Somatizzazione e adolescenza

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A quasi cent‟anni dalla sua nascita il costrutto di somatizzazione risulta ancora in via di definizione. Stekel introdusse questo termine negli anni ‟20 del secolo scorso per descrivere un meccanismo equivalente a quello che originariamente Freud e Breuer (1895) avevano chiamato “conversione”, per poi estenderlo, oltre i confini dell‟isteria, fino ad includere le nevrosi attuali di origine somatica.
Le molteplici definizioni che attualmente vengono fornite della somatizzazione hanno come caratteristica comune il riconoscimento di una sintomatologia fisica, non adeguatamente spiegata da evidenze mediche-organiche, che piuttosto pare espressione di difficoltà psicologiche o conseguenza dello stress (Porcelli, 2009; Trombini, Baldoni, 2001).
L‟adolescenza è la fase di sviluppo inaugurata dal fenomeno biologico della pubertà a cui conseguono una serie di trasformazioni fisiche, cognitive, affettive e relazionali la cui  elaborazione costituisce la condizione necessaria per l‟acquisizione di una stabile identità adulta. Pur avendo alla base delle modificazioni universali di carattere fisiologico, l‟adolescenza è influenzata da fattori individuali, sociali e culturali; ne deriva la difficoltà ad individuarne precisi limiti cronologici: molti autori la collocano nell‟età compresa tra i 10 e i 19 anni lasciando però ampio spazio a numerosi varianti (Pietropolli Charmet, 2000; Palmonari, 2001).
Negli ultimi decenni si è infatti assistito a delle modificazioni del periodo adolescenziale di tipo cronologico e qualitativo, strettamente interconnesse con i cambiamenti della società e, in  particolare, della famiglia e della coppia parentale. L‟adolescenza si è dilatata a causa dell‟anticipazione della pubertà, dovuta alle migliori condizioni di vita e alla maggiore presenza di stimoli e sollecitazioni sessuali, e a causa della posticipazione dell‟età adulta, connessa a un periodo più lungo di formazione personale e professionale (Ammaniti, 2002).  Mentre in passato la famiglia e la società si aspettavano che un giovane intorno ai vent‟anni acquisisse un‟identità adulta, negli ultimi anni abbiamo assistito alla comparsa di una nuova età, la post-adolescenza, o l‟età del “giovane adulto”, che si estende grosso modo dai 19-20 anni ai 28-30 e oltre. Con la qualifica di “giovane adulto” si intende indicare “un soggetto che, pur potendo aspirare per età a essere riconosciuto come maturo, non può accedere a quella consacrazione pubblica perché coloro che l‟hanno già conseguita lo considerano giovane, ma per motivi diversi  dall‟età e cioè per l‟insufficienza dei requisiti fisici, psichici o sessuali che attestano lo stato di maturità” (Novelletto, 2009, p.295).
Se è vero che l‟adolescenza convoca l‟individuo a molteplici rimaneggiamenti che lo espongono a vissuti di estraneità e di incertezza identitaria, è pur vero che essa rappresenta una preziosa opportunità. Basti pensare al concetto freudiano di “posteriorità” (Laplanche, Pontalis, 1967) o alla teoria di Blos (1962) che vede l‟adolescenza come una “seconda occasione”; concetti questi che evidenziano come, proprio in adolescenza, la messa in discussione dei precedenti equilibri permetta l‟elaborazione dei residui infantili irrisolti che l‟individuo ha giaciuto in latenza.
Il corpo dunque è “croce e delizia” del funzionamento adolescente poiché la plasticità psicologica di questa fase della vita è strettamente correlata alla sua plasticità fisiologica che pure, paradossalmente, ne rappresenta il motivo di crisi. Malgrado l‟adolescenza riserbi questa preziosa opportunità, la sintomatologia manifestata da  molti giovani esprime proprio la difficoltà ad integrare il corpo pubere, a simbolizzare i propri vissuti e dunque a ricomporre un‟unità di senso somatopsichica.
In circostanze favorevoli, l‟adolescente può gradualmente sperimentare il nuovo corpo come un “compagno segreto con cui condividere i timori e le scoperte del percorso evolutivo” ma, in altri casi, la metamorfosi puberale può accompagnarsi a vissuti talmente conflittuali da indurre il soggetto ad operare una scissione tra sé e il nuovo corpo che  diventa allora un doppio estraneo e perturbante da controllare e dominare (Carbone, 2009). Il difetto integrativo del corpo pubere non si esaurisce nella dimensione psicologica-rappresentativa  ma si accompagna e si alimenta con un “collasso nel fuori-psiche” (Cotrufo, 2008) che crea le condizioni per rotture dell‟equilibrio omeostatico psicobiologico che, se cronicizzate, possono  favorire l‟instaurarsi di disturbi dapprima funzionali e nel tempo organico-tissutali; possono cioè trasformarsi in malattia (Peregrini, 2008; Taylor et al., 1997).
Il processo patologico, connesso alla difficoltà a “prendere corpo” dell‟adolescente, rivela un deficit di elaborazione simbolica delle emozioni che vengono prevalentemente espresse  attraverso le componenti di attivazione neurovegetativa. Le emozioni infatti non sono eventi “astratti” che l‟uomo sperimenta solo sul piano del vissuto  soggettivo ma eventi biologici che nascono dal corpo e attraverso esso si compiono. “Il cervello – afferma Damasio (1994, p.89) – è predeterminato non per sentire le emozioni ma per attivare gli  stati del corpo che a quelle emozioni corrispondono”. Malgrado l‟adolescenza riserbi la preziosa opportunità di rimettere in gioco e risolvere questioni infantili giaciute in latenza, la sintomatologia manifestata da molti giovani esprime proprio la difficoltà ad integrare il nuovo corpo pubere, a simbolizzare i vissuti emotivi e dunque a ricomporre un‟unità di senso somatopsichica necessaria al buon funzionamento umano. La metamorfosi puberale e il complesso lavoro di rimaneggiamento che questa implica rende perciò l‟adolescenza una fase particolarmente a rischio per l‟espressione somatica del disagio psicologico (Carbone, 2005;2009).

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