Cosa fare con i bambini al tempo del CoronaVirus! #ANDRA’TUTTOBENE

Oggi i bambini hanno la vita scandita da mille attività organizzate: piscina, karate, pittura e catechismo. I bimbi, soprattutto quelli in età scolare e gli adolescenti, hanno una vita sempre più densa di impegni e passano gran parte della giornata fuori casa: tutta la mattina a scuola e a volte anche il pomeriggio, poi al parco giochi a giocare, a fare sport in palestra, a fare i compiti a casa del compagno, a studiare in biblioteca.

Per loro,  stare in casa un pomeriggio, a godersi i propri spazi con la mamma e il papà, senza fretta e in pigiama, può essere fantastico.


Tra tutti questi impegni capita che i momenti che i genitori potrebbero trascorre a casa con i propri bambini si riducano alle ore dei pasti, un po’ troppo brevi per poter fare qualcosa di divertente e creativo insieme.

Ci sono però delle attività e delle idee propositive per trascorrere serenamente il tempo a casa con i bambini, in questo momento di restrizioni molto importanti che impattano sulla nostra quotidianità ma che sono necessarie per evitare il dilagarsi del CoronaVirus e per tornare presto alla normalità.

Non è sempre necessario organizzare cose speciali per intrattenere i bambini. Né tanto meno servono attrezzature speciali, animatori, clown e macchine dello zucchero filato per organizzare un pomeriggio insieme.

La televisione non può essere l’unica soluzione per far trascorrere le giornate ai bambini che sono costretti a passarle in casa. Servono solo fantasia, qualche idea di merenda che piace ai bambini, e qualche semplice oggetto: i giochi da fare in casa sono moltissimi e divertenti:

  • Creare la scatola dei travestimenti, utilizzare parrucche e vecchi vestiti con oggetti vari con l’imitazione e il gioco il bambino impara comportamenti e regole sociali diverse. 
  • Creare una scatola delle sorprese, potreste riempire uno scatolone di merendine, film, libri da colorare, figurine, libri illustrati, giocattoli, lavoretti da fare.
  • Giocare con i numeri, si tira un dado e si disegnano tanti soggetti quanto sono i numeri usciti.
  • Fare il gioco dei travasi, sul tavolo della cucina, disponi delle ciotole contenenti ceci, pastina, lenticchie, farina. Dai al bambino una piccola tazza o un cucchiaio e incoraggialo a travasare i diversi materiali dalla ciotola piena a una ciotola vuota.
  • Insegnare delle canzoni ai bambini, i bambini adorano cantare, potete insegnargli  La Vecchia Fattoria, Il Coccodrillo Come Fa e tante altre.
  • Lavorare sulle emozioni. Oggi mi sento… si fa il disegno e poi si racconta alla mamma il significato
  • Creare il telaio Montessori come abbottonare una camicia, aprire e chiudere una zip, allacciare le scarpe.
  • Fare nascondino da seduti, nascondere un oggetto nella stanza in un armadio, dentro un vaso, su una mensola.  Il bambino deve trovarlo
  • Leggere una storia e poi dividere il foglio in 4 per dividere in altrettante sequenze il racconto.
  • Piantare un albero, se avete un giardino è l’ideale, ma può bastare anche un terrazzo, un balcone o un davanzale.
  • Prendere la mira e tirare, farsi aiutare dal bambino a disegnare degli anelli di cartone rigido, e dipingeteli insieme di colori differenti.
  • Fare giochi di ruoli: i partecipanti fingono di essere qualcun altro. Potete così creare botteghe di parrucchiere, bancarelle di mercato e persino classi a scuola.
  • Fare una gara delle facce buffe e fotografarsi con la macchina fotografica, ti darà la percezione di come si è.
  • Fare un puzzle, un’attività semplice e silenziosa, che i bambini possono svolgere anche da soli.
  • Fare giochi con carta e penna, giochi tranquilli, prima del bacio della buonanotte: tris, battaglia navale, l’impiccato, fiori frutta e animali, nomi cose e città.
  • Giocare a Un-due-tre-stella, un grande classico dei giochi divertenti da fare con i bambini, adatto anche agli spazi interni.
  • Costruire delle cornicette a piacere, pensando a quelle che si realizzavano a scuola.
  • Camminare sul filo, ma sul pavimento del corridoio: il filo è dello scotch colorato.
  • Fare giochi da tavolo Monopoli, Risiko, Scarabeo, Taboo. Ma anche gli scacchi o la dama.
  • Creare origami, l’origami, l’arte giapponese di costruire modellini piegando fogli colorati è un’attività per molti davvero entusiasmante. 

Come spiegare il coronavirus ai bambini!

Trovare le parole per raccontare il coronavirus ai bambini non è così semplice. Nel flusso di notizie che arrivano sull’epidemia, a cui sono inevitabilmente esposti anche i più piccoli, attraverso i telegiornali e la radio c’è il rischio che siano travolti
dalla paura e non riescano a indirizzare la loro attenzione sulle poche notizie importanti per loro, anche per contribuire a prevenire la diffusione del virus e il contagio.

Cosa dire ai bambini sul coronavirus e come, ora che molte scuole sono chiuse.

La prima cosa da fare è cercare di non trasmettere ansia con parole e comportamenti inutili e non spiegare troppo utilizzando un linguaggio non chiaro. E’ importante poter parlare ai bambini in modo tranquillo e diretto, è indispensabile riuscire a trasmettere fiducia, per questo è meglio che a farlo sia un genitore o addirittura entrambi. I bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma si creano una loro personale idea, per cui dobbiamo sbrigarci a fornire loro delle idee.

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Cercare di non terrorizzare i bambini, che a causa della loro età non sono in grado di capire contenuti e toni eccessivamente negativi. Partire da una situazione che già conoscono, come l’influenza stagionale o il vaccino per raccontare che questo coronavirus è una situazione nuova, per la quale non abbiamo ancora soluzioni neanche noi genitori, e che giustamente quindi ci preoccupa, perché potrebbe fare ammalare tante persone, troppe tutte in una volta.

I bambini vivono gli stati emotivi dei loro genitori, sono estremamente ricettivi alle loro ansie e paure, alle loro inquietudini e quindi il comportamento degli adulti, in ogni caso, è importante: perché non è facile trasmettere tranquillità e sicurezza quando si è a propria volta preoccupati per sé stessi o per la salute di un proprio caro. Se non siamo in grado di controllare il panico, i nostri figli lo capiscono subito. Serve mettere in campo strategie che abbassano il nostro stress, come concentrarsi sul respiro, o spostare l’attenzione sulle cose che ci aiutano a stare bene, per riuscire a dare spiegazioni semplici e realistiche, ovviamente adattate all’età del bambino.

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E’ possibile impegnare i bambini in attività alternative, se poi si nota che i bambini stanno comunque vivendo una condizione di paura, si può cercare di convogliare questi sentimenti negativi in altre forme di comunicazione, come i disegni, gli scritti o le musiche ma senza esagerare.

COVID-19 #IORESTOACASA Cosa fare in questo momento per noi stessi !

Sembra impossibile da credere nella nostra mente ma siamo nel pieno di una Pandemia e l’unico termine che spiega quello che stiamo vivendo è la parola Surreale.

Così in molti descrivono ciò che sta succedendo in tanti Paesi d’Europa. La prima nazione ad essere colpita dal Covid-19 è stata l’Italia. Primo focolaio in Europa, seguito dalla Spagna. Le epidemie che si sono susseguite nella nostra storia sono state tante fin dai tempi antichi, ma nessuna come questa ha avuto un’eco tanto grande e misure così restrittive.

Covid-19 e coronavirus, il significato e la spiegazione della scelta di questi nomi sono da rintracciare nel fatto che vedendolo al microscopio, gli scienziati hanno notato una somiglianza palese con quella di una corona da indossare sul capo. Da qui, il nome coronavirus. Covid-19 invece non è altro che un acronimo. A spiegarne il significato è stato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus. L’attuale direttore dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha descritto il significato di ogni singola lettera. C-O Rappresenta un diminutivo della dicitura Corona. In inglese Crown, ma contenente sempre le lettere C e O; Vi Indica Virus; D In inglese significa Disease (tradotto in italiano vuol dire malattia); 19 Ne indica l’anno di scoperta. Il coronavirus è stato individuato lo scorso anno: a dicembre 2019.

In questo momento così strano e paralizzante non basta restare semplicemente nella propria abitazione. Sono stati messi in evidenza semplici accorgimenti che possono fare la differenza nella corretta gestione di questa fase, mettendo al sicuro la propria salute e quella altrui.

In questa fase è utile pensare al nostro tempo, prezioso che abbiamo a disposizione per fare ciò che vogliamo, ci fa stare bene e che non abbiamo mai avuto. Fuori è primavera, il tempo scorre veloce e noi dobbiamo essere in grado di coglierlo e utilizzarlo.

Il primo passo da fare è organizzare la giornata, avere una tabella di marcia per cercare di mantenere ritmi salutari e psicologicamente sani. Non dimenticatevi di curare la propria persona, non trascuratevi, vestitevi, lavatevi e se potete dedicatevi anche del tempo in più (capelli,barba, unghie, maschera del viso). E’ importante curare l’aspetto fisico ed effettuare se possibile ogni giorno un risveglio muscolare, praticare yoga o semplicemente fare qualche esercizio di riscaldamento che ci sintonizzi con il nostro essere.

10 regole da seguire

Cosa fare in questi momenti in cui siamo a casa: Studiare ciò che ci interessa, ciò che abbiamo messo da parte, oppure organizzare un gruppo studio tramite skype con i vostri amici oppure imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio una nuova lingua. Leggere, approfitta per leggere un buon libro in solitudine cioè da solo, oppure leggendo ad alta voce per tutta la famiglia. Scegliete un libro che possa interessare la famiglia e leggetelo ad alta voce, magari a turno, oppure ognuno interpretando un personaggio. Cucinare La cucina è un luogo dove esprimere la propria creatività anche se non si è molto bravi. Scaricate una ricetta, l’importante è che alla fine vi sentiate realizzate e la possiate gustare. Pulite e sistemate casa. Pulire è un modo per fare attività fisica e liberare la mente. Guardate film e serie tv, le vostre preferite, quelle che vi fanno stare bene, sceglietene di nuove o tornate a vedere vecchi film. Ascoltate la musica. Scrivete Un altro modo per esorcizzare la paura è passare il tempo è scrivere. Tenete un diario della quarantena, in cui raccontate le vostre giornate. Sarà un tesoro prezioso, da tramandare ai vostri nipoti. Telefonate ai vostri cari, familiari amici per non perdere la connessione con loro e per relazionarvi. Mantenere i contatti è fondamentale. Dedicare una parte della giornata a telefonare o videochiamare chi non potete adesso vedere vi sarà sentire meglio e anche meno soli. e poi per ultimo parlate, confidatevi e apritevi con qualcuno perchè se tenete tutto nascosto ciò non vi aiuterà.

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HIKIKOMORI: Isolamento e autoreclusione

Hikikomori significa stare in disparte ed è un termine coniato in Giappone, dove si sono individuati i primi ragazzi che si auto recludevano per sfuggire al confronto con il mondo.

Si può definire Hikikomori un fenomeno nato e sviluppatosi prevalentemente in Giappone, ma presente anche in Corea e Taiwan. Il termine fu creato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki, dalle parole giapponesi “hiku (tirare)” e “komoru (ritirarsi)”, letteralmente “ stare in disparte, isolarsi ”. Quando all’inizio degli anni Ottanta segnalò un numero sempre maggiore di giovani, i quali apparentemente per una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi rinchiusi anche per lunghi periodi (auto reclusione).

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Il fenomeno colpisce tanti adolescenti anche in Italia. Non è depressione, non è dipendenza dai videogames, non è solo un disturbo d’ansia. Dai dati del Giappone che conta oltre 500.000 persone, tra semi-isolati e completamente isolati. Passando per Spagna, Corea, Cina, India, Francia e Stati Uniti, arriviamo all’Italia dove, grazie al Dottor Crepaldi, autore del libro “Hikikomori, i giovani che non escono di casa” specializzato in psicologia sociale e comunicazione digitale, che nel 2017 ha fondato l’Associazione Nazionale Hikikomori Italiadi cui è presidente, sappiamo che la stima per difetto dovrebbe essere intorno ai 100 mila giovani, quasi sempre di sesso maschile (88%) che rimangono chiusi totalmente in casa dai 3 ai 10 anni (42%).

Sono moltissimi, eppure c’è ancora una scarsa attenzione sociale.  È l’essenza stessa del malessere, l’isolamento in casa, a nasconderlo all’attenzione della società e dei media. E poi, vige il luogo comune che riduce l’auto isolamento di questi ragazzi alla semplice dipendenza da internet. L’abuso di internet è solo la compensazione di un malessere che sta altrove. Non li vediamo perché la loro vita si svolge interamente in una stanza: la loro camera da letto. Si rifiutano di uscire, di vedere gente e di avere rapporti sociali. In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Ma soprattutto proteggono loro stessi dal giudizio del mondo esterno. Chi attribuisce la colpa del disagio alle nuove tecnologie sbaglia di grosso. Le cause sono molteplici e il fenomeno è sorto prima dell’avvento del computer. Di noto c’è che l’isolamento può durare alcuni mesi o anni.

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Si tratta di un disturbo multifattoriale in cui tutte le componenti devono essere considerate, per comprendere il fenomeno. Una singola dimensione non basta per spiegare l’insorgenza del disturbo. Queste componenti possono essere familiari, psicologiche o sociali. Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Si tratta di ragazzi con una difficoltà nella gestione e nel controllo delle emozioni: gli hikikomori provano un profondo stato d’ansia generalizzata all’idea di abbandonare la residenza e di avere contatti con altre persone. In molti casi questa loro difficoltà nel relazionarsi e nella gestione dell’ansia era presente anche prima del manifestarsi del fenomeno. Gli hikikomori hanno una concezione molto negativa della società e, in particolare, soffrono molto le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano di fuggire.

Lo psichiatra Satoru Saito (2001) ritiene che il fattore narcisistico sia determinante nell’evoluzione di hikikomori. Egli sostiene che l’innaturale rapporto madre-figlio, che ha un notevole peso nello stato di hikikomori, sia legato anche al problema della presenza-assenza del padre. L’assenza del padre assorbito dal lavoro, che è una prerogativa della famiglia giapponese, simboleggia l’importanza del ruolo che riveste all’interno della società e il sacrificio per la famiglia. L’assenza della figura paterna non fa che rafforzare parallelamente l’attaccamento e la relazione madre-figlio, contribuendo allo sviluppo di un esagerato narcisismo del figlio. Padri deboli o assenti; madri forti e al contempo iperprotettive e ansiose, che spesso hanno difesi i figli da frustrazioni e difficoltà. Le madri proprio per questo giocano un ruolo chiave anche nella guarigione.

Questi ragazzi hanno la profonda paura di non riuscire a soddisfare le aspettative che chiunque, a partire dai genitori, riversa su di loro, e provano un sentimento di vergogna e di inadeguatezza di fronte alla consapevolezza di un loro possibile fallimento. Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto dal soggetto in modo particolarmente negativo. L’isolamento sociale autoindotto in modo prolungato può essere accompagnato dalla presenza di ulteriori sintomi: antropofobia (paura della gente e dei contatti sociali), automisofobia (paura di essere sporchi), agorafobia (paura di ambienti non famigliari e di spazi aperti), manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, comportamenti regressivi, evitamento sociale, apatia, letargia, umore depresso, pensieri di morte e tentato suicidio, inversione del ritmo circadiano di sonno-veglia, internet addiction disorder, comportamenti violenti contro la famiglia, in particolare verso la madre.

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Il fenomeno dell’hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente?

COSA SIGNIFICA HIKIKOMORI?

Hikikomori. La solitudine degli adolescenti giapponesi

Psicologa a Roma #psicologaroma

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In quali casi è importante richiedere l’aiuto di uno psicologo e come orientarsi tra i diversi servizi di counseling e psicoterapia che uno psicologo a Roma può offrire?

Spesso, la figura professionale dello psicologo viene associata al trattamento di un disagio profondo, vicino all’immagine di “pazzia“. Nella società in cui viviamo oggi questo tipo di disagio viene trattato soprattutto dalle strutture residenziali del Sistema Sanitario Nazionale ed in particolare dalla figura professionale del medico psichiatra.

L’obiettivo è quello di aiutare le persone che vivono un momento di difficoltà o di sofferenza a ritrovare un proprio equilibrio e un benessere personale. Nel rispetto dell’unicità di ogni individuo, i percorsi offerti si configurano come un’occasione per riscoprire le proprie risorse personali o per acquisire nuovi strumenti affinché un cambiamento sia realizzabile.

Oggi la figura professionale dello psicologo e i trattamenti nel quale lo psicologo è specializzato vengono presi in considerazione come soluzione possibile solo quando si presentano sintomi gravi legati ad ansia, attacchi di panico, depressione, fobia sociale, problemi di autostima, crisi di aggressività, crisi di coppia.

Questa immagine stereotipata dello psicologo rischia di limitarci nel richiedere un aiuto professionale quando ne avremmo realmente bisogno.

Ci vuole coraggio nel richiedere aiuto.

Il primo accoglimento avviene attraverso un ascolto rispettoso del paziente che presenta un disagio, un sintomo, un blocco o un vissuto anche non chiaramente definito, che però impedisce lo sviluppo e l’utilizzo delle proprie capacità e potenzialità. I primi colloqui hanno lo scopo di raccogliere la storia e la problematica così da comprendere e approfondire la richiesta e individuare la modalità più adatta alla situazione di disagio. Solo in seguito a questa prima fase di consultazione, e solo se reputato utile o necessario si propone l’avvio del percorso terapeutico nella modalità e frequenza più adatta alla specifica situazione.

I PRINCIPALI AMBITI DI INTERVENTO SONO COSì RIASSUNTI:
– DISTURBI D’ANSIA E DEPRESSIONE
– DISTURBI AFFETTIVI E DELL’UMORE
– DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E ALIMENTAZIONE
– DIFFICOLTÀ RELAZIONALI E AFFETTIVE
– TECNICHE DI RILASSAMENTO
– GRAVIDANZA E MATERNITA’
– SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’
– DISTURBI DELL’ INFANZIA E DELL’ ADOLESCENZA
– DISAGIO LAVORATIVO
– PSICONCOLOGIA
– NUOVE DIPENDENZE

PER INFORMAZIONI E COLLOQUI CHIAMARE IL NUMERO 3472439780

Mal di pancia nervoso nei bambini (DAR)

“Mamma, mi fa male la pancia, non ce la faccio a …” 

Il mal di pancia è un tipo di dolore abbastanza frequente che può avere origine dalle cause più disparate; nella stragrande maggioranza dei casi il mal di pancia è sintomo di disturbi di poco conto, generalmente di tipo gastrointestinale, ma può anche essere spia di patologie di una certa severità.

Il mal di pancia o dolore addominale rappresenta uno dei sintomi di più frequente riscontro nei bambini ed è spesso fonte di preoccupazione perché i genitori lo associano a patologie chirurgiche. I genitori pensano che nella maggioranza dei casi la causa del mal di pancia sia una patologia organica, cioè qualcosa di fisico. Ebbene, non è così. “Il mal di pancia dei bambini soltanto nel 10% è riconducibile a cause organiche”.

L’8% e il 25% dei bambini con dolore addominale persistente, senza una spiegazione medica distinta, soffrono in realtà di ciò che è noto come “dolore addominale ricorrente“

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IL MAL DI PANCIA NERVOSO ESISTE E HA ORIGINE IN UNA REAZIONE ANSIOGENA DELLA MENTE CHE SFOGA SUL CORPO.

I sintomi del mal di pancia nervoso sono assimilabili a quelli di un comune mal di pancia, tensione e dolore addominale, istinto a schiacciare le mani sul ventre incurvando la schiena in avanti, sudorazione, possibile tachicardia leggera. Ciò che caratterizza il mal di pancia nervoso più comune e diffuso è, però, la durata.

Un mal di pancia determinato da una paura o da un emozione dura il tempo di una “fuga” dalla fonte scatenante! Basta, quindi, che il bambino si allontani dalla fonte del suo stress e\o si tranquillizzi rispetto ad essa per liberarsi completamente dal dolore fisico.

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Il mal di pancia in età pediatrica, tuttavia, può essere causato da un dolore psichico che si è trasformato in fisico. Ad esempio per via di un disagio emotivo che il bambino non sa esprimere a parole. Sotto l’aspetto psicologico possono osservarsi nei bambini con il DAR (dolore addominale ricorrente) la presenza di stati emotivi quali rabbia, gelosia, oppure ansia di separazione.

La cosa migliore da fare, forse, è cercare di capire quali potrebbero essere le cause che provocano la sensazione di angoscia nel bambino e intervenire su quelle rendendosi anche conto che i bimbi non sono e non vanno trattati da grandi e che esercitare su di loro una pressione eccessiva (a scuola, negli sport, a casa, nel rapporto con gli altri) è controproducente se non, addirittura, dannoso.

Il mal di pancia nervoso non è quindi un invenzione del bambino è un vero e proprio disturbo fisico che parte da una reazione mentale alla paura, all’ansia, allo stress o ad un’emozione forte.

IL MAL DI PANCIA NERVOSO È, PERCIÒ, UNA “RISPOSTA DI PANCIA” AD UN’ANSIA O AD UNO STRESS EMOTIVO.

La diagnosi del DAR nel bambino pone l’urgenza di un intervento clinico efficace che sia in grado di comprendere la natura del problema ed affrontarlo, naturalmente in sinergia con i genitori, con strumenti clinici adatti all’età del bambino, come un colloquio clinico con uno psicologo esperto.

PER INFORMAZIONI  E PER FISSARE UN COLLOQUIO CHIAMARE IL NUMERO 3472439780

Ansia scolastica nei bambini e negli adolescenti

 

L’ ansia scolastica racchiude la paura dell’insuccesso, del giudizio negativo, il timore di non essere capaci di superare la prova che si deve affrontare. E’ un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di prendere brutti voti a scuola e di fare brutta figura davanti alla classe.

I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano un livello d’ansia tale da compromettere significativamente il buon rendimento scolastico.

Con l’ingresso di un bambino alla scuola primaria, tutta la famiglia vive un grande cambiamento: dalla scuola dell’infanzia, dove si impara giocando e le valutazioni appaiono più leggere, si passa a un ambiente che esplicitamente è investito dal dovere di stimolare conoscenze, abilità, competenze e di valutare il percorso di ogni bambino.

Molti bambini e adolescenti giungono in terapia perché hanno la paura o l’ansia di andare a scuola, questo fenomeno riguarda un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi in età scolare e raggiunge dei picchi in alcuni momenti cruciali del percorso scolastico:
– Tra i 5 e i 7 anni, all’inizio della scuola primaria.
– Tra i 10 e gli 11 anni con l’inizio della scuola secondaria di I°grado.
– Tra i 13 e i 14 anni con l’inizio della scuola secondaria di II° grado.

In Italia quasi il 60% degli adolescenti dichiara di essere stressato a causa dello studio. Le ragazze tendono a essere più colpite dei ragazzi.

L’insorgenza dell’ansia scolastica sembra spesso immotivata in quanto si tratta, nella maggior parte dei casi, di ragazzi intelligenti e studiosi con un buon rendimento scolastico. La causa è spesso la volontà di offrire ai genitori e agli insegnanti una buona immagine di sé, la non accettazione degli errori e delle brutte figure. Queste idee negative determinano ansia anticipatoria con conseguente fatica a concentrarsi nello studio e un peggioramento delle prestazioni scolastiche.

Come nell’adulto, anche nel bambino e nell’adolescente l’ansia è associata a manifestazioni somatiche, i segnali più diffusi sono: mal di testa; pianti, tremori, mente offuscata; male allo stomaco o tensione muscolare, che spesso portano i bambini a chiedere di non andare a scuola o di uscire prima; difficoltà ad addormentarsi, in questo caso a volte il lettone di mamma e papà è spesso la soluzione a cui si ricorre per trovare la serenità e potersi addormentare tranquilli; vomito e febbre; crisi di panico prima di varcare l’ingresso della classe, ma a volte si manifesta già a casa prima di partire per andare a scuola.

Solitamente l’ansia da prestazione scolastica ha una matrice familiare, cioè affonda le sue radici nell’ambiente familiare (in particolare nelle aspettative che hanno i genitori nei confronti dei figli). Ma non possiamo fermarci solo al contesto familiare. Lo stile comunicativo dell’insegnante è molto importante e molti insegnanti parlano dell’esame di maturità ai ragazzi, già all’inizio della prima superiore. Ma ne parlano in modo terroristico e minaccioso come se l’esame fosse domani e come se i ragazzi non avessero alcun interesse a superarlo.

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La paura è un’emozione che “cova” nell’animo umano, si intrufola nella mente e non possiamo fermarla se non ne prendiamo consapevolezza.

L’ansia da prestazione scolastica, dunque,  può presentarsi sia come un disturbo leggero che come un disturbo più serio e capace di dar luogo in futuro a sintomi più gravi come attacchi di panico, fobie e ossessioni. Per questo è importante che genitori e insegnanti osservino attentamente i comportamenti del bambino e lo ascoltino, in modo da intervenire tempestivamente eventualmente anche con una psicoterapia.

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La psicoterapia serve al bambino a trovare uno spazio di espressione, ascolto ed elaborazione dei vissuti emotivi ansiogeni. Contattami per un consulto e una consulenza a studio.

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Scarica i link per avere delle informazioni in più:

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ANSIA DA PRESTAZIONE PER L’ESAME DI MATURITA’ PDF

Terapia di coppia, quando? e perchè?

tp-coppia_BORDOLe difficoltà tra i partner fanno parte dell’evoluzione della vita della coppia. Ma quando queste difficoltà sono così gravi da richiedere un intervento psicoterapeutico? Ogni coppia attraversa periodi di crisi, ma solo alcune decidono di chiedere un aiuto esterno iniziando una terapia di coppia. I problemi che il terapeuta fa emergere durante la terapia sono quasi sempre gli stessi: cambiamenti di vita che sfuggono al nostro controllo, la difficoltà di liberarsi del proprio bagaglio familiare e l’incapacità di fare i conti con la parte sommersa della relazione.

Di fronte alle difficoltà di un legame che muta nel tempo ed ha bisogno di ricostituirsi è possibile affidarsi ad un esperto psicoterapeuta di coppia in grado di guidare i coniugi/conviventi alla risoluzione della propria conflittualità, attraverso la riscoperta in sé stessi delle metodologie più idonee per agire sulla realtà interna ed esterna. La terapia di coppia insegna è dare spazio all’ascolto dell’altro, invece di parlare in continuazione. Ascoltare in modo attivo significa osservare, sentire l’altro e la sua complessità in modo più profondo e più attento.

La maggior parte delle coppie chiede una consulenza perché discute molto, ma dietro vi sono conflitti irrisolti. La prima cosa da mettere in chiaro, dunque, è il vero problema per cui la relazione non funziona.

terapia-coppia-2-800x350La terapia di coppia viene condotta da un terapeuta familiare o da un’equipe terapeutica e in alcune situazioni può essere utile la partecipazione, ad alcuni incontri, delle famiglie di origine o dei figli dei coniugi/conviventi. La frequenza delle sedute della terapia solitamente è quindicinale, ma può variare a seconda dell’intensità della crisi. I tempi della terapia di coppia possono variare notevolmente rispetto al tipo di problematica e alle dinamiche: fondamentale scegliere l’approccio adeguato e un professionista di fiducia che sappia accompagnare nel viaggio del cambiamento.

SDSFSAscoltare il partner aprirsi, a volte, significa scoprire quanto sia diverso dall’immagine che ci siamo fatti di lui. Scoprire e scoprirsi, questo è un punto centrale nella terapia. La relazione di coppia non è statica e tende a cambiare nel tempo, proprio come gli individui che la compongono. Con l’approfondimento della conoscenza reciproca, la relazione fra i due partner diventa più stabile, ma le emozioni dell’inizio si fanno sempre più sfumate e si fa spazio una valutazione più oggettiva delle caratteristiche dell’altro e, talvolta, subentra una delusione delle aspettative reciproche. La terapia di coppia è per definizione una palestra di apprendimento di posizioni speculari. L’arbitro neutrale è il terapeuta, che aiuta a spostarsi dal proprio asse per ampliare l’ottica e la visuale del problema.

IMG_0214Spesso la motivazione a iniziare un percorso di terapia di coppia è inizialmente di un solo partner, quello più sensibile, quello che forse soffre di più per la situazione. Tuttavia, alla lunga, entrambi i partner dovranno impegnarsi nel percorso terapeutico se davvero vogliono cambiare in meglio la propria relazione. Al di là della tecnica e del terapeuta, che pure sono importanti, contano la volontà, la costanza e la lealtà di chi si affida. Perciò, se ci sono queste premesse in entrambi i coniugi, una terapia di coppia può dare un valido contributo alla soluzione di una crisi.

Ai fini di una buona riuscita terapeutica è fondamentale che si crei la giusta alleanza terapeutica, ovvero si instauri un buon legame terapeutico fra pazienti e professionista, basato sul rispetto reciproco, empatia, accoglienza e flessibilità.

 

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Per ulteriori informazioni chiamare: 3472439780

 

Link ad alcune letture interessanti:

Qualche Tecnica di Terapia

La terapia della coppia

DIPENDENZA DA VIDEO GIOCHI

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La dipendenza da videogame è entrata ufficialmente a far parte delle classificazioni diagnostiche più importanti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito il “gaming disorder“, ossia l’uso compulsivo dei videogiochi nell’ultima revisione della International Classification of Diseases (ICD-11). Secondo quanto indicato dall’OMS, un individuo affetto da tale patologia risulta talmente assuefatto dai videogiochi (sia online che offline) da compromettere significativamente la sua vita sotto ogni aspetto sia esso sociale, lavorativo o affettivo.

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Dispositivi elettronici, videogiochi e smartphone fanno oggi parte della vita quotidiana di adulti e bambini . Tuttavia troppa tecnologia non fa bene, soprattutto per i più piccoli che non sono capaci di regolarsi autonomamente e rischiano di passare troppo tempo di fronte agli schermi.  Il primo problema è che oggi i bambini iniziano a tenere in mano un dispositivo digitale troppo presto, prima ancora che sappiano parlare. I genitori pensano che sia un modo divertente per intrattenerli. Invece i piccoli a quest’età hanno bisogno di osservare il più possibile il mondo reale e di interagire con le persone che si prendono cura di loro.

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I bambini oggi già prima dei 10 anni hanno un cellulare con accesso alla connessione web e con i videogiochi, grazie alla disponibilità sul mercato anche di telefoni “per bambini”, studiati per i più piccoli e acquistati dai grandi, anch’essi sempre più spesso dipendenti. I giovani  del XX secolo vivono circondati dalla tecnologia. Questa è una realtà indiscutibile. Tuttavia, questo non vuol dire che i genitori non possono controllarne l’accesso ai vari dispositivi elettronici. Dovrebbero preoccuparsi di quali contenuti consultano e di quante ore trascorrono davanti allo schermo.

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Il disagio si manifesta quando si verifica un abuso dei giochi elettronici, quando un loro utilizzo continuativo e sistematico prende il sopravvento, occupa gran parte della giornata dei ragazzi e finisce col sostituirsi ad ogni attività quotidiana. La fase più acuta si riscontra negli adolescenti maschi a partire dai 12 anni, fino ai 15-16. La sovraesposizione alle informazioni e agli stimoli visivi dei giochi, soprattutto di quelli violenti, fatti senza filtro né protezione né assistenza da parte dei genitori, può comportare, dunque, conseguenze concrete anche a lungo termine.

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I videogiochi online sono più preoccupanti di quelli offline poiché possono coinvolgere più persone contemporaneamente. Rilevante è il fenomeno dei cosiddetti MMORPG (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game). Si tratta di giochi di ruolo per computer che vengono svolti in internet contemporaneamente da più persone reali, perciò si chiamano giochi “online”.
A questa categoria di giochi appartiene il celeberrimo Fortnite, un videogioco del 2017 sviluppato da Epic Games il cui obiettivo è sopravvivere.

 

In tali situazioni, bambini e ragazzi tendono a isolarsi dalle relazioni, a chiudersi in se stessi e in quel mondo virtuale che può diventare, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, una modalità per evadere dalla quotidianità, sperimentare sensazioni nuove ed evitare il senso di incapacità o inutilità spesso vissuto in altri contesti e in altre relazioni quotidiane. Trascorrere più di un’ora di fila di fronte allo schermo può portare alla paura di rimanere sconnessi dalla rete, una patologia che provoca sensazioni simili agli attacchi di panico, ad una eccessiva aggressività nel bambino, a frequenti disturbi del sonno, soprattutto se la sovraesposizione è serale e forme anche lievi di alienazione sociale e disinteresse per gli impegni, per le relazioni sociali ed amicali.

L’apprensione maggiore dei genitori è legata alla quantità di tempo che il figlio deve o può trascorrere al giorno con strumenti digitali connessi alla rete. È indubbio che un utilizzo eccessivo possa influire sia a livello psichico che comportamentale, ma ciò che è più importante monitorare e analizzare sono i contenuti che i ragazzi visualizzano o con i quali interagiscono a livello interattivo. I ragazzi possono diventare apatici, irrequieti e irritabili, modificare le proprie abitudini (alimentari, di igiene personale), non dormire ed essere sempre stanchi, giocare di nascosto, litigare spesso con i genitori e avere esplosioni di rabbia quando non si vuole smettere la partita, trascurare la scuola, lo sport e le relazioni, presentare sintomi fisici (mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista). Dal punto di vista psicologico c’è un’enorme rabbia che denota condizioni affettive deficitarie basate su moderne forme di assenza genitoriale.

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SINDROME DA WEB

PAVOR NOCTURNUS

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Il Pavor nocturnus (in italiano: terrore notturno) è un disturbo tipico dell’età pediatrica, caratterizzato da improvvisi e parziali risvegli durante il sonno in cui il bambino è in preda al terrore.

Viene chiamato anche “disturbo da terrore nel sonno“, è un malessere annoverato tra le parasonnie, cioè i comportamenti anomali che si verificano durante il sonno. Il Pavor Nocturnus nei bambini è un disturbo che causa però parecchia angoscia nei genitori, poichè vedono il loro bambino urlare e agitarsi come se fosse in preda al terrore.

È un disturbo piuttosto frequente (circa 3% nei bambini, un po’ meno nelle bambine), l’esordio si presenta generalmente nella fascia di età compresa tra i 3 e i 10 anni.

Le crisi di Pavor nocturnus sono davvero impressionanti, il bambino grida, con gli occhi sbarrati, a volte serrati, con una forte attivazione del sistema nervoso autonomo: è sudato, pallido, a volte paonazzo, ha le pupille dilatate, il respiro corto e frequente, la frequenza cardiaca aumenta come anche il tono muscolare. spesso perde l’urina. Si agita in movimenti scomposti, irrigiditi. Piange. Sembra in preda al terrore. Non è contattabile nè con gesti, nè con parole.

Di solito la crisi dura pochi minuti, ma può aumentare fino anche ai 10/30 minuti, al termine dei quali si rilassa e riprende a dormire. Il mattino dopo generalmente non conserva ricordo dell’accaduto, su cui vi è una sorta di amnesia.

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La crisi si verifica con frequenza variabile, irregolare, non prevedibile (anche una sola volta nella vita) in una fase di sonno non-REM, o sonno profondo. Quindi non durante un sogno, che avviene solo nelle fasi di sonno REM. Dunque non è un incubo. Si tratta del risultato di un’attivazione del sistema limbico (gestore delle emozioni), probabilmente dell’amigdala.

Ci sono anche dei fattori psicologici da tenere presente infatti la componente psicologica può giocare un ruolo soprattutto in relazione al livello di stress a cui il bambino è sottoposto nella sua quotidianità. La presenza infatti di stress, ansia e preoccupazioni nel bambino incide sulla qualità del sonno del bambino ed è quindi importante prestare sempre attenzione al suo stato emotivo e alla presenza di fattori che possono generare stress.

E’ possibile che i primi attacchi di terrore si manifestino in coincidenza di avvenimenti tipici dello sviluppo del bambino, quali l’inizio della scuola,  l’arrivo in casa di un fratellino o sorellina, un trasferimento.

Una delle cause più frequenti potrebbe poi essere la deprivazione di sonno che, aumentando il sonno profondo, facilita questi eventi. Stessa cosa dei rumori nella stanza o dormire accanto a qualcuno che si muove e che quindi facilita dei risvegli. Bisogna sempre ridurre i possibili “stimoli” esterni o interni che possano produrre risvegli in un bambino predisposto ad avere delle parasonnie, come ad esempio genitori che ritornano a casa tardi la sera o lavorano nelle ore notturne.

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Per approfondire

Bruni O, Finotti E, Novelli L, Ferri R. Parasomnias in children. Somnologie. 12 (1): 14-22 (2008).

Bruni O, Novelli L, Verrillo E. I disturbi del sonno nella prima e seconda infanzia: valutazione e diagnosi. In “Psicosomatica in età evolutiva” a cura di Rita Cerutti e Vincenzo Guidetti. Il Pensiero Scientifico Editore, pp 151-181. 2007.

Bruni O, Novelli L. Sleep disorders in children. Clin Evid (Online). 2010 Sep 27;. pii: 2304.

Novelli L, Mallucci A, Della Corte M, Del Pozzo M, Forlani M, Bruni O. Disturbi del sonno nel bambino – Sleep disorders in children. Area pediatrica.

Byars K. Risvegli programmati. Un protocollo comportamentale per il trattamento del sonnambulismo e del disturbo da terrore notturno nei bambini. In “Trattamenti comportamentali per i disturbi del sonno” a cura di Perlis M, Aloia M, Kuhn B. Giovanni Fioriti Editore, pp.326-334. 2015.

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I DISTURBI DEL SONNO NEL BAMBINO PDF

L’INSONNIA IN ETA’ EVOLUTIVA PDF

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