CONDOTTE AUTOLESIVE IN ADOLESCENZA

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Attualmente numerose ricerche in ambito clinico hanno rivolto l’attenzione verso le condotte autolesionistiche intenzionali. Per autolesionismo si intende quella condotta intenzionale che causa un danno o una lesione al proprio corpo o alcune parti di esso. Tali atti non devono essere associati ad un intento suicidario, non devono verificarsi in risposta ad allucinazioni e in presenza di  diagnosi di autismo o ritardo mentale grave (Favazza e Rosenthal, 1993).

Tale fenomeno è in crescente aumento nella popolazione non clinica e tra gli adolescenti, nonostante le indagini epidemiologiche su tali popolazioni siano attualmente poco numerose. Favazza, per primo, ha condotto nel 1992 una ricerca epidemiologica in un campione non clinico da cui è emerso che il 14% di studentesse frequentanti il college mette in atto azioni autolesive ripetitivamente e intenzionalmente. Sono state condotte, inoltre, ricerche su campioni clinici di adolescenti ricoverati, da cui è emerso che circa il 40% dei soggetti mette in atto condotte autolesionistiche e con una incidenza maggiore nel sesso femminile.

Gratz (2001) rileva una percentuale pari al 35% di studentesse di college che mettono in atto comportamenti autolesivi e Van der Kolk dal 7-10% nei pazienti psichiatrici e il 5% in quelli con disturbi di personalità (1991).

Nonostante tale fenomeno sia di una certa rilevanza clinica, tra gli studiosi del settore rimane un certo riservo a definire una misura dell’autolesionismo intenzionale e ripetitivo. Per tali motivi, attualmente nel panorama scientifico internazionale, ma soprattutto nazionale, non esistono strumenti standardizzati e validati. Una delle ragioni è il fatto che il termine “autolesionismo” viene utilizzato per descrivere comportamenti differenti tra loro. Ad esempio, numerosi autori utilizzano il termine “autolesionismo intenzionale” operando una netta distinzione con le condotte suicidarie al contrario, altri li considerano sinonimi (Gratz, 2001).

Favazza (1996) fu il primo a proporre una dettagliata descrizione di tale fenomeno differenziando due forme principali: una patologica e una culturale, socialmente accettata e presente soprattutto nelle popolazioni tribali.

Successivamente, sempre dallo stesso autore vengono identificate tre forme di autolesionismo patologico, in relazione alla frequenza e alla quantità di tessuto corporeo danneggiato:

a) l’automutilazione MAGGIORE include atti drastici come l’autocastrazione, l’amputazione di un arto o l’asportazione di un occhio. Questi atti sono frequentemente presenti nelle psicosi o compaiono in seguito ad una intossicazione acuta e hanno spesso un connotato religioso o sessuale, inteso come penitenza di immaginari peccati sessuali o in risposta a sollecitazioni provenienti da entità divine. Nonostante la gravità delle ferite procurate queste persone provano, in seguito, scarso dolore e poco rimorso.

b) l’automutilazione STEREOTIPICA include atti come sbattere la testa, mordersi e grattarsi. Queste condotte ritmiche e monotone sono comunemente associate a disturbi cerebrali organici, ritardo mentale, autismo e sindrome di Tourette. Si ritiene che alcuni di questi comportamenti altamente ripetitivi siano un tentativo di indurre stimolazioni o, al contrario, di ridurre l’intontimento.

c) l’automutilazione SUPERFICIALE/MODERATA è la forma più comune di condotta autolesionistica e comprende azioni quali: tagliarsi, bruciarsi, graffiarsi, ferirsi, tirarsi i capelli, procurarsi contusioni, rompersi le ossa, sbattere la testa, interferire con la guarigione delle ferite. Può essere associata a disturbi di personalità, disturbo post traumatico da stress, disturbo dissociativo, depersonalizzazione, depressione e disturbo da controllo degli impulsi. L’insorgenza è individuabile nel periodo adolescenziale e può persistere per decenni.

I soggetti che praticano questo tipo di automutilazione utilizzano svariati strumenti taglienti per procurarsi tagli relativamente poco profondi nella pelle. Alcuni lo fanno sporadicamente, altri ripetutamente, assumendo così l’identità di cutter, pensano continuamente a ferirsi sentendosi dipendenti dal loro comportamento. Essi agiscono in segreto non parlano del proprio disturbo perché provano vergogna e sensi di colpa e, spesso, devono sopportare giudizi sprezzanti e comunemente vengono chiamati “pazzi”, “psicotici” o “persone in cerca di attenzione”.

Favazza, inoltre, suddivide l’automutilazione superficiale/moderata in tre sottotipi: episodico, ripetitivo e compulsivo.

Il tipo “compulsivo” è il più ripetitivo e ritualistico dei tre sottotipi indicati e può ripetersi più volte al giorno. Un esempio è la tricotillomania, in cui si avverte la necessità di strapparsi i capelli a ciocche dal capo, le sopracciglia, i peli dagli arti o dal pube. Questi atti sembrano funzionare in modo simile ai disturbi ossessivo-compulsivi.

Nel tipo “episodico” le azioni sono occasionali e in forma di episodi. E’ caratterizzato da impulsività e può essere causato da condizioni psicopatologiche quali il disturbo post traumatico da stress, la depressione, i disturbi dissociativi. I cutters episodici si feriscono per alleviare la tensione, sfogare la rabbia, recuperare un senso di autocontrollo e interrompere stati di “morte emotiva”. Il sottotipo “ripetitivo“, infine, si differenzia dal sottotipo episodico per la maggior frequenza e per l’importanza che tali atti assumono nelle vita di una persona. I cutters ripetitivi si feriscono in modo cronico e sviluppano un’identità che stabilmente ruota intorno all’automutilazione. Tali soggetti si identificano con i loro stessi sintomi al punto tale di credere che non esista nulla a parte il loro vuoto interiore e che qualora gli fosse impedito  di tagliarsi, “cadrebbero a pezzi, impazzirebbero, sparirebbero e smetterebbero di esistere”. I comportamenti autolesionisti ripetitivi sono comunemente associati con altri disturbi del controllo degli impulsi, come la cleptomania, abuso di sostanze, disturbi alimentari (35-80%).

Quest’ultimo sottotipo di autolesionismo rappresenta la modalità più frequente ed é maggiormente osservabile nella popolazione clinica in particolare, tra coloro che presentano Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbi Dissociativi, Disturbo Borderline e Antisociale di Personalità (Gratz, 2001).

In base ai dati presenti in letteratura, che analizzano la relazione tra l’aver subito esperienze traumatiche in età infantile e la messa in atto di condotte autolesive, alcuni eventi  possono essere definiti “traumatici” secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IVª Edizione (DSM-IV TR). Nello specifico  gli eventi accaduti direttamente alla persona quali aggressione personale violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo, rapina), rapimento, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra, disastri naturali, gravi incidenti automobilistici, ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita. In questo ambito si inseriscono anche gli eventi traumatici correlati agli abusi sessuali e i maltrattamenti fisici che comprendono tutte quelle esperienze sessuali inappropriate per l’età. Gli eventi accaduti in qualità di testimoni tra cui l’osservare il ferimento grave o la morte improvvisa  a cui il soggetto è legato affettivamente dovuti ad assalto violento, incidente, guerra o disastro o malattia. Gli eventi di cui si è venuti a conoscenza che comprendono aggressione personale violenta, grave incidente, o gravi lesioni subiti da un membro della famiglia o da un amico stretto; il venire a conoscenza della morte improvvisa, inaspettata, di un membro della famiglia o di un amico stretto.