Psicologa a Roma #psicologaroma

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In quali casi è importante richiedere l’aiuto di uno psicologo e come orientarsi tra i diversi servizi di counseling e psicoterapia che uno psicologo a Roma può offrire?

Spesso, la figura professionale dello psicologo viene associata al trattamento di un disagio profondo, vicino all’immagine di “pazzia“. Nella società in cui viviamo oggi questo tipo di disagio viene trattato soprattutto dalle strutture residenziali del Sistema Sanitario Nazionale ed in particolare dalla figura professionale del medico psichiatra.

L’obiettivo è quello di aiutare le persone che vivono un momento di difficoltà o di sofferenza a ritrovare un proprio equilibrio e un benessere personale. Nel rispetto dell’unicità di ogni individuo, i percorsi offerti si configurano come un’occasione per riscoprire le proprie risorse personali o per acquisire nuovi strumenti affinché un cambiamento sia realizzabile.

Oggi la figura professionale dello psicologo e i trattamenti nel quale lo psicologo è specializzato vengono presi in considerazione come soluzione possibile solo quando si presentano sintomi gravi legati ad ansia, attacchi di panico, depressione, fobia sociale, problemi di autostima, crisi di aggressività, crisi di coppia.

Questa immagine stereotipata dello psicologo rischia di limitarci nel richiedere un aiuto professionale quando ne avremmo realmente bisogno.

Ci vuole coraggio nel richiedere aiuto.

Il primo accoglimento avviene attraverso un ascolto rispettoso del paziente che presenta un disagio, un sintomo, un blocco o un vissuto anche non chiaramente definito, che però impedisce lo sviluppo e l’utilizzo delle proprie capacità e potenzialità. I primi colloqui hanno lo scopo di raccogliere la storia e la problematica così da comprendere e approfondire la richiesta e individuare la modalità più adatta alla situazione di disagio. Solo in seguito a questa prima fase di consultazione, e solo se reputato utile o necessario si propone l’avvio del percorso terapeutico nella modalità e frequenza più adatta alla specifica situazione.

I PRINCIPALI AMBITI DI INTERVENTO SONO COSì RIASSUNTI:
– DISTURBI D’ANSIA E DEPRESSIONE
– DISTURBI AFFETTIVI E DELL’UMORE
– DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E ALIMENTAZIONE
– DIFFICOLTÀ RELAZIONALI E AFFETTIVE
– TECNICHE DI RILASSAMENTO
– GRAVIDANZA E MATERNITA’
– SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’
– DISTURBI DELL’ INFANZIA E DELL’ ADOLESCENZA
– DISAGIO LAVORATIVO
– PSICONCOLOGIA
– NUOVE DIPENDENZE

PER INFORMAZIONI E COLLOQUI CHIAMARE IL NUMERO 3472439780

Lo svincolo familiare

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Lo “svincolo” è quella fase di passaggio dalla famiglia al mondo esterno.
Oggi questa transizione rispetto al passato si è molto prolungata, infatti assistiamo “ad un ingresso nell’adolescenza sempre più precoce (11-12 anni) ad un prolungamento di questa (fino a 19- 20 anni) ed alla costituzione di una nuova fase denominata post-adolescenza o fase del giovane-adulto (che si può protrarre sino ai 35 anni)” (Scabini, Cigoli 2000).

A tal proposito uno dei passi più difficili da compiere nel corso dell’esistenza è quello della fase di passaggio dalla famiglia verso il mondo esterno. Questa fase di passaggio che solitamente avviene in un’età variabile tra i 18 ed i 30 anni, è oggi più ritardata di quanto non fosse in epoche precedenti, dove già verso i 12 anni per le donne ed i 16 per gli uomini la famiglia veniva meno nei suoi compiti di cura e sostentamento dei figli e li mandava verso il mondo.
Vi sono molteplici ragioni socio-culturali che oggi ritardano questa fase, non a caso l’Italia è famosa nel mondo come la terra dei “mammoni”, questo per via di tutta una serie di peculiarità che hanno radici sia nella politica che nell’economia. Sotto un punto di vista prettamente psicologico, questo è poco importante, perchè ciò che conta non è tanto quello che avviene a livello esterno, quanto a livello interno.

La fase di svincolo quindi è rimandata, i motivi sono fondamentalmente due:
1- la società è respingente (difficolà nell’inserimento lavorativo, precarietà, costo della vita elevato, incertezze, ecc.);
2- la famiglia accogliente (sostegno economico, notevole libertà, ampi margini di negoziazione, clima supportivo e aconflittuale).

Svincolarsi dalla famiglia di origine per una vita propria comporta il completamento del processo di individuazione, che vede il suo culmine durante la fase adolescenziale, con il progressivo spostamento degli investimenti affettivi dalla famiglia verso l’esterno e la crescente differenziazione del ragazzo da questa con la costruzione di un proprio progetto di vita.

Ma la difficoltà di oggi è far raggiungere la piena responsabilità adulta alla nuova generazione, anche perchè il momento della “separazione” è un periodo di cambiamento per il figlio ma anche per i genitori.
Come dicono Scabini e Cigoli (2000), “ogni transizione è segnata, in misura diversa, da due grandi temi affettivi: il dolore della perdita di ciò che si lascia (il vecchio) e la speranza- fiducia di ciò che si acquista”, ed oggi si è più concentrati sul distacco, su ciò che si perde piuttosto che su quello che si riceve, dato che le speranze e la fiducia vengono meno.

Se le dinamiche all’interno della famiglia e la sua riorganizzazione nel tempo si confanno alla progressiva crescita dei figli e ai loro crescenti bisogni di autonomia, il processo di separazione-individuazione può completarsi con successo fino a culminare nello svincolo.

Fondamentale è l’atteggiamento dei genitori che influenzano il buon esito o meno dello svincolo.
“L’atteggiamento più adeguato è assunto da quei genitori che esprimono la tristezza per il distacco del figlio unita però alla convinzione di essere in grado di superare l’inevitabile vuoto che essa comporta” (Scabini, Cigoli 2000), in questo momento la coppia come tale deve prepararsi all’uscita dei figli cercando di reinvestire su di essa. Il rapporto di coppia torna ad essere centrato sulla coppia coniugale e può godere di maggiori spazi e tempi per sè. La donna che ha investito e sacrificato la vita per i figli può provare un forte senso di vuoto e di inutilità.
Sempre più frequentemente questo momento è un periodo critico per la coppia e non a caso negli ultimi anni aumentano le separazioni di coppie con figli giovani- adulti.

In alcuni casi però può invece accadere che la famiglia si blocchi per qualche motivo nei suoi compiti di sviluppo, che le dinamiche interattive all’interno del sistema, anziché favorire,ostacolino  la progressiva individuazione e autonomia dei figli. Una difficoltà che segnala quella da parte dei componenti della famiglia di separarsi.

Problematicità che fanno capo al mantenimento di un equilibrio familiare disfunzionale nel quale il figlio ha un suo ruolo preciso nell’evitare l’esplosione delle conflittualità tra i genitori. Il suo ruolo è quello di mantenere unita la famiglia attraverso il sintomo, rispondendo in questo modo alle inconsapevoli richieste dei genitori incapaci di separarsi da lui, a loro volta probabilmente non ben individuati.

E’ proprio in questa fase di passaggio che si celano i rischi maggiori di psicopatologia e di sviluppo di sintomi, o nelle fasi successive a questa, laddove questo compito evolutivo non sia stato assolto in maniera adeguata.
Quello che tecnicamente viene definito “svincolo”, comporta una serie di disinvestimenti emotivi dalla famiglia di origine, ed una serie successiva di investimenti nel mondo esterno: lavoro, partner, creazione di una nuova famiglia. Questo può essere complicato laddove vi siano delle dinamiche o dei problemi non risolti nelle generazioni precedenti, una sorta di eredità familiare che può comportare, a volte, l’impossibilità di compiere questo passo.

E’ in questo caso appunto che il giovane può nei casi peggiori non arrivare a svincolarsi dalla propria famiglia manifestando ad esempio una sintomatologia psichica non lieve o, in altri casi, incontrare difficoltà nei contesti esterni alla famiglia (sociale, lavorativo affettivo relazionale sentimentale) esprimendo magarisintomi di natura nevrotica o ancora, andarsene di casa svincolandosi a livello pratico ma non emotivo, restando affettivamente dipendente dai genitori. Un lavoro terapeutico sulla comprensione delle dinamiche e delle proprie “eredità” familiari può aiutare a lasciare i vecchi “ormeggi” per poter essere pronti a “salpare” verso nuovi lidi.

 

Genitori separati

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Un rapporto di coppia può ad un certo punto della storia evolutiva incanalarsi verso crisi e conflitti perché le strade dei coniugi si divergono o gli eventi possono far scaturire emozioni e tensioni forti a diversi livelli intrapersonali e interpersonali, non facilmente gestibili dal singolo e dalla coppia stessa.

Quando cadono le illusioni che hanno fatto sì che la coppia si incontrasse, i due patti (consapevole e segreto), che li hanno uniti, non tengono più e nel loro incastro diventano troppo contraddittori. Quando vi è l’impossibilità a rilanciare il patto segreto è esaurita la soddisfazione dei bisogni che hanno reso particolare quel legame. La frattura che si crea è insanabile, scompensa e rende fragili. Tutto il sistema famiglia viene coinvolto, e a volte i comportamenti che i coniugi tengono possono non essere equilibrati e avere una ricaduta di sofferenze e disagio anche sui i figli. La maggior parte delle separazioni non è il risultato di una volontà consensuale, in generale accade che sia uno dei due che lasci l’altro, uno vuole uscire e l’altro vuole continuare la relazione.

Il conflitto non è né positivo né negativo, è necessario al cambiamento, è importante gestirlo attentamente, convogliare l’energia che genera utilizzandola al meglio in modo cooperativo e quindi costruttivo.

La conflittualità che si verifica nella coppia può essere un momento positivo e di richiesta di necessità di cambiamento e di crescita, non necessariamente negativo in termini di lotta e di distruzione dell’altro. Nella separazione, pur dolorosa, il conflitto può essere un’opportunità di trasformazione.

La separazione è sempre un evento sconcertante, a volte improvviso anche se vi sono precedenti segnali e fatti premonitori a volte non letti o negati. All’interno della famiglia infatti possono esserci stati ripetuti litigi ed incomprensioni sempre più frequenti che hanno portato evidenti squilibri relazionali e carenze comunicative. La situazione diventa complessa, piena di tensioni, emozioni, turbamenti e nonostante sia un evento abbastanza comune al giorno d’oggi essa è sempre difficile da affrontare.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma una modificazione della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione. Ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all’interno della coppia.

Valutando l’evento della separazione dei genitori come un fattore di alto rischio psicopatologico qualora i figli vengano coinvolti e “usati”, tuttavia non è possibile ritenere che le conseguenze per i figli delle coppie separate conducano necessariamente ad essere soggetti a rischio.

Studi longitudinali rilevano che dopo una fase critica i bambini riescono a trovare un equilibrio; hanno attraversato anch’essi le fasi del dolore e della perdita come i loro genitori, in particolare nel primo anno di separazione che è considerato il più difficile. Per limitare i danni i genitori devono impegnarsi a mantenere una responsabilità condivisa e rassicurali sul piano affettivo, sociale ed economico.

Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall’angoscia che deriva dall’essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che “la battaglia” non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l’adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.

I figli possono esprimersi e manifestare comportamenti in modo diverso di fronte la scelta fatta dai genitori; certamente non va trascurata l’influenza delle variabili personali quelle legate all’ età, al genere, alle tappe dello sviluppo psicologico e l’abbozzo di personalità, ma si crede comunque vi siano delle risorse anche nei bambini, come negli adulti, nel fronteggiare gli eventi stressanti. (Canevelli , Lucardi 2000)

Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.  In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.

E’ opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare.  Egli riesce, invece, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.

Nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l’entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l’intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell’influenza di questi diversi fattori.

Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l’elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia.

Alcuni risultati di ricerche (Wallerstein J. – Kelly J. 1980) sui comportamenti dei figli nelle coppie separate hanno rilevato alcuni possibili vissuti e reazioni in relazione alle fasce d’età.

Per un bambino piccolo, diventa difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra i genitori, punti di riferimento vitale, e tra i genitori e lui; perché non possiede strumenti cognitivi sufficienti per capire ed elaborare la situazione di cambiamento e di perdita di uno dei genitori. Crede di essere la causa della separazione, si sente in colpa e di non  32 essere un oggetto d’ amore da impedire la rottura definitiva tra mamma e papà. L’allontanamento di un genitore innesca la paura di abbandono che può verificarsi anche

in futuro negli anni. Si riscontano nei bambini molto piccoli frequenti regressioni comportamentali:

ricerca continua di protezione e di affetto, problemi di sonno, disturbi alimentari, succhiarsi il dito, difficoltà del controllo sfinterico, già a suo tempo acquisito.

Nei bambini un po’ più grandi, tra i 3 e i 6 anni, le reazioni sono per lo più reattive con punte di aggressività, manifestano rabbia a volte generalizzata, mordono compagni, distruggono oggetti, maltrattano animali. Tuttavia hanno paura di farsi male e si sentono cattivi, creano un’immagine negativa di sé, e si ritengono responsabili della separazione dei genitori.

I bambini tra i 7 e 10 anni hanno maggiore consapevolezza della separazione genitoriale e manifestano sentimenti di tristezza e di dolore; esprimono la rabbia in modo diretto e organizzato verso un oggetto, che può essere nello specifico o il padre o la madre. Inoltre presentano sintomi psicosomatici che vanno dal mal di testa ai dolori di stomaco e all’ asma cronica.

I figli adolescenti hanno ancor più consapevolezza e comprensione della separazione dei genitori, anche perché riescono ad averne una distanza psicologica. A volte maturano sul piano psicologico ed emotivo, altre volte possono avere un blocco della autostima. Le reazioni, tuttavia, possono essere di varia natura, come l’ alternanza di fasi depressive e fasi di aggressività, fughe da casa oltre alla presenza di sintomi ipocondriaci e di comportamenti antisociali, di abbandono scolastico.

La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.

D’altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.

Bisogna guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, realizzando interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale. Tali interventi rappresentano un’efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di “ereditarietà”, certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati.

Essere genitori

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La genitorialità

 

La genitorialità è una funzione di importanza centrale nello sviluppo dell’individuo sia in presenza che in assenza della generazione, e costituisce un fattore comunque essenziale nell’evoluzione.

Il desiderio di avere un figlio è un desiderio complesso che si manifesta precocemente e ha una lunga storia nella vita di ogni individuo.

Viene espresso con le modalità immaginative e rappresentative fantastiche che sono a disposizione dell’individuo nel corso dello sviluppo, e si modifica costantemente rispondendo alle motivazioni interne e alle condizioni socioculturali esterne (Righetti, Sette, 2000).

Palacio-Espana (1996) definisce la genitorialità come un compito evolutivo carico di valenze conflittuali per il giovane adulto, ma irrinunciabile per l’accesso alla maturità individuale.

In letteratura spesso si trovano i due termini generatività e genitorialità usati in modo interscambiabile.

Per generatività si intende il processo che comporta l’atto del generare: rimanda quindi alla creazione di qualcosa, al superamento del narcisismo individuale e favore di un qualcos’altro, cui l’individuo può anche sacrificarsi.

Erikson (1950) definisce la “generatività” come la capacità di prendersi cura, di proteggere, di guidare, in modo responsabile, la generazione successiva aiutandola, attraverso un processo complesso di allevamento e di educazione, ad entrare a pieno titolo nella società degli adulti (Ammanniti, 1999).

Questo concetto ha un significato più ampio di “procreazione”, poiché i prerequisiti per lo sviluppo del senso di generatività sono rappresentati dalla fede nel futuro, dal credere nella specie, dal prendersi cura degli altri (Erikson, 1984).

La genitorialità richiama invece i processi interiori del “prendersi cura di” , del curare e dell’accudimento del bimbo.

Secondo Stern (1995) nella cura del figlio la coppia farà riferimento alle esperienze di accudimennto che aveva a sua volta ottenuto dai propri genitori, ritualizzando anche antiche modalità di rapporto.

La genitorialità è inoltre l’espressione del progetto di fare figli, del voler diventare genitori: progetto condiviso dalla coppia, della quale spesso esprime l’identità, o l’esistenza stessa (Bydlowski, 2004).

I processi di generatività e genitorialità sono intrecciati l’uno nell’altro, in quanto comunemente la generatività evolve verso la genitorialità, o viceversa, ciò spiega l’interscambiabilità dell’uso dei due  termini.

La genitorialità può essere considerata come il risultato dell’esperienza evolutiva: a livello soggettivo, in quanto si sviluppa enormemente attraverso l’esperienza quotidiana con i figli e affonda le sue radici nell’infanzia dell’individuo e, durante l’adolescenza, maturano le capacità di protezione e di accoglienza del bisogno e della sofferenza (Ammaniti, 1999); a livello culturale, poiché le forze socio-storiche le conferiscono significato; a livello sociale, il compito genitoriale è influenzato dal contesto sociale, dagli ideali, dalle credenze e dalle attese condivise riguardo a uomini e donne come genitori (Cusinato, 2005).

La genitorialità comporta una ristrutturazione della coppia a diversi livelli: in primo luogo si avrà una nuova modalità di funzionamento, di tipo triadico, in cui ogni membro dovrà potr avere il proprio posto, entro la rappresentazione relazionale familiare, senza vissuti di esclusione: da un punto di vista organizzativo deve avvenire una progressiva  integrazione e distribuzione dei ruoli di cura entro la coppia (Carli, 2002).

La transizione alla genitorialità può essere considerata, facendo riferimento alla prospettiva sistemica, come un “evento critico” e come tale porta in sé grandi cambiamenti che richiedono una rinegoziazione dei ruoli e delle funzioni e la riorganizzazione delle relazioni (Scabini, Cigoli, 2000).

Dal punto di vista organizzativo cambia la gestione del tempo e dei compiti in funzione dei ritmi di vita del bambino, aumenta la fatica e l’impegno, anche economico; bisogna ridimensionare la propria vita personale e sociale, cambiare l’organizzare del tempo libero e i rapporti sociali, ridefinire l’impegno lavorativo.

La transizione alla genitorialità ha inizio nel concepimento, infatti, già dalla gravidanza, si comincia  a creare una predisposizione psicologica che consentirà a entrambi i genitori una condivisione delle fantasie attorno al figlio che nascerà (Ammaniti, 1999).

Diventare genitori è un processo che si gioca fra rappresentazione e realtà e rispetto a questa predisposizione diversi autori hanno focalizzato la propria attenzione sulla madre.

La genitorialità è un processo psichico che accompagna l’esistenza dell’individuo: le tendenze psicodinamiche che motivano questo processo hanno origine nella relazione che la bimba ha sperimentato con la propria madre.

Solo un legame positivo ed un’identificazione positiva con la madre possono consentire alla donna di generare e di diventare una buona madre, portatrice di un rapporto originario con il proprio figlio, attivando così il processo della genitorialità.

Lo sviluppo della genitorialità in ogni donna rappresenta dunque un processo interattivo fra polarità di rappresentazioni psichiche e di esperienze di dipendenza dalla propria madre.

In particolare deve essere in grado di attivare il processo di “reverie” (Bion, 1965): la reverie è lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli oggetti provenienti dall’oggetto amato, il figlio, è la capacità di recepire le identificazioni proiettive del bambino, indipendentemente dal fatto che siano buone o cattive.

La capacità di reverie è una modalità della funzione genitoriale, che consente evoluzione e sviluppo ad un’altra vita mentale.

Anche l’uomo come la donna, durante il percorso verso la genitorialità affronta una serie di cambiamenti relativi al passaggio dalla posizione di figlio e marito a quella di padre e contemporaneamente si confronta con le fantasie conscie e inconscie attivate in lui dalla gravidanza e dalla maternità della moglie.

L’uomo si trova anch’egli in una nuova fase di sviluppo, a confronto con importanti cambiamenti che gli richiedono la destrutturazione del suo precedente equilibrio ed un lavoro di riadattamento e di riorganizzazione.

Molti autori hanno parlato della maternità e della paternità come “fasi di sviluppo” (Bibring, 1959; Benedek, 1959; Pines, 1972; Pazzagli, 1981, 1983; Smorti, 1987).

In questa evoluzione l’uomo dovrebbe riuscire ad elaborare parallelamente a quella femminile, una “preoccupazione materna primaria” (Smorti, 1987) cioè la capacità di “prendersi cura” che durante la gravidanza viene rivolta alla compagna, con il parto al figlio.

Si svilupperebbe anche una funzione di “reverie paterna” (Delaisi De Perseval, 1982) attraverso la ricerca di un rapporto diretto con il bimbo, cominciando dai tentativi di stabilire un dialogo comunicativo in gravidanza “attraverso la pancia” della propria compagna.

Per il padre l’immagine del bimbo arriva tardi, non in gravidanza, ma alla nascita, solo con la nascita del figlio si avrebbe nell’uomo la presa di coscienza della paternità (Ventimiglia, 1996).

Il desiderio di paternità si presenta all’interno della coppia, quando il legame è vissuto come sicuro, stabile e duraturo, tale per cui la coppia può aprirsi ad un nuovo elemento che rappresenta il futuro: nasce un progetto di generatività e genitorialità, l’uomo contribuisce all’elaborazione mentale del bimbo e la coppia costruisce insieme un immagine di quello che sarà il proprio figlio (Badolato, 1993; Ambrosini, Bormida, 1995).

Stern (1995) fa riferimento alla “costellazione materna” come sistema motivazionale centrale nel corso della gravidanza e del primo anno di vita del bambino e al mondo delle rappresentazioni, le reti dell’ “essere con”, che comprende le speranze, le paure, i sogni, le fantasie relativi al bambino e a sé come genitori, i ricordi della loro infanzia, i modelli e le aspirazioni per il futuro del bambino.

Queste rappresentazioni sono parallele per il padre e per la madre e influenzeranno il modo di occuparsi del bambino (Stern, 1995).

La tesi del modello biologico evoluzionistico di una presunta predisposizione femminile alla cura della prole non è confermata dalle recenti ricerche.

Lamb et al. hanno dimostrato che nel comportamento umano non esistono significative differenze tra uomini e donne nelle abilità necessarie alla cura dei bambini. (Labbrozzi, 2005).

Pertanto la suddivisione delle attività e dei compiti di cura e di educazione tra i genitori ha una variabilità molto ampia a seconda delle diverse famiglie e del tipo di organizzazione che i genitori si sono dati e spesso i genitori tendono ad assumere ruoli complementari (Labbrozzi, 2005).

Dalla nascita del bambino i genitori devono confrontarsi con il figlio reale che è diverso da quello ideale fantasticato e atteso, per cui è necessario capire la diversità tra l’oggetto reale del proprio desiderio e il soggetto reale con cui si entra in relazione e adeguarvisi.

Se le aspettative sono eccessivamente elevate e poco rispondenti alla realtà, i genitori potranno sperimentare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle eventuali difficoltà del figlio (Malagoli Togliatti, Lubrano Lavadera, 2002).

In questi ultimi decenni molti ricercatori hanno studiato la genitorialità, chi prendendo in considerazione le rappresentazioni materne (Ammaniti, 1992; Ammaniti, Candelori, Pola, Tambelli 1995; Fava Vizziello, Invernizzi, 1997), chi indagando le prime interazioni triadiche (Fivaz Depeursinge, Corboz-Wanery, 1999), chi ancora focalizzando i temi dell’attaccamento prenatale (Cranley, 1981; Mercer, Ferketich, May, De Joseph, Sollid, 1988; Muller 1993, 1996; Grace 1989; Condon, Corkindale 1997; Laxton-Kane, Slade, 2002; Cannella 2005; Della Vedova 2005; Dabrassi, Imbasciati, 2007), dell’adattamento della coppia nella transizione alla genitorialità (Carli, 1999; Cowan e Cowan 2000, 2005; O’ Brien e Peyton 2002; Simonelli, Fava Vizziello, Bighin, De Palo, Petech, 2007), delle relazioni reali, delle rappresentazioni e delle identificazioni proiettive (Belsky 1984; Belsky, Rosemberg, Crnic 1995; Manzano, Palacio Espasa, Zilkha, 2001) senza dire della vasta mole di lavori che ormai da tempo si enumerano sull’attaccamento e sulle interazioni familiari (Ainsworth, Blehar,Waters,Wall, 1978; Ainsworth, 1985; Stern, 1988, 1995; Condon, Dunn, 1988; Zimmermann 1999; Manzano, Palacio Espansa, Zilkha, 2001; Fonagy,Target, 2001, Manfredi, Imbasciati, 2004).

Generalmente, al di là delle specificità delle ricerche, il focus è posto sul rilievo di variabili psichiche che concorrono a definire determinate forme di genitorialità, diversi tipi di funzionamenti nelle relazioni con i figli.

Sappiamo che le esperienze che viviamo sono potenzialmente trasformative (Bion 1962); l’esperienza di diventare madri e padri per la pregnanza affettiva che riveste, a livello individuale, di coppia, familiare, transgenerazionale e per le sue declinazioni nella dimensione del passato, del presente e nel futuro, si candida ad essere una delle esperienze più significative nella vita adulta.

È quindi legittimo chiedersi a quali tipi di cambiamenti vanno incontro gli adulti che divengono genitori, come cambia la percezione di sé, la valutazione, il bilancio sulla propria vita ed anche come si modificano piccole evenienze quotidiane che accompagnano la nostra esistenza (Manfredi, 2007).

McGoldrick, Heiman e Carter (1993), ritengono che con il passaggio alla fase genitoriale la famiglia si trasforma in una triade, che assume, per la prima volta, l’immagine di un sistema permanente.

La nascita di un bambino vincola in maniera indelebile il legame genitoriale che si viene a costituire.

Passare dall’essere solo coniugi o partners all’essere anche genitori diventa perciò una transizione chiave del ciclo di vita individuale maschile e femminile e di quello della famiglia.

Il figlio è, per questo motivo, l’espressione concreta della progettualità di coppia: non solo fa operare tra i due partners un passaggio dalla diade alla triade, ma provoca, auspicabilmente, un più profondo consolidamento della diade stessa.

L’obiettivo centrale della transizione alla genitorialità consiste nell’acquisire la capacità di prendersi cura in modo responsabile dei figli nati dall’unione (Erickson, 1982).