La violenza in gravidanza

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Il problema della violenza sulle donne negli ultimi 10 anni è stato riconosciuto universalmente come un problema di salute pubblica ed ha ricevuto una sempre maggiore attenzione da parte delle più autorevoli Organizzazioni Internazionali. Nell’immaginario collettivo l’atto violento verso una donna, verso un oggetto debole, sia esso uomo, anziano o bambino ben poco ha a che fare con la quotidianità della vita. Più che percepirlo come fatto di scarso rilievo esso è esorcizzato anche nel

nostro Paese quale espressione in qualche misura eccezionale, legato a condizioni di marginalità culturale e/o sociale o connesso a situazioni patologiche definibili e perciò riconoscibili anche se eclatanti nel momento dell’espressione violenta e quindi degne della massima attenzione.

La “violenza in gravidanza” è parte integrante e particolare di un fenomeno complesso e di difficile analisi e lettura, per il quale l’elemento da tutti concordemente sottolineato è la vastità del “numero oscuro” che si colloca e si percepisce dietro i casi “emersi” alla conoscenza e valutazione. All’origine dell’assenza di dati complessivi e coerenti in tema sta’ anche l’intrico di motivazioni che spesso inducono le stesse vittime a nascondere sotto altra genesi la violenza subita. Sotto il profilo statico l’ OMS valuta che nel mondo circa una gravida su quattro ogni anno sia oggetto di violenza da “generico” oppressore, i dati Istat stimano in 500 mila stupri compiuti o tentati in Italia.

Uno dei “miti” più diffusi è quello che la gravidanza in qualche modo protegga da violenza e maltrattamenti. La gravidanza che rende la donna più vulnerabile, con una riduzione della sua autonomia tanto emotiva che finanziaria, induce evidenti mutamenti, può essere vissuta dal partner come una opportunità per affermare più agevolmente potere e controllo sulla donna. Infatti, è riportato come il 22% dei maltrattamenti abbia inizio proprio in gravidanza specie nel secondo e terzo trimestre, ed essi, se iniziati prima, continuino nel 70% e si verifichino episodi più frequenti e gravi di quelli già in precedenza avvenuti nel 17% dei casi.

Tra i motivi ricorrenti per spiegare i comportamenti violenti del partner (futuro padre) rivolti alla donna (futura madre) vi è quello dell’aumento di stress che la gravidanza della partner comporta per l’uomo. La gravidanza, per certi uomini, sarebbe fonte di stress e di frustrazione che si traduce in violenze sulla fonte di disagio percepita: la madre e il nascituro. Il motivo per cui la gravidanza della partner potrebbe essere fonte di stress per l’uomo non è stato ancora chiaramente elucidato dalla ricerca psicologica. Sembra che gli uomini, più delle donne, vivano con stress e ansia l’idea dell’infedeltà sessuale della partner, mentre le donne sono più angosciate dall’infedeltà affettiva e dalla prospettiva di essere abbandonate dal partner.

Anche il puerperio è indicato quale “momento di particolare rischio”, poiché segnerebbe la ripresa di comportamenti violenti cessati in precedenza. In realtà, molti sostengono che le donne in gravidanza non sono più a rischio di quelle fuori dalla gravidanza. La violenza in ambito familiare sembrerebbe prescindere da momenti particolari della vita familiare e in particolare da condizioni specifiche della donna, ma la sua genesi sarebbe da ricercarsi nelle espressioni e nelle collocazioni nel contesto sociale che supportano e coinvolgono anche le relazioni affettive primarie.

Lo svincolo familiare

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Lo “svincolo” è quella fase di passaggio dalla famiglia al mondo esterno.
Oggi questa transizione rispetto al passato si è molto prolungata, infatti assistiamo “ad un ingresso nell’adolescenza sempre più precoce (11-12 anni) ad un prolungamento di questa (fino a 19- 20 anni) ed alla costituzione di una nuova fase denominata post-adolescenza o fase del giovane-adulto (che si può protrarre sino ai 35 anni)” (Scabini, Cigoli 2000).

A tal proposito uno dei passi più difficili da compiere nel corso dell’esistenza è quello della fase di passaggio dalla famiglia verso il mondo esterno. Questa fase di passaggio che solitamente avviene in un’età variabile tra i 18 ed i 30 anni, è oggi più ritardata di quanto non fosse in epoche precedenti, dove già verso i 12 anni per le donne ed i 16 per gli uomini la famiglia veniva meno nei suoi compiti di cura e sostentamento dei figli e li mandava verso il mondo.
Vi sono molteplici ragioni socio-culturali che oggi ritardano questa fase, non a caso l’Italia è famosa nel mondo come la terra dei “mammoni”, questo per via di tutta una serie di peculiarità che hanno radici sia nella politica che nell’economia. Sotto un punto di vista prettamente psicologico, questo è poco importante, perchè ciò che conta non è tanto quello che avviene a livello esterno, quanto a livello interno.

La fase di svincolo quindi è rimandata, i motivi sono fondamentalmente due:
1- la società è respingente (difficolà nell’inserimento lavorativo, precarietà, costo della vita elevato, incertezze, ecc.);
2- la famiglia accogliente (sostegno economico, notevole libertà, ampi margini di negoziazione, clima supportivo e aconflittuale).

Svincolarsi dalla famiglia di origine per una vita propria comporta il completamento del processo di individuazione, che vede il suo culmine durante la fase adolescenziale, con il progressivo spostamento degli investimenti affettivi dalla famiglia verso l’esterno e la crescente differenziazione del ragazzo da questa con la costruzione di un proprio progetto di vita.

Ma la difficoltà di oggi è far raggiungere la piena responsabilità adulta alla nuova generazione, anche perchè il momento della “separazione” è un periodo di cambiamento per il figlio ma anche per i genitori.
Come dicono Scabini e Cigoli (2000), “ogni transizione è segnata, in misura diversa, da due grandi temi affettivi: il dolore della perdita di ciò che si lascia (il vecchio) e la speranza- fiducia di ciò che si acquista”, ed oggi si è più concentrati sul distacco, su ciò che si perde piuttosto che su quello che si riceve, dato che le speranze e la fiducia vengono meno.

Se le dinamiche all’interno della famiglia e la sua riorganizzazione nel tempo si confanno alla progressiva crescita dei figli e ai loro crescenti bisogni di autonomia, il processo di separazione-individuazione può completarsi con successo fino a culminare nello svincolo.

Fondamentale è l’atteggiamento dei genitori che influenzano il buon esito o meno dello svincolo.
“L’atteggiamento più adeguato è assunto da quei genitori che esprimono la tristezza per il distacco del figlio unita però alla convinzione di essere in grado di superare l’inevitabile vuoto che essa comporta” (Scabini, Cigoli 2000), in questo momento la coppia come tale deve prepararsi all’uscita dei figli cercando di reinvestire su di essa. Il rapporto di coppia torna ad essere centrato sulla coppia coniugale e può godere di maggiori spazi e tempi per sè. La donna che ha investito e sacrificato la vita per i figli può provare un forte senso di vuoto e di inutilità.
Sempre più frequentemente questo momento è un periodo critico per la coppia e non a caso negli ultimi anni aumentano le separazioni di coppie con figli giovani- adulti.

In alcuni casi però può invece accadere che la famiglia si blocchi per qualche motivo nei suoi compiti di sviluppo, che le dinamiche interattive all’interno del sistema, anziché favorire,ostacolino  la progressiva individuazione e autonomia dei figli. Una difficoltà che segnala quella da parte dei componenti della famiglia di separarsi.

Problematicità che fanno capo al mantenimento di un equilibrio familiare disfunzionale nel quale il figlio ha un suo ruolo preciso nell’evitare l’esplosione delle conflittualità tra i genitori. Il suo ruolo è quello di mantenere unita la famiglia attraverso il sintomo, rispondendo in questo modo alle inconsapevoli richieste dei genitori incapaci di separarsi da lui, a loro volta probabilmente non ben individuati.

E’ proprio in questa fase di passaggio che si celano i rischi maggiori di psicopatologia e di sviluppo di sintomi, o nelle fasi successive a questa, laddove questo compito evolutivo non sia stato assolto in maniera adeguata.
Quello che tecnicamente viene definito “svincolo”, comporta una serie di disinvestimenti emotivi dalla famiglia di origine, ed una serie successiva di investimenti nel mondo esterno: lavoro, partner, creazione di una nuova famiglia. Questo può essere complicato laddove vi siano delle dinamiche o dei problemi non risolti nelle generazioni precedenti, una sorta di eredità familiare che può comportare, a volte, l’impossibilità di compiere questo passo.

E’ in questo caso appunto che il giovane può nei casi peggiori non arrivare a svincolarsi dalla propria famiglia manifestando ad esempio una sintomatologia psichica non lieve o, in altri casi, incontrare difficoltà nei contesti esterni alla famiglia (sociale, lavorativo affettivo relazionale sentimentale) esprimendo magarisintomi di natura nevrotica o ancora, andarsene di casa svincolandosi a livello pratico ma non emotivo, restando affettivamente dipendente dai genitori. Un lavoro terapeutico sulla comprensione delle dinamiche e delle proprie “eredità” familiari può aiutare a lasciare i vecchi “ormeggi” per poter essere pronti a “salpare” verso nuovi lidi.

 

I disturbi dell’alimentazione

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I disturbi dell’alimentazione consistono in disfunzioni del comportamento alimentare e/o in comportamenti finalizzati al controllo del peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Nella classificazione dei disturbi alimentari rientrano: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi da alimentazione incontrollata.

I disturbi alimentari sono un modo per comunicare sofferenze quali lutti, abbandoni, abusi e maltrattamenti spesso in età precoce.  Pensare in modo ossessivo al “cibo-corpo-peso” diventa un anestetico che permette di non sentire la sofferenza. È un’auto-cura. Questo è un modo per sopravvivere. In Italia sono oltre 3 milioni di persone a soffrire di DCA (disturbi del comportamento alimentare), oltre l’ 80% hanno subito abusi e maltrattamenti. Nell’ 85% dei casi si tratta di donne adulte, adolescenti e bambine. Negli ultimi anni il fenomeno riguarda anche gli uomini (circa il 20%). Questi disturbi non devono essere scambiati per malattie dell’appetito. Sono disagi psicologici profondi, “malattie dell’amore”. L’ approccio nutrizionale non  permette di elaborare le autentiche cause di questa grave patologia che copre una disperata fame d’amore.

L’anoressia e la bulimia sono la più grave forma di dipendenza che esita nonostante siano ancora sommerse.

“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima a un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe trovare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale, a trecentossanta gradi, del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe anche fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo” (Fabiola De Clercq, 1998, Fame d’Amore, Rizzoli).

Il disturbo alimentare è un evento che colpisce l’individuo e il suo nucleo familiare, come un trauma, una violenza inaspettata, che coglie impreparati e provoca dolore, impotenza, ansia, rabbia.

I problemi che interessano la figlia o la sorella anoressica (in 9 casi su 10 la paziente è una donna) sono così evidenti e drammatici da rendere impossibile la negazione. Il dimagrimento, i disturbi psico-fisici, il rischio di morte devono essere affrontati ad ogni costo e, possibilmente, accettati.

L’accettazione implica però una presa di responsabilità, soprattutto da parte dei genitori, che costituiscono, involontariamente, la principale causa eziologica della malattia anoressica.

Quando è evidente che i tentativi di far mangiare la figlia non sono sufficienti, quando si scopre che non esistono farmaci per “far tornare l’appetito” (la prima facile spiegazione che si dà una famiglia), allora diviene necessario capire cosa porta una ragazza al desiderio di scomparire, cosa nasconde la magrezza. Ed è in questo momento che la famiglia si scopre falsamente perfetta e la madre fa i conti con il suo essere un Drago per la figlia.

La madre-coccodrillo di Recalcati o la madre-drago di Dillon Weston non ha mai preso in considerazione la possibilità di ricercare una propria felicità che non sia solo narcisistica o la possibilità che la figlia abbia un’esistenza diversa da sé, separata e separabile, anzi ne fa un suo prolungamento fisico e psichico.

La figlia diviene una realizzazione idealizzante di sé, destinata a salvarla dalla frustrazione e dalla solitudine; è costretta a vivere esperienze destinate ad un adulto, ad una madre che non è stata capace di contenerle, elaborarle, delimitarle (Marinelli, 2004).

Si scopre ancora, paradossalmente, che la “non fame” alimentare dell’anoressica nasconde un’immensa fame d’amore: verso il padre, poco o nulla presente o, al contrario, portatore di un abuso materiale, mentale o fantasticato, o verso la madre che nutre meccanicamente e senza amore con un cibo materiale, freddo, elargito per dovere che sostituisce con gli alimenti la presenza fisica e psichica che non è capace di dare(Recalcati, 1997).

La donna con disturbo alimentare ha il bisogno di essere riempita, amata, fecondata, dall’amore materno e dal piacere del padre, dall’esperienza della propria efficacia e coesione, è andato distrutto o è stato sostituito dalla difesa compiacente, dalla rinuncia di sé per fare spazio alla madre e alla vita di quest’ultima.

L’anoressica è allora la protettrice di una falsa e precaria unità familiare: fermando ad ogni costo la sua crescita e la separazione dalla famiglia (da cui anzi diventa anche più dipendente per i problemi di salute che accompagnano l’anoressia), l’angoscia di separazione dalla madre (e talvolta anche dal padre) trova consolazione e congela la famiglia in un “tempo sospeso” (Ferro et al., 1992).

L’illusione di riuscire a sospendere la transizione adolescenziale è una credibile risposta alle difficoltà della famiglia a compiere il passaggio da una fase all’altra del ciclo vitale della figlia, in stretta adesione ad un mito di rigida unità familiare che non si può trasgredire e che blocca la famiglia in un eterno presente senza futuro. La ragazza anoressica vive il duplice ruolo di difendere questo mito rimanendo con le fattezze di una bambina, che segue “vincoli invisibili di lealtà” per regredire e proteggere la famiglia e, al tempo stesso, trasgredire questo mito, perché il suo digiuno ostinato spezza traumaticamente la tranquillità familiare (Onnis, 2005).

L’anoressica, figlia di una madre Drago che vuole divorarla, non può far altro che ridurre il proprio corpo, renderlo solo ossa dure, impenetrabili e inaccessibili. Solo così potrà salvarsi dalla madre divoratrice (Recalcati, 1997).

Secondo Jung, l’archetipo della Madre Drago è il “simbolo della madre bisognosa che non può permettere ai figli di andarsene, perché ha bisogno di loro per la sua stessa sopravvivenza psichica”; è una Madre Terribile che divora i figli prima che riescano a reclamare un diritto alla separatezza (Dillon Weston, 2005).

Il vuoto anoressico appartiene alla paziente ma anche al suo gruppo familiare, che manca dell’ossigeno psichico che mantiene vivo il sé. Questo impoverimento emotivo risale alle generazioni precedenti, è intessuto da regole segrete che legano i familiari con legami asfissianti e patologici (Dillon Weston, 2005).