la propria attenzione sulla madre.

La genitorialità è un processo psichico che accompagna l’esistenza dell’individuo: le tendenze psicodinamiche che motivano questo processo hanno origine nella relazione che la bimba ha sperimentato con la propria madre.

Solo un legame positivo ed un’identificazione positiva con la madre possono consentire alla donna di generare e di diventare una buona madre, portatrice di un rapporto originario con il proprio figlio, attivando così il processo della genitorialità.

Lo sviluppo della genitorialità in ogni donna rappresenta dunque un processo interattivo fra polarità di rappresentazioni psichiche e di esperienze di dipendenza dalla propria madre.

In particolare deve essere in grado di attivare il processo di “reverie” (Bion, 1965): la reverie è lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli oggetti provenienti dall’oggetto amato, il figlio, è la capacità di recepire le identificazioni proiettive del bambino, indipendentemente dal fatto che siano buone o cattive.

La capacità di reverie è una modalità della funzione genitoriale, che consente evoluzione e sviluppo ad un’altra vita mentale.

Anche l’uomo come la donna, durante il percorso verso la genitorialità affronta una serie di cambiamenti relativi al passaggio dalla posizione di figlio e marito a quella di padre e contemporaneamente si confronta con le fantasie conscie e inconscie attivate in lui dalla gravidanza e dalla maternità della moglie.

L’uomo si trova anch’egli in una nuova fase di sviluppo, a confronto con importanti cambiamenti che gli richiedono la destrutturazione del suo precedente equilibrio ed un lavoro di riadattamento e di riorganizzazione.

Molti autori hanno parlato della maternità e della paternità come “fasi di sviluppo” (Bibring, 1959; Benedek, 1959; Pines, 1972; Pazzagli, 1981, 1983; Smorti, 1987).

In questa evoluzione l’uomo dovrebbe riuscire ad elaborare parallelamente a quella femminile, una “preoccupazione materna primaria” (Smorti, 1987) cioè la capacità di “prendersi cura” che durante la gravidanza viene rivolta alla compagna, con il parto al figlio.

Si svilupperebbe anche una funzione di “reverie paterna” (Delaisi De Perseval, 1982) attraverso la ricerca di un rapporto diretto con il bimbo, cominciando dai tentativi di stabilire un dialogo comunicativo in gravidanza “attraverso la pancia” della propria compagna.

Per il padre l’immagine del bimbo arriva tardi, non in gravidanza, ma alla nascita, solo con la nascita del figlio si avrebbe nell’uomo la presa di coscienza della paternità (Ventimiglia, 1996).

Il desiderio di paternità si presenta all’interno della coppia, quando il legame è vissuto come sicuro, stabile e duraturo, tale per cui la coppia può aprirsi ad un nuovo elemento che rappresenta il futuro: nasce un progetto di generatività e genitorialità, l’uomo contribuisce all’elaborazione mentale del bimbo e la coppia costruisce insieme un immagine di quello che sarà il proprio figlio (Badolato, 1993; Ambrosini, Bormida, 1995).

Stern (1995) fa riferimento alla “costellazione materna” come sistema motivazionale centrale nel corso della gravidanza e del primo anno di vita del bambino e al mondo delle rappresentazioni, le reti dell’ “essere con”, che comprende le speranze, le paure, i sogni, le fantasie relativi al bambino e a sé come genitori, i ricordi della loro infanzia, i modelli e le aspirazioni per il futuro del bambino.

Queste rappresentazioni sono parallele per il padre e per la madre e influenzeranno il modo di occuparsi del bambino (Stern, 1995).

La tesi del modello biologico evoluzionistico di una presunta predisposizione femminile alla cura della prole non è confermata dalle recenti ricerche.

Lamb et al. hanno dimostrato che nel comportamento umano non esistono significative differenze tra uomini e donne nelle abilità necessarie alla cura dei bambini. (Labbrozzi, 2005).

Pertanto la suddivisione delle attività e dei compiti di cura e di educazione tra i genitori ha una variabilità molto ampia a seconda delle diverse famiglie e del tipo di organizzazione che i genitori si sono dati e spesso i genitori tendono ad assumere ruoli complementari (Labbrozzi, 2005).

Dalla nascita del bambino i genitori devono confrontarsi con il figlio reale che è diverso da quello ideale fantasticato e atteso, per cui è necessario capire la diversità tra l’oggetto reale del proprio desiderio e il soggetto reale con cui si entra in relazione e adeguarvisi.

Se le aspettative sono eccessivamente elevate e poco rispondenti alla realtà, i genitori potranno sperimentare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle eventuali difficoltà del figlio (Malagoli Togliatti, Lubrano Lavadera, 2002).

In questi ultimi decenni molti ricercatori hanno studiato la genitorialità, chi prendendo in considerazione le rappresentazioni materne (Ammaniti, 1992; Ammaniti, Candelori, Pola, Tambelli 1995; Fava Vizziello, Invernizzi, 1997), chi indagando le prime interazioni triadiche (Fivaz Depeursinge, Corboz-Wanery, 1999), chi ancora focalizzando i temi dell’attaccamento prenatale (Cranley, 1981; Mercer, Ferketich, May, De Joseph, Sollid, 1988; Muller 1993, 1996; Grace 1989; Condon, Corkindale 1997; Laxton-Kane, Slade, 2002; Cannella 2005; Della Vedova 2005; Dabrassi, Imbasciati, 2007), dell’adattamento della coppia nella transizione alla genitorialità (Carli, 1999; Cowan e Cowan 2000, 2005; O’ Brien e Peyton 2002; Simonelli, Fava Vizziello, Bighin, De Palo, Petech, 2007), delle relazioni reali, delle rappresentazioni e delle identificazioni proiettive (Belsky 1984; Belsky, Rosemberg, Crnic 1995; Manzano, Palacio Espasa, Zilkha, 2001) senza dire della vasta mole di lavori che ormai da tempo si enumerano sull’attaccamento e sulle interazioni familiari (Ainsworth, Blehar,Waters,Wall, 1978; Ainsworth, 1985; Stern, 1988, 1995; Condon, Dunn, 1988; Zimmermann 1999; Manzano, Palacio Espansa, Zilkha, 2001; Fonagy,Target, 2001, Manfredi, Imbasciati, 2004).

Generalmente, al di là delle specificità delle ricerche, il focus è posto sul rilievo di variabili psichiche che concorrono a definire determinate forme di genitorialità, diversi tipi di funzionamenti nelle relazioni con i figli.

Sappiamo che le esperienze che viviamo sono potenzialmente trasformative (Bion 1962); l’esperienza di diventare madri e padri per la pregnanza affettiva che riveste, a livello individuale, di coppia, familiare, transgenerazionale e per le sue declinazioni nella dimensione del passato, del presente e nel futuro, si candida ad essere una delle esperienze più significative nella vita adulta.

È quindi legittimo chiedersi a quali tipi di cambiamenti vanno incontro gli adulti che divengono genitori, come cambia la percezione di sé, la valutazione, il bilancio sulla propria vita ed anche come si modificano piccole evenienze quotidiane che accompagnano la nostra esistenza (Manfredi, 2007).

McGoldrick, Heiman e Carter (1993), ritengono che con il passaggio alla fase genitoriale la famiglia si trasforma in una triade, che assume, per la prima volta, l’immagine di un sistema permanente.

La nascita di un bambino vincola in maniera indelebile il legame genitoriale che si viene a costituire.

Passare dall’essere solo coniugi o partners all’essere anche genitori diventa perciò una transizione chiave del ciclo di vita individuale maschile e femminile e di quello della famiglia.

Il figlio è, per questo motivo, l’espressione concreta della progettualità di coppia: non solo fa operare tra i due partners un passaggio dalla diade alla triade, ma provoca, auspicabilmente, un più profondo consolidamento della diade stessa.

L’obiettivo centrale della transizione alla genitorialità consiste nell’acquisire la capacità di prendersi cura in modo responsabile dei figli nati dall’unione (Erickson, 1982).

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