Qual è l’età giusta per iscrivere il bimbo al nido?

ASILO NIDO, DA CHE ETÀ?

Solitamente un nido si divide in tre sezioni:

  •  LATTANTI (0-12 mesi)
  •  SEMIDIVEZZI (12-24 mesi)
  •  DIVEZZI (24-36 mesi).

Non esiste un’età precisa per iscrivere i bimbi al nido, L’ideale sarebbe poter tenere a casa il bambino fino a 18 mesi. Dopo l’anno e mezzo di età, infatti, i bambini si adattano più facilmente alle novità, riescono a socializzare meglio e ad apprezzare la vita e i giochi insieme ai coetanei. 

Quale che sia la modalità più corretta da intraprendere per un buon inserimento è definita dalle competenze e dalla professionalità di chi le applica.



Fondamentale è rispettare il benessere del bambino e accogliere tutte le emozioni che presenta.

Le attività, oltre a stimolare lo sviluppo senso-motorio del bambino, favoriscono lo sviluppo delle seguenti capacità:

  • Logico-pratiche (manipolazione di pongo, plastilina, carta, stoffa, carta crespa)
  •  Logico-sensoriali (giochi di classificazione a riordinare oggetti per grandezza, forma e colore)
  •  Espressive (canzoncine abbinate a movimenti, strumenti musicali, colori a cera, a dita e tempere)
  • Affettive (bambole, peluche, piatti, tazzine e pentole di plastica)

È importante che il bambino sia pronto a questo passaggio. Già dai giorni prima dell’inserimento è bene che gli si parli del fatto che andrà all’asilo e raccontargli che cosa farà, dicendogli che ci saranno altri bambini con cui potrà giocare e descrivergli l’ambiente in cui sarà inserito.

I bambini, soprattutto se piccoli, comunicano con il pianto. Bisogna comunicare a loro che per il momento stare all’asilo è faticoso, ma che poi staranno bene. Un inserimento difficile all’asilo può comportare anche un rifiuto del cibo da parte del bambino. La strategia migliore è quella di lasciare stare il bambino, che sicuramente riprenderà a mangiare normalmente quando sarà più sereno. Se invece non dorme, meno saremo preoccupati noi, più il bimbo avrà la possibilità di stare bene e riprendere la sua normale routine. Il sonno è una vera e propria esperienza di separazione.

 Ci sono poi quei piccoli che manifestano la tensione dell’inserimento con un’eccessiva agitazione, irrequietezza manifestando addirittura atteggiamenti ipercinetici per un certo periodo. Dobbiamo comunque leggere questi comportamenti come l’espressione di un disagio che comunque accompagna qualsiasi adattamento ad uno nuova situazione: ogni bambino ha i suoi tempi e le sue modalità di reazione e difesa.

Importantissimo nella fase di inserimento è soprattutto il fornire al bambino la figura dell’educatrice di riferimento in modo che possa capire chi si prenderà cura di lui e chi lo conterrà nei momenti di sconforto visto che la mamma non ci sarà.

Bisogna sempre affrontare con fermezza e calma quelle che sono le difficoltà che un inserimento comporta. La mamma deve essere la prima a sentirsi pronta nel separarsi dal bambino affinché lui possa accettare questa esperienza. 

Per ulteriori informazioni rivolgersi a Dottoressa Chiara Patruno cell. 3472439780

Adolescenti e ALCOL

L’abuso di alcol è la prima causa di morte al di sotto dei 25 anni. 

In Italia, secondo la “RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA SALUTE AL PARLAMENTO SUGLI INTERVENTI REALIZZATI AI SENSI DELLA LEGGE 30.3.2001 N. 125 “LEGGE QUADRO IN MATERIA DI ALCOL E PROBLEMI ALCOL CORRELATI”  del 2020, nel 2019 il 77% degli Italiani dagli 11 anni in su e il 56% delle Italiane.
Nel nostro Paese,  la Legge 8.11.2012 n.189 vieta la vendita e la somministrazione di alcolici ai minori di 18 anni (Ministero della salute).

Sebbene l’abuso di alcol sia dannoso a qualunque età, il danno è maggiore per il bambino e l’adolescente. Con l’abuso di alcol il sistema cerebrale, fisiologicamente non del tutto maturo, e l’inefficacia dei meccanismi di metabolizzazione e smaltimento delle bevande alcoliche, mettono a rischio la salute di tutto l’organismo, in particolare possono verificarsi seri danni alla struttura e al funzionamento del cervello.

Dopo la fine del lockdown ci sarebbe stata una notevole impennata degli accessi per intossicazione alcolica acuta grave, spesso associata ad abuso di altre sostanze stupefacenti, di adolescenti nei Pronto Soccorso degli ospedali Italiani (salute.gov.it).

Il consumo e l’abuso di alcol fra i giovani e gli adolescenti è un fenomeno preoccupante e in forte crescita, in Italia come all’estero. La cultura del bere attualmente diffusa tra gli adolescenti segue sempre più spesso standard indirizzati verso modelli di “binge-drinking” ossia il bere per ubriacarsi.

Ci sono ragazzi che bevono anche 5 o 6 cocktail consecutivi, ben oltre il proprio limite di tolleranza, allo scopo di ubriacarsi. Non sono pochi e lo fanno anche più volte a settimana: stando agli ultimi dati, raccolti da un’indagine Doxa, sono il 20% dei maschi con più di 13 anni e l’8,6% delle femmine (ANSA).

I ragazzi, sempre più spesso, si mettono a rischio, partecipano a giochi alcolici in gruppo, si sfidano ai drink-game, anche sui social network, si fotografano e si riprendono mentre sono sbronzi, vomitano e si sentono male. Lo fanno perché sono alla continua ricerca di sballo, di sensazioni forti e hanno bisogno di sperimentarsi, oppure perché vengono sfidati dagli altri e vogliono sentirsi parte del gruppo; in ogni caso, il più delle volte, non si rendono conto delle conseguenze e dei rischi (rainews, fondazione veronesi).

L’Istituto Superiore di Sanità, in occasione della Giornata 2011 dedicata alla prevenzione, ha diffuso dei dati preoccupanti sui giovanissimi, specie sulle adolescenti, che aumentano il consumo fuori pasto di superalcolici. Si diffondono pratiche assurde come l’eyeballing: si crede che l’alcol si assimili più rapidamente se versato negli occhi, e il risultato non è lo sballo sperato, ma la cornea rovinata.

Ciò che porta un adolescente al consumo spasmodico di alcol può essere motivato a svariate motivazioni psicosociali. L’alcol, e le sue deleterie mode, rappresentano soltanto uno dei metodi privilegiati per i giovani di stare insieme ai suoi pari e costruire con essi un processo identitario (Candio et al., 2012 Documentazione degli effetti dell’uso di alcol sul cervello in adolescenza).

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%). E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. 

L’importanza della cornice familiare e ambientale nel condizionare l’evoluzione dei comportamenti giovanili, una famiglia presente, e affettivamente solida, condiziona favorevolmente la crescita dei ragazzi, tutelandoli anche dagli eccessi indotti dal gruppo dei pari (Osservatorio permanente sui giovani e l’alcool).

Bisogna lasciare che gli adolescenti sperimentino ma con dei limiti, senza allarmismi ma senza sottovalutare o banalizzare. È importante porsi ad una giusta distanza e mantenere sempre un occhio vigile in modo tale da intervenire, qualora fosse necessario, aiutandoli a rimettersi sulla giusta via prima che il comportamento occasionale diventi sempre più abituale e pericoloso.

Comunicare con un figlio è dare spazio di ascolto. Non è subissarlo di parole, ma saperlo ascoltare. Quando parla e quando tace, perché non solo le parole portano messaggi, ma i comportamenti, i silenzi, gli umori.

Per informazioni e per i primi contatti psicologici rivolgersi a: Dott.ssa Chiara Patruno Psicologa-Psicoterapeuta 3472439780

Adolescenti: violenza autoinflitta, tagli, cutting, aggressività e suicidi.

In questo momento di ripresa da una emergenza Sanitaria, il Paese sta vivendo una trasformazione, e questo avviene anche a livello mentale, soprattutto nei più giovani. Gli adolescenti manifestano violenza autoinflitta, con dei numeri preoccupanti, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19.

Il tasso di suicidio annuo a livello mondiale è pari a circa 11 persone ogni 100.000 abitanti (fonte Oms), costituendo l’1,5 % di tutte le cause di morte e la seconda causa di morte nei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5 (fonte Oms)

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il rischio di suicidio è spesso connesso ai disturbi d’umore o alla presentazione di una depressione grave, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 12 e i 26 anni. Bambini e ragazzi, per la delicata fase evolutiva che stanno attraversando, sembrano essere particolarmente esposti e il Covid non ha migliorato la situazione.

Durante la pandemia i ragazzi in didattica a distanza sono stati sovraesposti a fattori di stress e le misure di contenimento hanno determinato una marcata interruzione della routine quotidiana, ciò ha causato isolamento. La mancanza di relazioni non virtuali, l’assenza dalla scuola e una situazione di stress prolungato hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, è stato precario. Nel secondo lockdown i ragazzi sono stati spesso soli, più che nel primo.

Gli adolescenti mostrano un corpo già segnato: gambe, braccia, addome sfregiati da lamette e coltelli. Tagli longitudinali, più o meno profondi, spesso all’altezza delle vene, raccontano l’inferno invisibile dell’autolesionismo e dei tentativi di suicidio tra gli adolescenti

Presso l’Osservatorio Neuro Psichiatrico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il numero delle consulenze specialistiche per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è quasi raddoppiato, così come le ospedalizzazioni per tali motivi: passate dal 17% nel gennaio 2020 al 45% del totale nel gennaio 2021 (fonte Corriere della Sera e Repubblica 2021). In questo momento storico aumenta il rischio di cronicizzazione dei disturbi psichiatrici ad esordio in età evolutiva.

Ma perchè gli adolescenti si tagliano? Questo comportamento sarebbe in grado di contenere la loro angoscia interiore. È un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso associato a un disturbo mentale di tipo depressivo.

Nell 80% dei casi c’è una depressione o un disturbo dell’umore dietro le malattie mentali dietro questo tipo di manifestazioni. C’è una forte base genetica, una familiarità, che è il primo fattore di rischio, ma ci sono anche fattori di protezione socio-ambientali, che possono favorire o meno la manifestazione del rischio biologico. Ad esempio, i traumi ripetuti nell’infanzia, l’incapacità e la difficoltà a costruire delle relazioni valide, la difficoltà a gestire le nostre emozioni.

I giovani si chiudono sempre di più dentro casa, dentro la stanza, trascorrono ore ai videogiochi senza nessun interesse sociale. Vivono l’inutilità della relazione e confinano sempre più questo mondo ai tablet o agli strumenti tecnologici. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti in famiglie più affettive e relazionali rispetto a un tempo e una delle conseguenze è che crescendo sono più fragili e di fronte a un fallimento o a una delusione questi ragazzi crollano.

Un genitore può essere un elemento che rinforza le capacità dei figli, oppure no. Ci sono genitori giudicanti o non giudicanti. Bisogna esserci, accettando l’idea che gli adolescenti non vogliano parlarci e attendere il momento giusto attuando un contenimento. Mostrando forza, capacità e sostegno che il ruolo educativo dei genitori richiede.

In tali casi è sempre consigliabile chiedere aiuto ad uno specialista nel settore. Per informazioni e appuntamenti: Dott.ssa Chiara Patruno 3472439780

L’ansia da esame ai tempi del CORONAVIRUS

L’esame di terza media è la prima grande prova scolastica che un adolescente deve affrontare, ed è un vero e proprio esame di vita.  I ragazzi delle medie passano dall’infanzia all’adolescenza in una manciata di secondi e sono chiamati a scegliere come comportarsi in vista di questo traguardo.

I ragazzi che svolgono l’esame ai tempi del coronavirus, sono rimasti a casa rispettando le limitazioni ed hanno dimostrato di sapersi adattare alle regole imposte dal momento, quando neanche gli adulti erano pronti a farlo.

Questi alunni hanno saputo attendere, hanno saputo solo nell’ultimo mese come sarà svolto il loro esame e quali saranno le tempistiche, hanno dovuto aspettare e hanno dovuto reagire quando ciò gli è stato chiesto, a pochi giorni dalla fine della scuola.

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È normale per qualsiasi ragazzo avvertire ansia e paura in questo momento della sua vita. Se da una parte c’è lo sforzo di studiare e rimanere concentrati sui libri,  dall’altra parte c’è l’eccessiva paura di bloccarsi nel pensiero e nelle azioni visto il cambio inaspettato delle modalità di esame e del giudizio.

Difficoltà nel sonno, paura, irritabilità estrema, aggressività, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, pianti e preoccupazioni ossessive sull’esame, sono solo alcuni dei sintomi dell’ “ansia da esame”. 

 

Per tutti i ragazzi si tratta quindi non solo della prima “barriera” scolastica, ma anche di una porta verso il loro futuro.

Il timore più grande degli studenti al tempo del coronavirus, e ciò emerge anche da una ricerca sui social network, è di passare come quei ragazzi che non hanno sostenuto l’esame di Stato. In realtà ciò che questi ragazzi hanno scoperto di sè stessi è stata la capacità di sapersi adattare, cambiare e trasformarsi in un modo inaspettato insieme ai loro genitori.

I ragazzi che ad oggi affrontano gli esami non conosceranno i dettagli della prima e della seconda guerra mondiale, ma conosceranno tutto sul virus, su ciò che ha provocato e su quanto è stato potente e devastante per loro e per la propria famiglia.

Il virus ha cambiato la loro vita, sconvolgendo sogni e progetti, ma gli avrà anche insegnato che l’essere umano è piccolo in confronto alla potenza della natura e che bisogna essere forti e coraggiosi per affrontare la storia e il futuro che li attende.

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In un contesto di precarietà e ed incertezza rispetto a ciò che sarà, la scuola c’è stata anche se dietro ad un pc, è rimasta lì a sostenere i suoi alunni silenziosa e caparbia, aspettando che i suoi ragazzi tornino dentro le sue mura.

Cosa si può fare per cercare di controllare le ansie da esame:

 

E’ importante concentrarsi soltanto su di sè, focalizzandosi sulle proprie capacità e competenze, senza farsi influenzare dai giudizi esterni e senza fare confronti con gli altri perché ognuno possiede delle risorse specifiche, che non sono le stesse per tutti.

Prima dell’esame, sentirsi confusi, avere l’impressione di non ricordare nulla è naturale. Ciò che potevate fare, ormai, lo avete fatto e dovete essere orgogliosi del vostro impegno e del vostro lavoro. Dovete credere in voi affrontando il momento.

La fine dell’anno scolastico, il SALUTO che non c’è

La fine dell’anno scolastico, il SALUTO che non c’è

Stiamo vivendo la più grande difficoltà sociale dei nostri tempi e le condizioni nelle quali stanno lavorando le scuole sono del tutto straordinarie e fuori da ogni possibile previsione.

La scuola però non può fermarsi. Oggi, il bisogno di normalità dei bambini e dei ragazzi ha incontrato la tecnologia creando momenti di scuola alternativa e si è riusciti a connettere alunni, professori, insegnanti, genitori colpiti dall’emergenza COVID-19.

La scuola sta andando avanti lo stesso anche se in forme diverse perchè la speranza è che possa rappresentare sempre la prima fonte di cambiamento e di trasformazione in una società soggetta ad una grande sofferenza.

Nella scuola l’allievo insieme all’insegnante progrediscono impegnandosi  in un percorso di apprendimento e ad oggi, in questo momento così particolarmente diverso, ogni bambino deve continuare a fare quello che rende speciale la sua tenera età, ovvero essere protagonista attivo di quel grande motore d’energia positiva che si chiama scuola.

Ma come finirà quest’anno scolastico? Mancheranno dei riti di passaggio e i saluti finali

Le visite alla scuola primaria dei bambini dell’ultimo anno della materna, che, con qualche mese di anticipo, prendono contatto con la “nuova scuola” e conoscono le insegnanti non ci sarà.

Le visite alla scuola per il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria e da questa alla secondaria di primo grado non ci saranno. 

I ragazzi di quinta elementare e di terza media escono dal percorso senza vedere più i loro compagni e i loro insegnanti, i bambini non possono chiudere l’anno scolastico emozionandosi e chiudendo un ciclo.

Salutare le maestre e visitare la nuova scuola sono tutti momenti che quest’anno non si potranno fare, ma c’è bisogno di celebrare questi momenti di passaggio.

Tra le “cose perdute” nell’emergenza CORONAVIRUS ritroviamo questi fondamentali riti  che contraddistinguono la crescita di bambini e ragazzi. C’è bisogno di progettare situazioni di saluto, consegna di materiali che portino a conclusione il percorso del gruppo, momenti di transizione a giugno o nel corso dell’estate o a settembre che possano far sentire che la scuola esiste e che non è stato un anno solo sognato.

Soprattutto per i bambini più piccoli, l’insegnante potrà creare un saluto personalizzato, su misura per ciascun alunno. Perché è importante che ogni bambino si senta salutato dagli insegnanti, ma è altrettanto importante che ciascun ragazzo possa a sua volta salutare. Il genitore potrà aiutare il proprio bambino a creare il suo saluto particolare, emozionandosi e dando spazio alle sensazioni condivise.

Bisogna poi riprogettare il mese di settembre, preparare i ragazzi alla scuola della vita, riallineare gli apprendimenti per tutti con attività speciali, lavori per piccoli gruppi, in modo da promuovere il recupero di una normalità che oggi sembra lontana.

Lettura al Nido parte IV: LA TRISTEZZA

La tristezza fa parte delle emozioni primarie, di per sé non è né positiva né negativa, ma a volte ci coglie impreparati, perché può manifestarsi in modi inattesi.

Quando incontriamo qualcuno che sembra essere triste, spesso tendiamo a scappare nella direzione opposta. Come se avessimo paura che ci contagi e, per questo, preferiamo stare vicino a chi ha sempre il sorriso sul volto. Tuttavia, la tristezza nei bambini, come negli adulti, è un’emozione essenziale e necessaria.

Quando un bimbo è triste, non sempre riconosce ciò che gli sta accadendo né conosce sempre le parole per esprimere ciò che sente. Per questo motivo, il suo modo di manifestare il dolore è attraverso il comportamento.

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Le lacrime dei nostri figli ci commuovono perché sono sinonimo di dolore. Le lacrime sono anche il segno del processo di risanamento dell’organismo dopo una perdita danno sollievo e aiutano a guarire il dolore.

A volte, alcune manifestazioni di tristezza come, ad esempio, l’aggressività possono essere classificate come comportamenti indesiderati o “cattivi comportamenti” dai genitori. Il rischio, in tal caso, è quello di etichettare come cattivo comportamento qualcosa che in realtà è sintomo di un malessere profondo.

Dobbiamo sapere che la tristezza è fisiologica e va ascoltataè un potente fattore di crescita: affrontarla in modo positivo significa imparare ad attuare strategie di resilienza, a trovare la nostra risposta alle difficoltà. È nel dolore che impariamo tanto su come siamo fatti e, in quanto adulti, è nostro compito accompagnare i bambini in questo percorso.

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La prima e fondamentale cosa che possiamo fare con loro e per loro è parlare delle emozioni, spiegare cosa sono e descrivere la tristezza, in questo caso.

Fondamentale è raccontare di aver provato la tristezza e quando, cosa si è vissuto e che non serve reprimerla né nasconderla, ma tutti hanno il diritto di essere tristi, così si legittima l’emozione e il bambino saprà anche lui che può sentirsi triste.

Infine ascoltare e sostenere la manifestazione emotiva del bambino, con la vicinanza, l’abbraccio e le parole.

In particolare, nei bambini più piccoli possono manifestarsi:

  • irritabilità
  • perdita di appetito
  • difficoltà ad addormentarsi e nel mantenere il sonno
  • difficoltà nel controllo sfinterico e/o enuresi notturna (tornare a farsi pipì e cacca addosso)
  • irrequietezza
  • difficoltà nei rapporti con i coetanei (aggressività, indifferenza)
  • disinteresse per il gioco
  • disinteresse per le attività scolastiche

Nei bambini più grandi invece i sintomi sono più “nascosti”, perchè non si manifestano con comportamenti, ma con:

  • bassa autostima
  • insicurezza
  • atteggiamenti di chiusura
  • reazioni ostili o aggressiveimages (10)

È fondamentale porre un distinzione tra uno stato di sofferenza clinica e una posizione depressiva.

 

LETTURA AL NIDO: GRIGIO DI TRISTEZZA

Le sei storie delle emozioni

di Agostini Sara Edizioni GRIBAUDO

Storie illustrate a colori per aiutare i bambini a conoscere e a gestire le loro emozioni. Una fifa blu, Rosso di vergogna, Giallo di gelosia, Verde di invidia, Arancione di gioia e Grigio di tristezza: tanti racconti da leggere per esplorare i sentimenti. Età di lettura: da 3 anni.

 

 

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

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Con la chiusura delle scuole e la cancellazione di tutte le attività, gli adolescenti stanno perdendo alcuni dei più bei momenti della loro vita da ragazzi, oltre che tutti quegli attimi di quotidianità come passare del tempo con gli amici e frequentare le lezioni a scuola o fare un’attività sportiva.

Immaginiamo che i ragazzi si sarebbero confrontati con la realtà di tutti i giorni, affrontando prove uniche fondamentali per la loro crescita e irripetibili, quali esami per la scuola o per la patente di guida, avrebbero vissuto momenti piacevoli nelle gite scolastiche tra divertimento e condivisioni amicali e invece sono bloccati in un tempo che va avanti fuori di loro ma che è fermo e statico.

Il rischio che corrono, più degli altri, è quello di rifugiarsi in un uso smodato di video giochi o nell’uso ossessivo del telefono con la pericolosità di incappare in quella che è stata definita “overdose digitale“.

In questo specifico momento di solitudine aumenta l’intensità di emozioni come paura, tristezza, rabbia e soprattutto l’ansia nei bambini e negli adolescenti.

L’ansia è una funzione fisiologica che ci mette in allarme rispetto a potenziali pericoli dell’esterno, l’ansia aiuterà a prendere decisioni giuste per questo momento in cui tutto sembra nuovo e inaspettato. Se l’adolescente è preoccupato perché accusa sintomi sospetti, è importante parlarne con i genitori.

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Quando l’adolescente si trova a dover affrontare una situazione di difficoltà con l’aiuto del genitore deve cercare di distrarsi: fare i compiti, fare attività fisica, disegnare, dipingere, scrivere o ancora guardare un film, un cartone o la serie tv preferita o leggere un libro quando andiamo a dormire, ascoltare musica.

Alcuni ragazzi si dedicheranno all’arte, altri vorranno parlare con i propri amici e usare la condivisione della tristezza come mezzo per sentirsi uniti in un momento in cui non possono stare insieme fisicamente. Ai figli adolescenti si può proporre di fare qualcosa di diverso dal solito insieme ai genitori come cucinare, fare giardinaggio, suonare uno strumento musicale, da mantenere anche in futuro.

Inoltre questo tempo meno strutturato e più libero può rappresentare una sorta di allenamento all’autonomia dell’adolescente nella definizione delle proprie giornate. Il vuoto non implica necessariamente angoscia, ma può rappresentare anche lo spazio per dare vita alla propria creatività troppo spesso soffocata dall’eccesso di stimoli a disposizione.

La solitudine, la noia, la frustrazione, l’insicurezza, la tristezza, la rabbia sembrano prendere il sopravvento, scaraventando gli adolescenti  in un turbinio di emozioni talvolta violente e disorganizzate. Questo, se mal gestito, potrebbe portare a un  malessere interiore fino alla messa in atto di comportamenti dannosi, per se stessi e per gli altri. Quando il ragazzo è travolto da un flusso veloce di pensieri può provare a costruire un muro immaginario tra se stesso e la situazione, chiudendosi a riccio oppure scattando in forti crisi rabbiose.

Dopo aver tirato su il muro, che segna un confine con la situazione di emergenza non controllabile, si sposta l’attenzione su altro, ad esempio sul ritornello di una canzone che si ama, sulla scena di un film o sul proprio partner per cercare di proteggersi ma anche di allontanarsi.

Se i social media da una parte sono un ottimo modo per rimanere in contatto non bisogna però farne un uso illimitato.  E’ il momento in cui i ragazzi sono a metà strada tra l’infanzia da abbandonare e l’età adulta in cui entrare.

Per favorire un uso appropriato e giusto della tecnologia e dei social media ed impedire ai ragazzi di usarlo come mezzo di isolamento, il genitore può valorizzare la competenza del figlio adolescente nell’uso delle nuove tecnologie per informarsi insieme a lui delle iniziative che via via stanno prendendo piede sul web (musei, spettacoli, film, iniziative musicali, concerti)

È fondamentale quindi stabilire dei limiti nell’utilizzo dei dispositivi multimediali riconoscendone però il loro valore, per esempio nel permettere all’adolescente di restare in contatto con i suoi amici o con il partner e nel proseguire l’attività scolastica

Ricordiamoci che sono i genitori le risorse più vicine e migliori per gli adolescenti perchè è a loro che i bambini e i ragazzi si possono rivolgere, sono loro il modello giusto da adottare ricopiando i comportamenti salutari. Da una buona salute fisica e mentale, da una quotidianità con confini sicuri e garantiti, passa anche un adeguato benessere psichico e fisico del ragazzo. Cominciamo dai genitori per fare in modo che attraverso un modello positivo l’adolescente possa sentirsi compreso e al sicuro.

Questa situazione ha catapultato gli adolescenti di oggi in una dimensione di preparazione al mondo adulti nel percorso di crescita prima del tempo.

Lettura al Nido parte terza della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa Libro: QUANDO AVEVO PAURA DEL BUIO Mireille d’Allancé Babalibri

Quando avevo paura del buio, Mireille d’Allancé, Babalibri

La mamma ha lasciato la porta della camera aperta e la luce accesa nel corridoio, ma Roberto sa che i mostri arriveranno lo stesso. Si guarda intorno e lentamente vede l’armadio muoversi, ha grandi zampe e lunghi artigli. Dietro la tenda strisciano silenziosi lunghi serpenti. Il suo amico Orsetto è solo sulla cassapanca, sta dormendo ignaro. Roberto decide che deve andare a salvarlo e coraggiosamente si spinge fino a lui. Insieme tornano dentro al letto ed è in quel momento che Orsetto rivela a Roberto un segreto… Un libro prezioso per esplorare le paure dei bambini e aiutarli a trovare la strada per superarle in maniera autonoma e costruttiva.

http://www.babalibri.it/catalogo/libro/quando-avevo-paura-del-buio

Durante la crescita, tutti i bambini sviluppano delle paure. Al pari delle altre emozioni, anche la paura è utilissima. Essa è un campanello d’allarme molto importante, per proteggerci di fronte a eventuali situazioni di pericolo.

La paura del buio è uno dei timori tipici dell’infanzia: nei primi anni di vita viene infatti considerata normale e addirittura fisiologica, per il bambino la paura del buio è un timore che tutto il mondo circostante sia inghiottito dalle tenebre, comportando che si dubiti che il mondo sia lo stesso al ritorno del giorno o al risveglio. 

Momento maggiormente critico, ovviamente, è la notte, in cui il bambino vive il distacco dalle figure genitoriali e, a causa del sonno, percepisce la perdita di controllo, sentendosi in pericolo.

A 3/5 anni arriva la paura del temporale, del buio, dei mostri, delle streghe, elementi che affascinano ed al tempo stesso spaventano, quando i bimbi sono abbastanza grandi da avere un’immaginazione fervida ma ancora troppo piccoli per saper distinguere tra realtà e fantasia.

Il timore della separazione è qualcosa che viene sperimentato normalmente e superato in modo differente in base alla relazione con il genitore.
Fornire al bambino elementi rassicuranti può favorire il distacco e quindi anche la creazione di un buon feeling con l’oscurità.

Il dovere dei genitori è di impegnarsi in questa situazione e aiutarli a canalizzare la paura e superarla. Facciamo esprimere i bambini, chiediamo loro di raccontarci le emozioni e le fantasie che li inquietano, con dolcezza e senza forzarli. Aiutarlo a capire cos’è la paura: insieme al bambino possiamo cercare di dare un nome alla sensazione che prova, facendogli capire che è qualcosa del tutto normale.

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E’ preferibile abituare fin dall’inizio il bambino ad addormentarsi nel proprio letto e riservare l’accesso al lettone solo in casi eccezionali, come ad esempio se il bambino è spaventato da un temporale o se ha la febbre alta. Farlo sentire sicuro: è importante per lui sapere che la mamma e il papà sono al suo fianco per aiutarlo.

Può inoltre essere fondamentale la presenza di un oggetto morbido, come un peluche, una copertina che il bambino intorno all’età di un anno sceglie, soprattutto in assenza della madre.  Mostriamo vicinanza e affetto nel momento in cui si manifestano le paure nei bambini. Una presenza calma e affettuosa ha un immediato effetto tranquillizzante.

Ascoltare una favola narrata dai genitori, specialmente della voce della mamma è efficace per vincere la paura del buio. Le fiabe, le filastrocche, le favole, i disegni, affidati alla sensibilità, creatività, all’intelligenza emotiva del genitore o dell’insegnante possono rappresentare degli ottimi strumenti per aiutare il bambino a proiettare, rappresentare, elaborare tutte le sue paure, determinando delle vere e proprie iniezioni di fiducia.

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Quando la paura del buio nei bambini sembra non risolversi con il passare del tempo, quindi, occorre attivarsi. E’ auspicabile, infatti, rivolgersi ad un professionista per capire come gestire al meglio la situazione.

Lettura al Nido parte seconda della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa Libro: IL LITIGIO Claude Boujon Babalibri

IL LITIGIO
IMG_3616 Il litigio_Claude Boujon Illustrazioni: Claude Boujon Testo: Claude Boujon Traduzione: Stefania Cella ISBN:  978-88-8362-192-5Collana Bababum

Due conigli sono buoni vicini, all’inizio. Abitano l’uno accanto all’altro e ogni mattina si salutano con molta cortesia. In fondo tutto quello che li differenzia è il colore della pelliccia, perché mai non dovrebbero andare d’accordo? Presto, però, il coniglio marrone scopre che il coniglio grigio ha delle abitudini davvero insopportabili. Esattamente ciò che pensa il coniglio grigio delle usanze di quello marrone. Dal fastidio alle parole offensive è presto fatto! Il problema è che hanno entrambi ragione. Il loro bisticcio potrebbe non finire mai… Ma ecco che una volpe affamata decide di concedersi uno spuntino a base di coniglio: grigi o marroni, hanno tutti lo stesso sapore. Solo riappacificandosi e unendo le forze i due vicini potrebbero mettersi in salvo. Ne saranno capaci?

Claude Boujon
Nasce a Parigi nel 1930. Fino al 1972 lavora in una casa editrice per ragazzi, per poi occuparsi di pittura, scultura, scenografia, manifesti e marionette. I libri per bambini che ha scritto e illustrato sono il naturale prolungamento del suo lavoro di artista. Muore nel 1995.

Lettura al Nido della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa Libro: Che Rabbia! Mireille d’Allancè

Appuntamento con la lettura

Lettura al Nido della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa

Libro: Che Rabbia! Mireille d’Allancè BABALIBRI 

IMG_3615Fin dal nido l’utilizzo del libro permette di esporre il bambino all’ascolto e alla lettura. La lettura ad alta voce è un vero e proprio momento magico per il bambino attraverso una comunicazione ricca di stimoli ed emozioni. Le tematiche che saranno affrontate nei libri sono: la rabbia, la paura, la tristezza, la felicità, l’amicizia, il disgusto, il ruolo della mamma, il ruolo del papà e la diversità.

L’obiettivo sarà quello di stimolare con la narrazione lo sviluppo cognitivo, affettivo e sociale dei bambini fin dalla tenera età.

Che Rabbia!

Roberto ha passato una bruttissima giornata. Ah! Che rabbia! Come se non bastasse il suo papà lo ha mandato in camera sua senza cena. Roberto avverte una Cosa crescere dentro, la sente diventare sempre più grande e più incontenibile fino a quando…. Ecco che la Cosa esce da lui e si materializza: enorme, rossa e terribile. In un attimo la stanza è messa in subbuglio, la coperta vola via, il comodino, la lampada, gli scaffali con tutti i libri vengono fatti a pezzi! Poi la Cosa si avvicina al baule dei giocattoli… è allora che Robero grida «Aspetta, quello no!» e ripone piano la Cosa in una scatola… la rabbia è passata.

Mireille d’Allancé

Nasce a Chamalières nel 1958. Dopo aver svolto diversi lavori, tra cui l’insegnamento di disegno, trova la sua strada nel campo dell’illustrazione. Oggi lavora a Lille in uno studio dove i suoi figli vanno a trovarla appena possono. Tenace, a volte sfrontata, queste sue caratteristiche traspaiono nei suoi libri, accompagnate da un senso dell’umorismo, da una dolcezza profonda e da una grande attenzione verso gli altri