Lo svincolo familiare

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Lo “svincolo” è quella fase di passaggio dalla famiglia al mondo esterno.
Oggi questa transizione rispetto al passato si è molto prolungata, infatti assistiamo “ad un ingresso nell’adolescenza sempre più precoce (11-12 anni) ad un prolungamento di questa (fino a 19- 20 anni) ed alla costituzione di una nuova fase denominata post-adolescenza o fase del giovane-adulto (che si può protrarre sino ai 35 anni)” (Scabini, Cigoli 2000).

A tal proposito uno dei passi più difficili da compiere nel corso dell’esistenza è quello della fase di passaggio dalla famiglia verso il mondo esterno. Questa fase di passaggio che solitamente avviene in un’età variabile tra i 18 ed i 30 anni, è oggi più ritardata di quanto non fosse in epoche precedenti, dove già verso i 12 anni per le donne ed i 16 per gli uomini la famiglia veniva meno nei suoi compiti di cura e sostentamento dei figli e li mandava verso il mondo.
Vi sono molteplici ragioni socio-culturali che oggi ritardano questa fase, non a caso l’Italia è famosa nel mondo come la terra dei “mammoni”, questo per via di tutta una serie di peculiarità che hanno radici sia nella politica che nell’economia. Sotto un punto di vista prettamente psicologico, questo è poco importante, perchè ciò che conta non è tanto quello che avviene a livello esterno, quanto a livello interno.

La fase di svincolo quindi è rimandata, i motivi sono fondamentalmente due:
1- la società è respingente (difficolà nell’inserimento lavorativo, precarietà, costo della vita elevato, incertezze, ecc.);
2- la famiglia accogliente (sostegno economico, notevole libertà, ampi margini di negoziazione, clima supportivo e aconflittuale).

Svincolarsi dalla famiglia di origine per una vita propria comporta il completamento del processo di individuazione, che vede il suo culmine durante la fase adolescenziale, con il progressivo spostamento degli investimenti affettivi dalla famiglia verso l’esterno e la crescente differenziazione del ragazzo da questa con la costruzione di un proprio progetto di vita.

Ma la difficoltà di oggi è far raggiungere la piena responsabilità adulta alla nuova generazione, anche perchè il momento della “separazione” è un periodo di cambiamento per il figlio ma anche per i genitori.
Come dicono Scabini e Cigoli (2000), “ogni transizione è segnata, in misura diversa, da due grandi temi affettivi: il dolore della perdita di ciò che si lascia (il vecchio) e la speranza- fiducia di ciò che si acquista”, ed oggi si è più concentrati sul distacco, su ciò che si perde piuttosto che su quello che si riceve, dato che le speranze e la fiducia vengono meno.

Se le dinamiche all’interno della famiglia e la sua riorganizzazione nel tempo si confanno alla progressiva crescita dei figli e ai loro crescenti bisogni di autonomia, il processo di separazione-individuazione può completarsi con successo fino a culminare nello svincolo.

Fondamentale è l’atteggiamento dei genitori che influenzano il buon esito o meno dello svincolo.
“L’atteggiamento più adeguato è assunto da quei genitori che esprimono la tristezza per il distacco del figlio unita però alla convinzione di essere in grado di superare l’inevitabile vuoto che essa comporta” (Scabini, Cigoli 2000), in questo momento la coppia come tale deve prepararsi all’uscita dei figli cercando di reinvestire su di essa. Il rapporto di coppia torna ad essere centrato sulla coppia coniugale e può godere di maggiori spazi e tempi per sè. La donna che ha investito e sacrificato la vita per i figli può provare un forte senso di vuoto e di inutilità.
Sempre più frequentemente questo momento è un periodo critico per la coppia e non a caso negli ultimi anni aumentano le separazioni di coppie con figli giovani- adulti.

In alcuni casi però può invece accadere che la famiglia si blocchi per qualche motivo nei suoi compiti di sviluppo, che le dinamiche interattive all’interno del sistema, anziché favorire,ostacolino  la progressiva individuazione e autonomia dei figli. Una difficoltà che segnala quella da parte dei componenti della famiglia di separarsi.

Problematicità che fanno capo al mantenimento di un equilibrio familiare disfunzionale nel quale il figlio ha un suo ruolo preciso nell’evitare l’esplosione delle conflittualità tra i genitori. Il suo ruolo è quello di mantenere unita la famiglia attraverso il sintomo, rispondendo in questo modo alle inconsapevoli richieste dei genitori incapaci di separarsi da lui, a loro volta probabilmente non ben individuati.

E’ proprio in questa fase di passaggio che si celano i rischi maggiori di psicopatologia e di sviluppo di sintomi, o nelle fasi successive a questa, laddove questo compito evolutivo non sia stato assolto in maniera adeguata.
Quello che tecnicamente viene definito “svincolo”, comporta una serie di disinvestimenti emotivi dalla famiglia di origine, ed una serie successiva di investimenti nel mondo esterno: lavoro, partner, creazione di una nuova famiglia. Questo può essere complicato laddove vi siano delle dinamiche o dei problemi non risolti nelle generazioni precedenti, una sorta di eredità familiare che può comportare, a volte, l’impossibilità di compiere questo passo.

E’ in questo caso appunto che il giovane può nei casi peggiori non arrivare a svincolarsi dalla propria famiglia manifestando ad esempio una sintomatologia psichica non lieve o, in altri casi, incontrare difficoltà nei contesti esterni alla famiglia (sociale, lavorativo affettivo relazionale sentimentale) esprimendo magarisintomi di natura nevrotica o ancora, andarsene di casa svincolandosi a livello pratico ma non emotivo, restando affettivamente dipendente dai genitori. Un lavoro terapeutico sulla comprensione delle dinamiche e delle proprie “eredità” familiari può aiutare a lasciare i vecchi “ormeggi” per poter essere pronti a “salpare” verso nuovi lidi.

 

4 pensieri su “Lo svincolo familiare

  1. La patologia può svilupparsi proprio come strumento per delineare uno spazio di controllo proprio, libero dal condizionamento familiare? Può essere usata in alternativa a un vero svincolo?
    E può la famiglia usare la patologia del figlio come scusa per legarlo ancora di più a sé e non lasciarlo andare?

    • non può esser usata una patologia x tener legato ancora il figlio/a aggraverebbe il disagio ci deve esser,a parer mio ,collaborazione a distanza tutti insieme hanno contribuito all’accrescimento,stesso humus sociale ma punti di partenza ed età e finalità di progresso interiore diverso…concorrono alla stessa problematica

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