Autolesionismo

 

 

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L’autolesionismo è definito come un comportamento volto a procurare danni alla propria persona, indipendentemente dalla presenza o meno di intenti suicidari.

Nuove interpretazioni di questo termine invece propongono una diversa accezione, distinguendo l’autolesionismo non suicidario (ANS) dal tentativo di suicidio (TS). Gli atti autolesionistici possono includere tagli della cute, graffi, bruciature autoinflitte, come anche strapparsi i capelli o ingerire veleni o oggetti. Il tipo di lesione più frequente sono i tagli della cute, che possono essere superficiali o sufficientemente profondi da richiedere l’impiego di punti di sutura.

Per ora la definizione più utilizzata per descrivere l’autolesionismo è quella di “azioni intenzionali, ripetute, a bassa letalità, che alterano o danneggiano il tessuto corporeo senza alcun intento suicida cosciente”. Questo disturbo del comportamento colpisce per lo più gli adolescenti, a partire dai 13 anni, e in prevalenza ragazze; tra i maschi invece è più frequente nella popolazione carceraria. L’autolesionismo inoltre sembra riguardare soprattutto famiglie socioeconomiche medio-alte.

Il comportamento autolesivo stenta a uscire dalle mura domestiche, spesso i familiari provano vergogna quando scoprono che il figlio/a si autoinfligge ferite sul corpo oppure si spegne la sigaretta sulla pelle. C’è il timore di essere considerati una famiglia di “pazzi” ed è da questo che nasce il problema dello stigma ed è così che si ritarda anche l’intervento di uno specialista.

Inoltre i ragazzi preferiscono ferirsi di nascosto, soltanto alcuni ostentano le cicatrici come trofei, ma nella maggior parte dei casi occultano i segni delle ferite vivendo un rapporto “intimo” con il proprio corpo.

Le stime di questo fenomeno variano molto, poiché nella maggior parte dei casi gli atti di ANS non comportano la necessità di un ricovero per le ferite autoinflitte. A questo proposito è stato calcolato che solo un adolescente su 8 subisce un ricovero in ospedale a seguito di atti di ANS. Solitamente quando si arriva al ricovero l’atto autolesionista consiste nell’auto-avvelenamento, pertanto, tenendo presente che l’atto autolesionista più comune è il tagliarsi la cute, è ragionevole ipotizzare una marcata sottostima della prevalenza di ANS tra gli adolescenti.

Nonostante le difficoltà precedentemente descritte nel valutare accuratamente le dimensioni del problema, si calcola che circa il 10% degli adolescenti abbia sperimentato almeno un atto di autolesionismo, talvolta in associazione con intenti suicidari. Diversi studi mostrano inoltre che l’ANS in età adolescenziale è più frequente tra le femmine che tra i maschi. La fascia di età particolarmente a rischio per le femmine è dai 12 ai 15 anni: in questo range di età il rapporto di ANS tra femmine e maschi è di circa 5:1. I dati relativi ad eventi di ANS nelle femmine con età inferiore ai 12 anni sono scarsissimi. Successivamente, dai 15 anni in poi, il rapporto di ANS tra femmine e maschi si riduce progressivamente, e si assiste ad un graduale incremento della frequenza nei maschi e decremento nelle femmine.

Non sono ancora noti i motivi per cui la frequenza di ANS aumenti o si riduca in alcune fasce d’età specifiche per maschi e femmine, tuttavia si ipotizza che il livello di sviluppo puberale svolga un ruolo fondamentale nella comparsa di disturbi della sfera emotivo-affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio. L’auto-avvelenamento è più frequentemente associato ad intenti suicidari rispetto alle lesioni inferte sulla cute.

Gli adolescenti affetti da ANS che non sono stati ricoverati riferiscono inoltre di mettere in atto questo tipo di comportamento per autopunirsi e per trovare sollievo quando sono sottoposti ad una forte tensione emotiva, al contrario gli adolescenti sottoposti a ricovero riferiscono che gli atti di autolesionismo hanno lo scopo di mettere fine alla propria vita, sfuggire ad una situazione di stress intollerabile o dimostrare ad altri quanto è profondo il proprio disagio. La reiterazione di atti di ANS negli adolescenti è molto comune, sia in concomitanza di particolari eventi stressanti, sia come routinaria strategia di coping. Uno studio condotto su 2410 adolescenti ha infatti rilevato che il 55% delle femmine ed il 53% dei maschi ha sperimentato eventi multipli di autolesionismo, mentre un altro studio, condotto in Inghilterra in un ospedale generale su un campione di 1583 adolescenti ricoverati per un atto di ANS, ha evidenziato che nel 15% dei casi l’episodio autolesionistico si ripete a meno di un anno dal ricovero. La ripetizione dell’atto autolesionistico è più frequente tra coloro che si tagliano rispetto a coloro che si avvelenano.

Nell’autolesionismo la modalità più comune è quella dei cutter che si procurano tagli sulle braccia, sulle gambe, a volte sull’addome. Gli strumenti sono gli utensili domestici: coltelli, forchette, lamette.

Alcuni cominciano ad auto ferirsi a causa di perdite affettive importanti: abbandoni che possono essere reali, ma anche immaginari, nel senso che a volte la perdita è vissuta soltanto a livello interiore. Inoltre fanno spesso da cornice al disturbo: solitudine, senso di vuoto, senso di colpa e di impotenza. Subito dopo essersi tagliate queste persone possono provare un sollievo temporaneo che dura fino a quando un’altra sensazione negativa farà scattare nuovamente la molla. E’ come se fosse una dipendenza.

Altri invece vivono una sensazione di estraneità fatta di alienazione dal proprio corpo: il dolore e il sangue che esce dal corpo li fanno sentire vivi, si procurano ferite per sentirsi persone reali, hanno bisogno di provare sofferenza per affermare la propria esistenza. Per altri ancora è una valvola di sfogo, una via attraverso cui espellere tutte le sensazioni negative che sentono di avere in corpo.

L’autolesionismo può essere impulsivo, compulsivo, stereotipico. Nel primo caso a dominare è l’intermittenza dell’evento che col passare del tempo può diventare una vera dipendenza; nel secondo caso domina il rito, ossia i comportamenti sono ripetuti e anche più volte al giorno perché il pensiero di ferirsi diventa un’ossessione.

In ogni caso, psicoterapia e farmaci sono gli approcci disponibili. In tutti i casi è comunque fondamentale intervenire con una psicoterapia nel contesto familiare, soprattutto ed unicamente se si riesce ad identificare il disturbo per tempo. Occorre evitare che la paura dello stigma impedisca alle famiglie di rivolgersi ad uno specialista e questo lo si può fare incrementando campagne di informazione e sensibilizzazione sull’argomento.

CONDOTTE AUTOLESIVE IN ADOLESCENZA

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Attualmente numerose ricerche in ambito clinico hanno rivolto l’attenzione verso le condotte autolesionistiche intenzionali. Per autolesionismo si intende quella condotta intenzionale che causa un danno o una lesione al proprio corpo o alcune parti di esso. Tali atti non devono essere associati ad un intento suicidario, non devono verificarsi in risposta ad allucinazioni e in presenza di  diagnosi di autismo o ritardo mentale grave (Favazza e Rosenthal, 1993).

Tale fenomeno è in crescente aumento nella popolazione non clinica e tra gli adolescenti, nonostante le indagini epidemiologiche su tali popolazioni siano attualmente poco numerose. Favazza, per primo, ha condotto nel 1992 una ricerca epidemiologica in un campione non clinico da cui è emerso che il 14% di studentesse frequentanti il college mette in atto azioni autolesive ripetitivamente e intenzionalmente. Sono state condotte, inoltre, ricerche su campioni clinici di adolescenti ricoverati, da cui è emerso che circa il 40% dei soggetti mette in atto condotte autolesionistiche e con una incidenza maggiore nel sesso femminile.

Gratz (2001) rileva una percentuale pari al 35% di studentesse di college che mettono in atto comportamenti autolesivi e Van der Kolk dal 7-10% nei pazienti psichiatrici e il 5% in quelli con disturbi di personalità (1991).

Nonostante tale fenomeno sia di una certa rilevanza clinica, tra gli studiosi del settore rimane un certo riservo a definire una misura dell’autolesionismo intenzionale e ripetitivo. Per tali motivi, attualmente nel panorama scientifico internazionale, ma soprattutto nazionale, non esistono strumenti standardizzati e validati. Una delle ragioni è il fatto che il termine “autolesionismo” viene utilizzato per descrivere comportamenti differenti tra loro. Ad esempio, numerosi autori utilizzano il termine “autolesionismo intenzionale” operando una netta distinzione con le condotte suicidarie al contrario, altri li considerano sinonimi (Gratz, 2001).

Favazza (1996) fu il primo a proporre una dettagliata descrizione di tale fenomeno differenziando due forme principali: una patologica e una culturale, socialmente accettata e presente soprattutto nelle popolazioni tribali.

Successivamente, sempre dallo stesso autore vengono identificate tre forme di autolesionismo patologico, in relazione alla frequenza e alla quantità di tessuto corporeo danneggiato:

a) l’automutilazione MAGGIORE include atti drastici come l’autocastrazione, l’amputazione di un arto o l’asportazione di un occhio. Questi atti sono frequentemente presenti nelle psicosi o compaiono in seguito ad una intossicazione acuta e hanno spesso un connotato religioso o sessuale, inteso come penitenza di immaginari peccati sessuali o in risposta a sollecitazioni provenienti da entità divine. Nonostante la gravità delle ferite procurate queste persone provano, in seguito, scarso dolore e poco rimorso.

b) l’automutilazione STEREOTIPICA include atti come sbattere la testa, mordersi e grattarsi. Queste condotte ritmiche e monotone sono comunemente associate a disturbi cerebrali organici, ritardo mentale, autismo e sindrome di Tourette. Si ritiene che alcuni di questi comportamenti altamente ripetitivi siano un tentativo di indurre stimolazioni o, al contrario, di ridurre l’intontimento.

c) l’automutilazione SUPERFICIALE/MODERATA è la forma più comune di condotta autolesionistica e comprende azioni quali: tagliarsi, bruciarsi, graffiarsi, ferirsi, tirarsi i capelli, procurarsi contusioni, rompersi le ossa, sbattere la testa, interferire con la guarigione delle ferite. Può essere associata a disturbi di personalità, disturbo post traumatico da stress, disturbo dissociativo, depersonalizzazione, depressione e disturbo da controllo degli impulsi. L’insorgenza è individuabile nel periodo adolescenziale e può persistere per decenni.

I soggetti che praticano questo tipo di automutilazione utilizzano svariati strumenti taglienti per procurarsi tagli relativamente poco profondi nella pelle. Alcuni lo fanno sporadicamente, altri ripetutamente, assumendo così l’identità di cutter, pensano continuamente a ferirsi sentendosi dipendenti dal loro comportamento. Essi agiscono in segreto non parlano del proprio disturbo perché provano vergogna e sensi di colpa e, spesso, devono sopportare giudizi sprezzanti e comunemente vengono chiamati “pazzi”, “psicotici” o “persone in cerca di attenzione”.

Favazza, inoltre, suddivide l’automutilazione superficiale/moderata in tre sottotipi: episodico, ripetitivo e compulsivo.

Il tipo “compulsivo” è il più ripetitivo e ritualistico dei tre sottotipi indicati e può ripetersi più volte al giorno. Un esempio è la tricotillomania, in cui si avverte la necessità di strapparsi i capelli a ciocche dal capo, le sopracciglia, i peli dagli arti o dal pube. Questi atti sembrano funzionare in modo simile ai disturbi ossessivo-compulsivi.

Nel tipo “episodico” le azioni sono occasionali e in forma di episodi. E’ caratterizzato da impulsività e può essere causato da condizioni psicopatologiche quali il disturbo post traumatico da stress, la depressione, i disturbi dissociativi. I cutters episodici si feriscono per alleviare la tensione, sfogare la rabbia, recuperare un senso di autocontrollo e interrompere stati di “morte emotiva”. Il sottotipo “ripetitivo“, infine, si differenzia dal sottotipo episodico per la maggior frequenza e per l’importanza che tali atti assumono nelle vita di una persona. I cutters ripetitivi si feriscono in modo cronico e sviluppano un’identità che stabilmente ruota intorno all’automutilazione. Tali soggetti si identificano con i loro stessi sintomi al punto tale di credere che non esista nulla a parte il loro vuoto interiore e che qualora gli fosse impedito  di tagliarsi, “cadrebbero a pezzi, impazzirebbero, sparirebbero e smetterebbero di esistere”. I comportamenti autolesionisti ripetitivi sono comunemente associati con altri disturbi del controllo degli impulsi, come la cleptomania, abuso di sostanze, disturbi alimentari (35-80%).

Quest’ultimo sottotipo di autolesionismo rappresenta la modalità più frequente ed é maggiormente osservabile nella popolazione clinica in particolare, tra coloro che presentano Disturbo Post Traumatico da Stress, Disturbi Dissociativi, Disturbo Borderline e Antisociale di Personalità (Gratz, 2001).

In base ai dati presenti in letteratura, che analizzano la relazione tra l’aver subito esperienze traumatiche in età infantile e la messa in atto di condotte autolesive, alcuni eventi  possono essere definiti “traumatici” secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, IVª Edizione (DSM-IV TR). Nello specifico  gli eventi accaduti direttamente alla persona quali aggressione personale violenta (violenza sessuale, attacco fisico, scippo, rapina), rapimento, essere presi in ostaggio, attacco terroristico, tortura, incarcerazione come prigioniero di guerra, disastri naturali, gravi incidenti automobilistici, ricevere una diagnosi di malattie minacciose per la vita. In questo ambito si inseriscono anche gli eventi traumatici correlati agli abusi sessuali e i maltrattamenti fisici che comprendono tutte quelle esperienze sessuali inappropriate per l’età. Gli eventi accaduti in qualità di testimoni tra cui l’osservare il ferimento grave o la morte improvvisa  a cui il soggetto è legato affettivamente dovuti ad assalto violento, incidente, guerra o disastro o malattia. Gli eventi di cui si è venuti a conoscenza che comprendono aggressione personale violenta, grave incidente, o gravi lesioni subiti da un membro della famiglia o da un amico stretto; il venire a conoscenza della morte improvvisa, inaspettata, di un membro della famiglia o di un amico stretto.