Qual è l’età giusta per iscrivere il bimbo al nido?

ASILO NIDO, DA CHE ETÀ?

Solitamente un nido si divide in tre sezioni:

  •  LATTANTI (0-12 mesi)
  •  SEMIDIVEZZI (12-24 mesi)
  •  DIVEZZI (24-36 mesi).

Non esiste un’età precisa per iscrivere i bimbi al nido, L’ideale sarebbe poter tenere a casa il bambino fino a 18 mesi. Dopo l’anno e mezzo di età, infatti, i bambini si adattano più facilmente alle novità, riescono a socializzare meglio e ad apprezzare la vita e i giochi insieme ai coetanei. 

Quale che sia la modalità più corretta da intraprendere per un buon inserimento è definita dalle competenze e dalla professionalità di chi le applica.



Fondamentale è rispettare il benessere del bambino e accogliere tutte le emozioni che presenta.

Le attività, oltre a stimolare lo sviluppo senso-motorio del bambino, favoriscono lo sviluppo delle seguenti capacità:

  • Logico-pratiche (manipolazione di pongo, plastilina, carta, stoffa, carta crespa)
  •  Logico-sensoriali (giochi di classificazione a riordinare oggetti per grandezza, forma e colore)
  •  Espressive (canzoncine abbinate a movimenti, strumenti musicali, colori a cera, a dita e tempere)
  • Affettive (bambole, peluche, piatti, tazzine e pentole di plastica)

È importante che il bambino sia pronto a questo passaggio. Già dai giorni prima dell’inserimento è bene che gli si parli del fatto che andrà all’asilo e raccontargli che cosa farà, dicendogli che ci saranno altri bambini con cui potrà giocare e descrivergli l’ambiente in cui sarà inserito.

I bambini, soprattutto se piccoli, comunicano con il pianto. Bisogna comunicare a loro che per il momento stare all’asilo è faticoso, ma che poi staranno bene. Un inserimento difficile all’asilo può comportare anche un rifiuto del cibo da parte del bambino. La strategia migliore è quella di lasciare stare il bambino, che sicuramente riprenderà a mangiare normalmente quando sarà più sereno. Se invece non dorme, meno saremo preoccupati noi, più il bimbo avrà la possibilità di stare bene e riprendere la sua normale routine. Il sonno è una vera e propria esperienza di separazione.

 Ci sono poi quei piccoli che manifestano la tensione dell’inserimento con un’eccessiva agitazione, irrequietezza manifestando addirittura atteggiamenti ipercinetici per un certo periodo. Dobbiamo comunque leggere questi comportamenti come l’espressione di un disagio che comunque accompagna qualsiasi adattamento ad uno nuova situazione: ogni bambino ha i suoi tempi e le sue modalità di reazione e difesa.

Importantissimo nella fase di inserimento è soprattutto il fornire al bambino la figura dell’educatrice di riferimento in modo che possa capire chi si prenderà cura di lui e chi lo conterrà nei momenti di sconforto visto che la mamma non ci sarà.

Bisogna sempre affrontare con fermezza e calma quelle che sono le difficoltà che un inserimento comporta. La mamma deve essere la prima a sentirsi pronta nel separarsi dal bambino affinché lui possa accettare questa esperienza. 

Per ulteriori informazioni rivolgersi a Dottoressa Chiara Patruno cell. 3472439780

Adolescenti e ALCOL

L’abuso di alcol è la prima causa di morte al di sotto dei 25 anni. 

In Italia, secondo la “RELAZIONE DEL MINISTRO DELLA SALUTE AL PARLAMENTO SUGLI INTERVENTI REALIZZATI AI SENSI DELLA LEGGE 30.3.2001 N. 125 “LEGGE QUADRO IN MATERIA DI ALCOL E PROBLEMI ALCOL CORRELATI”  del 2020, nel 2019 il 77% degli Italiani dagli 11 anni in su e il 56% delle Italiane.
Nel nostro Paese,  la Legge 8.11.2012 n.189 vieta la vendita e la somministrazione di alcolici ai minori di 18 anni (Ministero della salute).

Sebbene l’abuso di alcol sia dannoso a qualunque età, il danno è maggiore per il bambino e l’adolescente. Con l’abuso di alcol il sistema cerebrale, fisiologicamente non del tutto maturo, e l’inefficacia dei meccanismi di metabolizzazione e smaltimento delle bevande alcoliche, mettono a rischio la salute di tutto l’organismo, in particolare possono verificarsi seri danni alla struttura e al funzionamento del cervello.

Dopo la fine del lockdown ci sarebbe stata una notevole impennata degli accessi per intossicazione alcolica acuta grave, spesso associata ad abuso di altre sostanze stupefacenti, di adolescenti nei Pronto Soccorso degli ospedali Italiani (salute.gov.it).

Il consumo e l’abuso di alcol fra i giovani e gli adolescenti è un fenomeno preoccupante e in forte crescita, in Italia come all’estero. La cultura del bere attualmente diffusa tra gli adolescenti segue sempre più spesso standard indirizzati verso modelli di “binge-drinking” ossia il bere per ubriacarsi.

Ci sono ragazzi che bevono anche 5 o 6 cocktail consecutivi, ben oltre il proprio limite di tolleranza, allo scopo di ubriacarsi. Non sono pochi e lo fanno anche più volte a settimana: stando agli ultimi dati, raccolti da un’indagine Doxa, sono il 20% dei maschi con più di 13 anni e l’8,6% delle femmine (ANSA).

I ragazzi, sempre più spesso, si mettono a rischio, partecipano a giochi alcolici in gruppo, si sfidano ai drink-game, anche sui social network, si fotografano e si riprendono mentre sono sbronzi, vomitano e si sentono male. Lo fanno perché sono alla continua ricerca di sballo, di sensazioni forti e hanno bisogno di sperimentarsi, oppure perché vengono sfidati dagli altri e vogliono sentirsi parte del gruppo; in ogni caso, il più delle volte, non si rendono conto delle conseguenze e dei rischi (rainews, fondazione veronesi).

L’Istituto Superiore di Sanità, in occasione della Giornata 2011 dedicata alla prevenzione, ha diffuso dei dati preoccupanti sui giovanissimi, specie sulle adolescenti, che aumentano il consumo fuori pasto di superalcolici. Si diffondono pratiche assurde come l’eyeballing: si crede che l’alcol si assimili più rapidamente se versato negli occhi, e il risultato non è lo sballo sperato, ma la cornea rovinata.

Ciò che porta un adolescente al consumo spasmodico di alcol può essere motivato a svariate motivazioni psicosociali. L’alcol, e le sue deleterie mode, rappresentano soltanto uno dei metodi privilegiati per i giovani di stare insieme ai suoi pari e costruire con essi un processo identitario (Candio et al., 2012 Documentazione degli effetti dell’uso di alcol sul cervello in adolescenza).

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%). E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. 

L’importanza della cornice familiare e ambientale nel condizionare l’evoluzione dei comportamenti giovanili, una famiglia presente, e affettivamente solida, condiziona favorevolmente la crescita dei ragazzi, tutelandoli anche dagli eccessi indotti dal gruppo dei pari (Osservatorio permanente sui giovani e l’alcool).

Bisogna lasciare che gli adolescenti sperimentino ma con dei limiti, senza allarmismi ma senza sottovalutare o banalizzare. È importante porsi ad una giusta distanza e mantenere sempre un occhio vigile in modo tale da intervenire, qualora fosse necessario, aiutandoli a rimettersi sulla giusta via prima che il comportamento occasionale diventi sempre più abituale e pericoloso.

Comunicare con un figlio è dare spazio di ascolto. Non è subissarlo di parole, ma saperlo ascoltare. Quando parla e quando tace, perché non solo le parole portano messaggi, ma i comportamenti, i silenzi, gli umori.

Per informazioni e per i primi contatti psicologici rivolgersi a: Dott.ssa Chiara Patruno Psicologa-Psicoterapeuta 3472439780

Adolescenti: violenza autoinflitta, tagli, cutting, aggressività e suicidi.

In questo momento di ripresa da una emergenza Sanitaria, il Paese sta vivendo una trasformazione, e questo avviene anche a livello mentale, soprattutto nei più giovani. Gli adolescenti manifestano violenza autoinflitta, con dei numeri preoccupanti, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19.

Il tasso di suicidio annuo a livello mondiale è pari a circa 11 persone ogni 100.000 abitanti (fonte Oms), costituendo l’1,5 % di tutte le cause di morte e la seconda causa di morte nei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5 (fonte Oms)

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il rischio di suicidio è spesso connesso ai disturbi d’umore o alla presentazione di una depressione grave, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 12 e i 26 anni. Bambini e ragazzi, per la delicata fase evolutiva che stanno attraversando, sembrano essere particolarmente esposti e il Covid non ha migliorato la situazione.

Durante la pandemia i ragazzi in didattica a distanza sono stati sovraesposti a fattori di stress e le misure di contenimento hanno determinato una marcata interruzione della routine quotidiana, ciò ha causato isolamento. La mancanza di relazioni non virtuali, l’assenza dalla scuola e una situazione di stress prolungato hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, è stato precario. Nel secondo lockdown i ragazzi sono stati spesso soli, più che nel primo.

Gli adolescenti mostrano un corpo già segnato: gambe, braccia, addome sfregiati da lamette e coltelli. Tagli longitudinali, più o meno profondi, spesso all’altezza delle vene, raccontano l’inferno invisibile dell’autolesionismo e dei tentativi di suicidio tra gli adolescenti

Presso l’Osservatorio Neuro Psichiatrico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il numero delle consulenze specialistiche per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è quasi raddoppiato, così come le ospedalizzazioni per tali motivi: passate dal 17% nel gennaio 2020 al 45% del totale nel gennaio 2021 (fonte Corriere della Sera e Repubblica 2021). In questo momento storico aumenta il rischio di cronicizzazione dei disturbi psichiatrici ad esordio in età evolutiva.

Ma perchè gli adolescenti si tagliano? Questo comportamento sarebbe in grado di contenere la loro angoscia interiore. È un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso associato a un disturbo mentale di tipo depressivo.

Nell 80% dei casi c’è una depressione o un disturbo dell’umore dietro le malattie mentali dietro questo tipo di manifestazioni. C’è una forte base genetica, una familiarità, che è il primo fattore di rischio, ma ci sono anche fattori di protezione socio-ambientali, che possono favorire o meno la manifestazione del rischio biologico. Ad esempio, i traumi ripetuti nell’infanzia, l’incapacità e la difficoltà a costruire delle relazioni valide, la difficoltà a gestire le nostre emozioni.

I giovani si chiudono sempre di più dentro casa, dentro la stanza, trascorrono ore ai videogiochi senza nessun interesse sociale. Vivono l’inutilità della relazione e confinano sempre più questo mondo ai tablet o agli strumenti tecnologici. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti in famiglie più affettive e relazionali rispetto a un tempo e una delle conseguenze è che crescendo sono più fragili e di fronte a un fallimento o a una delusione questi ragazzi crollano.

Un genitore può essere un elemento che rinforza le capacità dei figli, oppure no. Ci sono genitori giudicanti o non giudicanti. Bisogna esserci, accettando l’idea che gli adolescenti non vogliano parlarci e attendere il momento giusto attuando un contenimento. Mostrando forza, capacità e sostegno che il ruolo educativo dei genitori richiede.

In tali casi è sempre consigliabile chiedere aiuto ad uno specialista nel settore. Per informazioni e appuntamenti: Dott.ssa Chiara Patruno 3472439780

L’ansia da esame ai tempi del CORONAVIRUS

L’esame di terza media è la prima grande prova scolastica che un adolescente deve affrontare, ed è un vero e proprio esame di vita.  I ragazzi delle medie passano dall’infanzia all’adolescenza in una manciata di secondi e sono chiamati a scegliere come comportarsi in vista di questo traguardo.

I ragazzi che svolgono l’esame ai tempi del coronavirus, sono rimasti a casa rispettando le limitazioni ed hanno dimostrato di sapersi adattare alle regole imposte dal momento, quando neanche gli adulti erano pronti a farlo.

Questi alunni hanno saputo attendere, hanno saputo solo nell’ultimo mese come sarà svolto il loro esame e quali saranno le tempistiche, hanno dovuto aspettare e hanno dovuto reagire quando ciò gli è stato chiesto, a pochi giorni dalla fine della scuola.

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È normale per qualsiasi ragazzo avvertire ansia e paura in questo momento della sua vita. Se da una parte c’è lo sforzo di studiare e rimanere concentrati sui libri,  dall’altra parte c’è l’eccessiva paura di bloccarsi nel pensiero e nelle azioni visto il cambio inaspettato delle modalità di esame e del giudizio.

Difficoltà nel sonno, paura, irritabilità estrema, aggressività, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, pianti e preoccupazioni ossessive sull’esame, sono solo alcuni dei sintomi dell’ “ansia da esame”. 

 

Per tutti i ragazzi si tratta quindi non solo della prima “barriera” scolastica, ma anche di una porta verso il loro futuro.

Il timore più grande degli studenti al tempo del coronavirus, e ciò emerge anche da una ricerca sui social network, è di passare come quei ragazzi che non hanno sostenuto l’esame di Stato. In realtà ciò che questi ragazzi hanno scoperto di sè stessi è stata la capacità di sapersi adattare, cambiare e trasformarsi in un modo inaspettato insieme ai loro genitori.

I ragazzi che ad oggi affrontano gli esami non conosceranno i dettagli della prima e della seconda guerra mondiale, ma conosceranno tutto sul virus, su ciò che ha provocato e su quanto è stato potente e devastante per loro e per la propria famiglia.

Il virus ha cambiato la loro vita, sconvolgendo sogni e progetti, ma gli avrà anche insegnato che l’essere umano è piccolo in confronto alla potenza della natura e che bisogna essere forti e coraggiosi per affrontare la storia e il futuro che li attende.

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In un contesto di precarietà e ed incertezza rispetto a ciò che sarà, la scuola c’è stata anche se dietro ad un pc, è rimasta lì a sostenere i suoi alunni silenziosa e caparbia, aspettando che i suoi ragazzi tornino dentro le sue mura.

Cosa si può fare per cercare di controllare le ansie da esame:

 

E’ importante concentrarsi soltanto su di sè, focalizzandosi sulle proprie capacità e competenze, senza farsi influenzare dai giudizi esterni e senza fare confronti con gli altri perché ognuno possiede delle risorse specifiche, che non sono le stesse per tutti.

Prima dell’esame, sentirsi confusi, avere l’impressione di non ricordare nulla è naturale. Ciò che potevate fare, ormai, lo avete fatto e dovete essere orgogliosi del vostro impegno e del vostro lavoro. Dovete credere in voi affrontando il momento.

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

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Con la chiusura delle scuole e la cancellazione di tutte le attività, gli adolescenti stanno perdendo alcuni dei più bei momenti della loro vita da ragazzi, oltre che tutti quegli attimi di quotidianità come passare del tempo con gli amici e frequentare le lezioni a scuola o fare un’attività sportiva.

Immaginiamo che i ragazzi si sarebbero confrontati con la realtà di tutti i giorni, affrontando prove uniche fondamentali per la loro crescita e irripetibili, quali esami per la scuola o per la patente di guida, avrebbero vissuto momenti piacevoli nelle gite scolastiche tra divertimento e condivisioni amicali e invece sono bloccati in un tempo che va avanti fuori di loro ma che è fermo e statico.

Il rischio che corrono, più degli altri, è quello di rifugiarsi in un uso smodato di video giochi o nell’uso ossessivo del telefono con la pericolosità di incappare in quella che è stata definita “overdose digitale“.

In questo specifico momento di solitudine aumenta l’intensità di emozioni come paura, tristezza, rabbia e soprattutto l’ansia nei bambini e negli adolescenti.

L’ansia è una funzione fisiologica che ci mette in allarme rispetto a potenziali pericoli dell’esterno, l’ansia aiuterà a prendere decisioni giuste per questo momento in cui tutto sembra nuovo e inaspettato. Se l’adolescente è preoccupato perché accusa sintomi sospetti, è importante parlarne con i genitori.

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Quando l’adolescente si trova a dover affrontare una situazione di difficoltà con l’aiuto del genitore deve cercare di distrarsi: fare i compiti, fare attività fisica, disegnare, dipingere, scrivere o ancora guardare un film, un cartone o la serie tv preferita o leggere un libro quando andiamo a dormire, ascoltare musica.

Alcuni ragazzi si dedicheranno all’arte, altri vorranno parlare con i propri amici e usare la condivisione della tristezza come mezzo per sentirsi uniti in un momento in cui non possono stare insieme fisicamente. Ai figli adolescenti si può proporre di fare qualcosa di diverso dal solito insieme ai genitori come cucinare, fare giardinaggio, suonare uno strumento musicale, da mantenere anche in futuro.

Inoltre questo tempo meno strutturato e più libero può rappresentare una sorta di allenamento all’autonomia dell’adolescente nella definizione delle proprie giornate. Il vuoto non implica necessariamente angoscia, ma può rappresentare anche lo spazio per dare vita alla propria creatività troppo spesso soffocata dall’eccesso di stimoli a disposizione.

La solitudine, la noia, la frustrazione, l’insicurezza, la tristezza, la rabbia sembrano prendere il sopravvento, scaraventando gli adolescenti  in un turbinio di emozioni talvolta violente e disorganizzate. Questo, se mal gestito, potrebbe portare a un  malessere interiore fino alla messa in atto di comportamenti dannosi, per se stessi e per gli altri. Quando il ragazzo è travolto da un flusso veloce di pensieri può provare a costruire un muro immaginario tra se stesso e la situazione, chiudendosi a riccio oppure scattando in forti crisi rabbiose.

Dopo aver tirato su il muro, che segna un confine con la situazione di emergenza non controllabile, si sposta l’attenzione su altro, ad esempio sul ritornello di una canzone che si ama, sulla scena di un film o sul proprio partner per cercare di proteggersi ma anche di allontanarsi.

Se i social media da una parte sono un ottimo modo per rimanere in contatto non bisogna però farne un uso illimitato.  E’ il momento in cui i ragazzi sono a metà strada tra l’infanzia da abbandonare e l’età adulta in cui entrare.

Per favorire un uso appropriato e giusto della tecnologia e dei social media ed impedire ai ragazzi di usarlo come mezzo di isolamento, il genitore può valorizzare la competenza del figlio adolescente nell’uso delle nuove tecnologie per informarsi insieme a lui delle iniziative che via via stanno prendendo piede sul web (musei, spettacoli, film, iniziative musicali, concerti)

È fondamentale quindi stabilire dei limiti nell’utilizzo dei dispositivi multimediali riconoscendone però il loro valore, per esempio nel permettere all’adolescente di restare in contatto con i suoi amici o con il partner e nel proseguire l’attività scolastica

Ricordiamoci che sono i genitori le risorse più vicine e migliori per gli adolescenti perchè è a loro che i bambini e i ragazzi si possono rivolgere, sono loro il modello giusto da adottare ricopiando i comportamenti salutari. Da una buona salute fisica e mentale, da una quotidianità con confini sicuri e garantiti, passa anche un adeguato benessere psichico e fisico del ragazzo. Cominciamo dai genitori per fare in modo che attraverso un modello positivo l’adolescente possa sentirsi compreso e al sicuro.

Questa situazione ha catapultato gli adolescenti di oggi in una dimensione di preparazione al mondo adulti nel percorso di crescita prima del tempo.

Come spiegare il coronavirus ai bambini!

Trovare le parole per raccontare il coronavirus ai bambini non è così semplice. Nel flusso di notizie che arrivano sull’epidemia, a cui sono inevitabilmente esposti anche i più piccoli, attraverso i telegiornali e la radio c’è il rischio che siano travolti
dalla paura e non riescano a indirizzare la loro attenzione sulle poche notizie importanti per loro, anche per contribuire a prevenire la diffusione del virus e il contagio.

Cosa dire ai bambini sul coronavirus e come, ora che molte scuole sono chiuse.

La prima cosa da fare è cercare di non trasmettere ansia con parole e comportamenti inutili e non spiegare troppo utilizzando un linguaggio non chiaro. E’ importante poter parlare ai bambini in modo tranquillo e diretto, è indispensabile riuscire a trasmettere fiducia, per questo è meglio che a farlo sia un genitore o addirittura entrambi. I bambini non aspettano le spiegazioni degli adulti per interpretare il mondo, ma si creano una loro personale idea, per cui dobbiamo sbrigarci a fornire loro delle idee.

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Cercare di non terrorizzare i bambini, che a causa della loro età non sono in grado di capire contenuti e toni eccessivamente negativi. Partire da una situazione che già conoscono, come l’influenza stagionale o il vaccino per raccontare che questo coronavirus è una situazione nuova, per la quale non abbiamo ancora soluzioni neanche noi genitori, e che giustamente quindi ci preoccupa, perché potrebbe fare ammalare tante persone, troppe tutte in una volta.

I bambini vivono gli stati emotivi dei loro genitori, sono estremamente ricettivi alle loro ansie e paure, alle loro inquietudini e quindi il comportamento degli adulti, in ogni caso, è importante: perché non è facile trasmettere tranquillità e sicurezza quando si è a propria volta preoccupati per sé stessi o per la salute di un proprio caro. Se non siamo in grado di controllare il panico, i nostri figli lo capiscono subito. Serve mettere in campo strategie che abbassano il nostro stress, come concentrarsi sul respiro, o spostare l’attenzione sulle cose che ci aiutano a stare bene, per riuscire a dare spiegazioni semplici e realistiche, ovviamente adattate all’età del bambino.

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E’ possibile impegnare i bambini in attività alternative, se poi si nota che i bambini stanno comunque vivendo una condizione di paura, si può cercare di convogliare questi sentimenti negativi in altre forme di comunicazione, come i disegni, gli scritti o le musiche ma senza esagerare.

COVID-19 #IORESTOACASA Cosa fare in questo momento per noi stessi !

Sembra impossibile da credere nella nostra mente ma siamo nel pieno di una Pandemia e l’unico termine che spiega quello che stiamo vivendo è la parola Surreale.

Così in molti descrivono ciò che sta succedendo in tanti Paesi d’Europa. La prima nazione ad essere colpita dal Covid-19 è stata l’Italia. Primo focolaio in Europa, seguito dalla Spagna. Le epidemie che si sono susseguite nella nostra storia sono state tante fin dai tempi antichi, ma nessuna come questa ha avuto un’eco tanto grande e misure così restrittive.

Covid-19 e coronavirus, il significato e la spiegazione della scelta di questi nomi sono da rintracciare nel fatto che vedendolo al microscopio, gli scienziati hanno notato una somiglianza palese con quella di una corona da indossare sul capo. Da qui, il nome coronavirus. Covid-19 invece non è altro che un acronimo. A spiegarne il significato è stato il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus. L’attuale direttore dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha descritto il significato di ogni singola lettera. C-O Rappresenta un diminutivo della dicitura Corona. In inglese Crown, ma contenente sempre le lettere C e O; Vi Indica Virus; D In inglese significa Disease (tradotto in italiano vuol dire malattia); 19 Ne indica l’anno di scoperta. Il coronavirus è stato individuato lo scorso anno: a dicembre 2019.

In questo momento così strano e paralizzante non basta restare semplicemente nella propria abitazione. Sono stati messi in evidenza semplici accorgimenti che possono fare la differenza nella corretta gestione di questa fase, mettendo al sicuro la propria salute e quella altrui.

In questa fase è utile pensare al nostro tempo, prezioso che abbiamo a disposizione per fare ciò che vogliamo, ci fa stare bene e che non abbiamo mai avuto. Fuori è primavera, il tempo scorre veloce e noi dobbiamo essere in grado di coglierlo e utilizzarlo.

Il primo passo da fare è organizzare la giornata, avere una tabella di marcia per cercare di mantenere ritmi salutari e psicologicamente sani. Non dimenticatevi di curare la propria persona, non trascuratevi, vestitevi, lavatevi e se potete dedicatevi anche del tempo in più (capelli,barba, unghie, maschera del viso). E’ importante curare l’aspetto fisico ed effettuare se possibile ogni giorno un risveglio muscolare, praticare yoga o semplicemente fare qualche esercizio di riscaldamento che ci sintonizzi con il nostro essere.

10 regole da seguire

Cosa fare in questi momenti in cui siamo a casa: Studiare ciò che ci interessa, ciò che abbiamo messo da parte, oppure organizzare un gruppo studio tramite skype con i vostri amici oppure imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio una nuova lingua. Leggere, approfitta per leggere un buon libro in solitudine cioè da solo, oppure leggendo ad alta voce per tutta la famiglia. Scegliete un libro che possa interessare la famiglia e leggetelo ad alta voce, magari a turno, oppure ognuno interpretando un personaggio. Cucinare La cucina è un luogo dove esprimere la propria creatività anche se non si è molto bravi. Scaricate una ricetta, l’importante è che alla fine vi sentiate realizzate e la possiate gustare. Pulite e sistemate casa. Pulire è un modo per fare attività fisica e liberare la mente. Guardate film e serie tv, le vostre preferite, quelle che vi fanno stare bene, sceglietene di nuove o tornate a vedere vecchi film. Ascoltate la musica. Scrivete Un altro modo per esorcizzare la paura è passare il tempo è scrivere. Tenete un diario della quarantena, in cui raccontate le vostre giornate. Sarà un tesoro prezioso, da tramandare ai vostri nipoti. Telefonate ai vostri cari, familiari amici per non perdere la connessione con loro e per relazionarvi. Mantenere i contatti è fondamentale. Dedicare una parte della giornata a telefonare o videochiamare chi non potete adesso vedere vi sarà sentire meglio e anche meno soli. e poi per ultimo parlate, confidatevi e apritevi con qualcuno perchè se tenete tutto nascosto ciò non vi aiuterà.

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Psicologa a Roma #psicologaroma

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In quali casi è importante richiedere l’aiuto di uno psicologo e come orientarsi tra i diversi servizi di counseling e psicoterapia che uno psicologo a Roma può offrire?

Spesso, la figura professionale dello psicologo viene associata al trattamento di un disagio profondo, vicino all’immagine di “pazzia“. Nella società in cui viviamo oggi questo tipo di disagio viene trattato soprattutto dalle strutture residenziali del Sistema Sanitario Nazionale ed in particolare dalla figura professionale del medico psichiatra.

L’obiettivo è quello di aiutare le persone che vivono un momento di difficoltà o di sofferenza a ritrovare un proprio equilibrio e un benessere personale. Nel rispetto dell’unicità di ogni individuo, i percorsi offerti si configurano come un’occasione per riscoprire le proprie risorse personali o per acquisire nuovi strumenti affinché un cambiamento sia realizzabile.

Oggi la figura professionale dello psicologo e i trattamenti nel quale lo psicologo è specializzato vengono presi in considerazione come soluzione possibile solo quando si presentano sintomi gravi legati ad ansia, attacchi di panico, depressione, fobia sociale, problemi di autostima, crisi di aggressività, crisi di coppia.

Questa immagine stereotipata dello psicologo rischia di limitarci nel richiedere un aiuto professionale quando ne avremmo realmente bisogno.

Ci vuole coraggio nel richiedere aiuto.

Il primo accoglimento avviene attraverso un ascolto rispettoso del paziente che presenta un disagio, un sintomo, un blocco o un vissuto anche non chiaramente definito, che però impedisce lo sviluppo e l’utilizzo delle proprie capacità e potenzialità. I primi colloqui hanno lo scopo di raccogliere la storia e la problematica così da comprendere e approfondire la richiesta e individuare la modalità più adatta alla situazione di disagio. Solo in seguito a questa prima fase di consultazione, e solo se reputato utile o necessario si propone l’avvio del percorso terapeutico nella modalità e frequenza più adatta alla specifica situazione.

I PRINCIPALI AMBITI DI INTERVENTO SONO COSì RIASSUNTI:
– DISTURBI D’ANSIA E DEPRESSIONE
– DISTURBI AFFETTIVI E DELL’UMORE
– DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E ALIMENTAZIONE
– DIFFICOLTÀ RELAZIONALI E AFFETTIVE
– TECNICHE DI RILASSAMENTO
– GRAVIDANZA E MATERNITA’
– SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’
– DISTURBI DELL’ INFANZIA E DELL’ ADOLESCENZA
– DISAGIO LAVORATIVO
– PSICONCOLOGIA
– NUOVE DIPENDENZE

PER INFORMAZIONI E COLLOQUI CHIAMARE IL NUMERO 3472439780

Ansia scolastica nei bambini e negli adolescenti

 

L’ ansia scolastica racchiude la paura dell’insuccesso, del giudizio negativo, il timore di non essere capaci di superare la prova che si deve affrontare. E’ un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di prendere brutti voti a scuola e di fare brutta figura davanti alla classe.

I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano un livello d’ansia tale da compromettere significativamente il buon rendimento scolastico.

Con l’ingresso di un bambino alla scuola primaria, tutta la famiglia vive un grande cambiamento: dalla scuola dell’infanzia, dove si impara giocando e le valutazioni appaiono più leggere, si passa a un ambiente che esplicitamente è investito dal dovere di stimolare conoscenze, abilità, competenze e di valutare il percorso di ogni bambino.

Molti bambini e adolescenti giungono in terapia perché hanno la paura o l’ansia di andare a scuola, questo fenomeno riguarda un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi in età scolare e raggiunge dei picchi in alcuni momenti cruciali del percorso scolastico:
– Tra i 5 e i 7 anni, all’inizio della scuola primaria.
– Tra i 10 e gli 11 anni con l’inizio della scuola secondaria di I°grado.
– Tra i 13 e i 14 anni con l’inizio della scuola secondaria di II° grado.

In Italia quasi il 60% degli adolescenti dichiara di essere stressato a causa dello studio. Le ragazze tendono a essere più colpite dei ragazzi.

L’insorgenza dell’ansia scolastica sembra spesso immotivata in quanto si tratta, nella maggior parte dei casi, di ragazzi intelligenti e studiosi con un buon rendimento scolastico. La causa è spesso la volontà di offrire ai genitori e agli insegnanti una buona immagine di sé, la non accettazione degli errori e delle brutte figure. Queste idee negative determinano ansia anticipatoria con conseguente fatica a concentrarsi nello studio e un peggioramento delle prestazioni scolastiche.

Come nell’adulto, anche nel bambino e nell’adolescente l’ansia è associata a manifestazioni somatiche, i segnali più diffusi sono: mal di testa; pianti, tremori, mente offuscata; male allo stomaco o tensione muscolare, che spesso portano i bambini a chiedere di non andare a scuola o di uscire prima; difficoltà ad addormentarsi, in questo caso a volte il lettone di mamma e papà è spesso la soluzione a cui si ricorre per trovare la serenità e potersi addormentare tranquilli; vomito e febbre; crisi di panico prima di varcare l’ingresso della classe, ma a volte si manifesta già a casa prima di partire per andare a scuola.

Solitamente l’ansia da prestazione scolastica ha una matrice familiare, cioè affonda le sue radici nell’ambiente familiare (in particolare nelle aspettative che hanno i genitori nei confronti dei figli). Ma non possiamo fermarci solo al contesto familiare. Lo stile comunicativo dell’insegnante è molto importante e molti insegnanti parlano dell’esame di maturità ai ragazzi, già all’inizio della prima superiore. Ma ne parlano in modo terroristico e minaccioso come se l’esame fosse domani e come se i ragazzi non avessero alcun interesse a superarlo.

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La paura è un’emozione che “cova” nell’animo umano, si intrufola nella mente e non possiamo fermarla se non ne prendiamo consapevolezza.

L’ansia da prestazione scolastica, dunque,  può presentarsi sia come un disturbo leggero che come un disturbo più serio e capace di dar luogo in futuro a sintomi più gravi come attacchi di panico, fobie e ossessioni. Per questo è importante che genitori e insegnanti osservino attentamente i comportamenti del bambino e lo ascoltino, in modo da intervenire tempestivamente eventualmente anche con una psicoterapia.

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La psicoterapia serve al bambino a trovare uno spazio di espressione, ascolto ed elaborazione dei vissuti emotivi ansiogeni. Contattami per un consulto e una consulenza a studio.

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Studio di psicoterapia Chiara Patruno

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