Genitori separati

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Un rapporto di coppia può ad un certo punto della storia evolutiva incanalarsi verso crisi e conflitti perché le strade dei coniugi si divergono o gli eventi possono far scaturire emozioni e tensioni forti a diversi livelli intrapersonali e interpersonali, non facilmente gestibili dal singolo e dalla coppia stessa.

Quando cadono le illusioni che hanno fatto sì che la coppia si incontrasse, i due patti (consapevole e segreto), che li hanno uniti, non tengono più e nel loro incastro diventano troppo contraddittori. Quando vi è l’impossibilità a rilanciare il patto segreto è esaurita la soddisfazione dei bisogni che hanno reso particolare quel legame. La frattura che si crea è insanabile, scompensa e rende fragili. Tutto il sistema famiglia viene coinvolto, e a volte i comportamenti che i coniugi tengono possono non essere equilibrati e avere una ricaduta di sofferenze e disagio anche sui i figli. La maggior parte delle separazioni non è il risultato di una volontà consensuale, in generale accade che sia uno dei due che lasci l’altro, uno vuole uscire e l’altro vuole continuare la relazione.

Il conflitto non è né positivo né negativo, è necessario al cambiamento, è importante gestirlo attentamente, convogliare l’energia che genera utilizzandola al meglio in modo cooperativo e quindi costruttivo.

La conflittualità che si verifica nella coppia può essere un momento positivo e di richiesta di necessità di cambiamento e di crescita, non necessariamente negativo in termini di lotta e di distruzione dell’altro. Nella separazione, pur dolorosa, il conflitto può essere un’opportunità di trasformazione.

La separazione è sempre un evento sconcertante, a volte improvviso anche se vi sono precedenti segnali e fatti premonitori a volte non letti o negati. All’interno della famiglia infatti possono esserci stati ripetuti litigi ed incomprensioni sempre più frequenti che hanno portato evidenti squilibri relazionali e carenze comunicative. La situazione diventa complessa, piena di tensioni, emozioni, turbamenti e nonostante sia un evento abbastanza comune al giorno d’oggi essa è sempre difficile da affrontare.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma una modificazione della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione. Ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all’interno della coppia.

Valutando l’evento della separazione dei genitori come un fattore di alto rischio psicopatologico qualora i figli vengano coinvolti e “usati”, tuttavia non è possibile ritenere che le conseguenze per i figli delle coppie separate conducano necessariamente ad essere soggetti a rischio.

Studi longitudinali rilevano che dopo una fase critica i bambini riescono a trovare un equilibrio; hanno attraversato anch’essi le fasi del dolore e della perdita come i loro genitori, in particolare nel primo anno di separazione che è considerato il più difficile. Per limitare i danni i genitori devono impegnarsi a mantenere una responsabilità condivisa e rassicurali sul piano affettivo, sociale ed economico.

Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall’angoscia che deriva dall’essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che “la battaglia” non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l’adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.

I figli possono esprimersi e manifestare comportamenti in modo diverso di fronte la scelta fatta dai genitori; certamente non va trascurata l’influenza delle variabili personali quelle legate all’ età, al genere, alle tappe dello sviluppo psicologico e l’abbozzo di personalità, ma si crede comunque vi siano delle risorse anche nei bambini, come negli adulti, nel fronteggiare gli eventi stressanti. (Canevelli , Lucardi 2000)

Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.  In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.

E’ opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare.  Egli riesce, invece, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.

Nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l’entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l’intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell’influenza di questi diversi fattori.

Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l’elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia.

Alcuni risultati di ricerche (Wallerstein J. – Kelly J. 1980) sui comportamenti dei figli nelle coppie separate hanno rilevato alcuni possibili vissuti e reazioni in relazione alle fasce d’età.

Per un bambino piccolo, diventa difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra i genitori, punti di riferimento vitale, e tra i genitori e lui; perché non possiede strumenti cognitivi sufficienti per capire ed elaborare la situazione di cambiamento e di perdita di uno dei genitori. Crede di essere la causa della separazione, si sente in colpa e di non  32 essere un oggetto d’ amore da impedire la rottura definitiva tra mamma e papà. L’allontanamento di un genitore innesca la paura di abbandono che può verificarsi anche

in futuro negli anni. Si riscontano nei bambini molto piccoli frequenti regressioni comportamentali:

ricerca continua di protezione e di affetto, problemi di sonno, disturbi alimentari, succhiarsi il dito, difficoltà del controllo sfinterico, già a suo tempo acquisito.

Nei bambini un po’ più grandi, tra i 3 e i 6 anni, le reazioni sono per lo più reattive con punte di aggressività, manifestano rabbia a volte generalizzata, mordono compagni, distruggono oggetti, maltrattano animali. Tuttavia hanno paura di farsi male e si sentono cattivi, creano un’immagine negativa di sé, e si ritengono responsabili della separazione dei genitori.

I bambini tra i 7 e 10 anni hanno maggiore consapevolezza della separazione genitoriale e manifestano sentimenti di tristezza e di dolore; esprimono la rabbia in modo diretto e organizzato verso un oggetto, che può essere nello specifico o il padre o la madre. Inoltre presentano sintomi psicosomatici che vanno dal mal di testa ai dolori di stomaco e all’ asma cronica.

I figli adolescenti hanno ancor più consapevolezza e comprensione della separazione dei genitori, anche perché riescono ad averne una distanza psicologica. A volte maturano sul piano psicologico ed emotivo, altre volte possono avere un blocco della autostima. Le reazioni, tuttavia, possono essere di varia natura, come l’ alternanza di fasi depressive e fasi di aggressività, fughe da casa oltre alla presenza di sintomi ipocondriaci e di comportamenti antisociali, di abbandono scolastico.

La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.

D’altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.

Bisogna guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, realizzando interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale. Tali interventi rappresentano un’efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di “ereditarietà”, certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati.

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