Psiche e allergie alimentari

La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia”.
Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, 1862.

Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco, nel 1800 affermava che  “L’uomo è ciò che mangia”. I primi studi sui disturbi legati all’atto di ingerire cibo sono molto antiche. Ippocrate, nel 400 a. C. aveva notato gli effetti negativi dovuti all’ingestione di latte di mucca “Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo“. Tuttavia, le reazioni avverse al cibo costituiscono ancora una delle aree più controverse della medicina dei nostri tempi. Oggi  con il fenomeno dell’industrializzazione e della diffusione del cibo su scala internazionale, si è giunti al fenomeno della manipolazione alimentare, e della crescita di prodotti alterati geneticamente.

Ad oggi le allergie e le intolleranze alimentari sono in notevole aumento nella popolazione mondiale. Secondo quanto pubblicato dalla World Allergy Organization, nel 2004 il 2,5% della popolazione mondiale era affetto da allergie alimentari e di questo, il 2% era composto da adulti. Sempre di più ascoltiamo persone che si chiedono: Siamo diventati tutti intolleranti agli alimenti ? Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 7,5-8% dei bambini e il 2% della popolazione adulta soffre di intolleranze, che si manifestano con dolori addominali, crampi, diarrea o vomito, pancia gonfia. È un disturbo che si presenta soprattutto dopo i pasti. La causa può essere rintracciata nell’ipersensibilità nei confronti di alcuni alimenti, ed è chiamata intolleranza o allergia alimentare. L’organismo, in presenza di alcun cibi, come il glutine del grano, il lattosio del latte e il lievito, reagisce scatenando prima un’infiammazione e poi un gonfiore, in alcuni casi sovrappeso e/o dimagrimento eccessivo.

Il numero crescente di persone affette da intolleranze alimentari è sicuramente dovuto ai cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni nelle abitudini alimentari. Ma le intolleranze alimentari fanno parte di un più vasto gruppo di disturbi definiti come reazioni avverse al cibo. Si parla di intolleranza alimentare, piuttosto che di allergia, quando la reazione non è provocata dal sistema immunitario. Le intolleranze sono più comuni delle allergie.

Vari studi hanno dimostrato l’esistenza di una stretta connessione tra corpo e mente, in particolare tra mente e intestino, Uno stile di vita errato, conduce al manifestrasi di disfunzioni gastro-intestinali (gastriti, coliti, stress) che, a loro volta, sono preparatorie per l’emergere delle intolleranze. Ad esempio i disturbi gastrici segnalano l’abitudine a inghiottire anche le cose che non vanno, come se lo stomaco fosse costretto a una digestione della rabbia, collegando il rifiuto di un cibo da parte dell’organismo ad emozioni e disagi di natura psicologica che trovano il suo fondamento scientifico anche nella Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia. Tra mente, intestino e alimentazione esiste quindi un dialogo diretto e continuo. Anzi, gli studiosi ritengono che il sistema ga­stroenterico sia dotato di un cervello che produce sostanze psicoattive come oppiacei, antidolorifici, calmanti e ben il 95% della serotonina, ormone essenziale per la regolazione del sonno, dell’umore, della sessualità e anche dell’appetito.

Se è vero che una delle cause dell’ intolleranza alimentare può avere la sua origine nella mente allora un sostegno psicologico dopo la diagnosi può essere di supporto nell’accompagnare l’individuo, per la gestione e la regolazione delle sue emozioni, per l’elaborazione dei cambiamenti di vita e per mantenere un’autostima ed un tono dell’umore positivi. Nel caso di una diagnosi ad un minore, è molto utile una consulenza con i genitori per la comunicazione al bambino delle nuove regole/abitudini alimentari e per comprendere la sua percezione di tale evento.

Si segnalano di seguito

dei siti che posso essere utili per il reperimento di informazioni:

https://www.saperesalute.it/intolleranze-alimentari

http://www.epicentro.iss.it/problemi/intolleranze/intolleranze.asp

https://www.paginemediche.it/benessere/alimentazione-e-dieta/intolleranze-alimentari-come-riconoscerle

http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=1460&area=nutrizione&menu=patologie

http://www.eurosalus.com/intolleranze-alimentari

 

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio.

Jorge Luis Borges

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Intervista Dottoressa Chiara Patruno – Sportelli psicologici scolastici – Bullismo – Cyberbullismo – Adolescenza

Accenni sul Cyberbulismo

L’approvazione da parte della Camera del testo sul Cyberbullismo il giorno 17.05.17 ha cambiato lo scenario di questi tempi moderni. Il testo “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” è stato dedicato alla memoria di Carolina Picchio la ragazza di 14 anni che nella notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2013 si suicida lasciando una lettera di addio in cui si legge “Le parole fanno più male delle botte”.

Nello stesso periodo la nascita di numerose serie Tv come ad esempio Tredici ” 13 Reasons Why” che affrontano il tema del cyberbullismo e del suicidio hanno accentuato da una parte i contenuti pericolosi a cui i ragazzi sono esposti, e incrementato dall’altra, la preoccupazione dei genitori rispetto all’impatto reale di alcuni ragazzi a contenuti suicidari e alla conseguente creazione di un vero e proprio contagio.

In Italia ne è un esempio il “gioco” che ha contaminato tutti gli adolescenti, passando dalla Russia alla Francia. Il suo nome è Balena Blu “Blue Whale” ed è un rituale pericoloso, comprende 50 prove e istigherebbe i ragazzi al suicidio, passando per gesti di autolesionismo fino all’incremento di uno stress mentale e fisico che porterebbe ad un annullamento della persona.

Questa “istigazione al suicidio” sperimentata nei social, nei giochi, nelle serie tv si potrebbe insinuare in una serie di ragazzi che sperimentano e vivono situazioni di disagio psicologico. Un adolescente che oggi utilizza i social potrebbe nonostante i suoi “1000 amici virtuali” essere e sentirsi solo, discriminato, vittimizzato o reso ridicolo.

Un adulto  significativo cone un genitore, un parente, un insegnante, un istruttore che si accorge di tale situazione, contesto o comportamento pericoloso dovrà utilizzare qualsiasi mezzo in suo possesso per instaurare un comunicazione autentica e sana con il ragazzo, privilegiando la forza del legame, della relazione e favorendo un successivo aiuto psicologico da un professionista del settore.

 

Autolesionismo

 

 

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L’autolesionismo è definito come un comportamento volto a procurare danni alla propria persona, indipendentemente dalla presenza o meno di intenti suicidari.

Nuove interpretazioni di questo termine invece propongono una diversa accezione, distinguendo l’autolesionismo non suicidario (ANS) dal tentativo di suicidio (TS). Gli atti autolesionistici possono includere tagli della cute, graffi, bruciature autoinflitte, come anche strapparsi i capelli o ingerire veleni o oggetti. Il tipo di lesione più frequente sono i tagli della cute, che possono essere superficiali o sufficientemente profondi da richiedere l’impiego di punti di sutura.

Per ora la definizione più utilizzata per descrivere l’autolesionismo è quella di “azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente”. Questo disturbo del comportamento colpisce per lo più gli adolescenti, a partire dai 13 anni, e in prevalenza ragazze; tra i maschi invece è più frequente nella popolazione carceraria. L’autolesionismo inoltre sembra riguardare soprattutto famiglie socioeconomiche medio-alte.

Il comportamento autolesivo stenta a uscire dalle mura domestiche, spesso i familiari provano vergogna quando scoprono che il figlio/a si autoinfligge ferite sul corpo oppure si spegne la sigaretta sulla pelle. C’è il timore di essere considerati una famiglia di “pazzi” ed è da questo che nasce il problema dello stigma ed è così che si ritarda anche l’intervento di uno specialista.

Inoltre i ragazzi preferiscono ferirsi di nascosto, soltanto alcuni ostentano le cicatrici come trofei, ma nella maggior parte dei casi occultano i segni delle ferite vivendo un rapporto “intimo” con il proprio corpo.

Le stime di questo fenomeno variano molto, poiché nella maggior parte dei casi gli atti di ANS non comportano la necessità di un ricovero per le ferite autoinflitte. A questo proposito è stato calcolato che solo un adolescente su 8 subisce un ricovero in ospedale a seguito di atti di ANS. Solitamente quando si arriva al ricovero l’atto autolesionista consiste nell’auto-avvelenamento, pertanto, tenendo presente che l’atto autolesionista più comune è il tagliarsi la cute, è ragionevole ipotizzare una marcata sottostima della prevalenza di ANS tra gli adolescenti.

Nonostante le difficoltà precedentemente descritte nel valutare accuratamente le dimensioni del problema, si calcola che circa il 10% degli adolescenti abbia sperimentato almeno un atto di autolesionismo, talvolta in associazione con intenti suicidari. Diversi studi mostrano inoltre che l’ANS in età adolescenziale è più frequente tra le femmine che tra i maschi. La fascia di età particolarmente a rischio per le femmine è dai 12 ai 15 anni: in questo range di età il rapporto di ANS tra femmine e maschi è di circa 5:1. I dati relativi ad eventi di ANS nelle femmine con età inferiore ai 12 anni sono scarsissimi. Successivamente, dai 15 anni in poi, il rapporto di ANS tra femmine e maschi si riduce progressivamente, e si assiste ad un graduale incremento della frequenza nei maschi e decremento nelle femmine.

Non sono ancora noti i motivi per cui la frequenza di ANS aumenti o si riduca in alcune fasce d’età specifiche per maschi e femmine, tuttavia si ipotizza che il livello di sviluppo puberale svolga un ruolo fondamentale nella comparsa di disturbi della sfera emotivo-affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio. L’auto-avvelenamento è più frequentemente associato ad intenti suicidari rispetto alle lesioni inferte sulla cute.

Gli adolescenti affetti da ANS che non sono stati ricoverati riferiscono inoltre di mettere in atto questo tipo di comportamento per autopunirsi e per trovare sollievo quando sono sottoposti ad una forte tensione emotiva, al contrario gli adolescenti sottoposti a ricovero riferiscono che gli atti di autolesionismo hanno lo scopo di mettere fine alla propria vita, sfuggire ad una situazione di stress intollerabile o dimostrare ad altri quanto è profondo il proprio disagio. La reiterazione di atti di ANS negli adolescenti è molto comune, sia in concomitanza di particolari eventi stressanti, sia come routinaria strategia di coping. Uno studio condotto su 2410 adolescenti ha infatti rilevato che il 55% delle femmine ed il 53% dei maschi ha sperimentato eventi multipli di autolesionismo, mentre un altro studio, condotto in Inghilterra in un ospedale generale su un campione di 1583 adolescenti ricoverati per un atto di ANS, ha evidenziato che nel 15% dei casi l’episodio autolesionistico si ripete a meno di un anno dal ricovero. La ripetizione dell’atto autolesionistico è più frequente tra coloro che si tagliano rispetto a coloro che si avvelenano.

Nell’autolesionismo la modalità più comune è quella dei cutter che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette.

Alcuni cominciano ad auto ferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che a volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore. Inoltre fanno spesso da cornice al disturbo: solitudine, senso di vuoto, senso di colpa e di impotenza. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. E’ come se fosse una dipendenza.

Altri invece vivono una sensazione di estraneità fatta di alienazione dal proprio corpo: il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali, hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

L’autolesionismo può essere impulsivo, compulsivo, stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento che col passare del tempo può diventare una vera dipendenza; nel secondo caso domina il rito, ossia i comportamenti sono ripetuti e anche più volte al giorno perché il pensiero di ferirsi diventa un’ossessione.

In ogni caso, psicoterapia e farmaci sono gli approcci disponibili. In tutti i casi è comunque fondamentale intervenire con una psicoterapia nel contesto familiare, soprattutto ed unicamente se si riesce ad identificare il disturbo per tempo. Occorre evitare che la paura dello stigma impedisca alle famiglie di rivolgersi ad uno specialista e questo lo si può fare incrementando campagne di informazione e sensibilizzazione sull’argomento.