La Depressione e le sue caratteristiche

Depressione

Tristezza e depressione possono rappresentare di volta in volta oscillazioni fisiologiche del tono affettivo, sintomi associati a numerose affezioni fisiche o mentali, manifestazioni primarie di un
disturbo del tono dell’umore. Si individuano quattro ordini di elementi causali che concorrono nel determinare l’insorgenza di uno stato di malessere critico:
1. predisposizione individuale, che può essere valutata mediante un’indagine relativa alla personalità del paziente nel periodo precedente alla crisi. E’ inoltre necessario condurre un’accurata anamnesi sull’eventuale presenza di patologie psichiatriche nei familiari;
2. conflittualità intrapersonali, consistenti nella presenza di angosce, sensi di colpa, insicurezze e problemi psicologici del soggetto relativi al rapporto con se stesso, con la propria identità personale e sessuale;
3. conflittualità interpersonali microsociali, consistenti nella presenza di gravi problemi di rapporto all’interno della famiglia o della coppia;
4. conflittualità interpersonali macrosociali, consistenti nella presenza di problemi di inserimento, adattamento sociale o in ambito lavorativo o, negli anziani, come conseguenza del pensionamento e della solitudine.
Nel cercare di individuare cosa ha determinato lo stato di crisi, è necessario tenere presente il fatto che il più delle volte vi è una concomitanza di cause. Ciò che varia, da soggetto a soggetto, è l’incidenza del singolo fattore causale. In alcuni casi, ad esempio, è predominante il fattore costituzionale, pur essendo evidenti anche difficoltà intra e interpersonale. In altri casi, invece, prevalgono i problemi psicologici di relazione (di coppia o intrafamiliari), pur essendo presenti elementi di predisposizione individuale. In altri casi ancora prevalgono i
problemi psicologici individuali. La difficoltà nell’individuare le cause consiste nella necessità di distinguere quelle scatenanti il malessere psichico dalle concause che, pur presenti, non avrebbero da sole determinato la crisi. Si tratta di un lavoro difficile che richiede un’attenta valutazione ed una stretta collaborazione con il paziente. L’importanza dell’individuazione delle cause consiste nel fatto che da essa dipende l’indicazione terapeutica successiva a quella farmacologica.
La depressione è, in realtà, qualcosa di ben preciso e connotato: si tratta di un disturbo del “tono dell’umore”. Il tono dell’umore è una funzione psichica importante nell’adattamento al nostro mondo interno ed a quello esterno. Ha il carattere della flessibilità, vale a dire flette verso l’alto quando ci troviamo in situazioni positive e favorevoli, flette invece verso il basso quando ci troviamo in situazioni
negative e spiacevoli. Si parla di depressione quando il tono dell’umore perde il suo carattere di flessibilità, si fissa verso il basso e non è più influenzabile dalle situazioni esterne favorevoli.
Usando una metafora, una persona che si ammala di depressione è come se inforcasse quattro, cinque paia di occhiali scuri e guardasse la realtà esterna attraverso di essi, avendone una visione
assolutamente nera e negativa.
La depressione è caratterizzata da una serie di sintomi, di cui l’abbassamento del tono umorale è una condizione costante. Nelle fasi più lievi o in quelle iniziali, lo stato depressivo può essere vissuto come incapacità di provare un’adeguata risonanza affettiva o come spiccata labilità emotiva. Nelle fasi acute, il disturbo dell’umore è evidente e si manifesta con vissuti di profonda tristezza, dolore morale, disperazione, sgomento, associati alla perdita dello slancio vitale e all’incapacità di provare gioia e piacere. I pazienti avvertono un senso di noia continuo, non
riescono a provare interesse per le normali attività, provano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale. Tutto appare irrisolvibile, insormontabile, quello che prima
era semplice diventa difficile, tutto è grigio, non è possibile partecipare alla vita sociale, nulla riesce a stimolare il minimo interesse. Il paziente lamenta di non provare più affetto per i propri familiari,
di sentirsi arido e vuoto, di non riuscire a piangere.
Il rallentamento psicomotorio è da considerarsi il sintomo più frequente e si manifesta sia con una riduzione dei movimenti spontanei sia con un irrigidimento della mimica che può configurare
un aspetto inespressivo. Il linguaggio non è più fluido, scarsa la varietà dei temi e dei contenuti delle idee, le risposte sono brevi, talora monosillabiche. Il rallentamento si esprime anche sul piano
ideativo e si manifesta con una penosa sensazione di lentezza e di vuoto mentale.
Il depresso è afflitto da un profondo senso di astenia, trova difficile intraprendere qualsiasi azione, anche la più semplice. Col progredire della malattia, la stanchezza diventa continua e così
accentuata da ostacolare lo svolgimento di ogni attività. Il rallentamento delle funzioni psichiche superiori può essere così marcato da provocare disturbi dell’attenzione, della concentrazione e della memoria. Il rallentamento ideomotorio si traduce in incertezza e indecisione; in alcuni casi l’incapacità di prendere qualunque decisione, anche la più semplice, crea un notevole disagio, con blocco talora completo dell’azione.
La nozione del tempo è modificata e il suo scorrere continuo rallenta fino ad arrestarsi. Il depresso ha la sensazione che la giornata sia interminabile, che non sia possibile arrivare a sera, “tutto è fermo, stagnante, senza possibilità di essere mutato”.
L’agitazione psicomotoria, presente in alcuni quadri depressivi, si manifesta con irrequietudine, difficoltà a stare fermi, continua necessità di muoversi, di camminare, di contorcere le mani e le
dita. La compromissione delle prestazioni intellettuali, la consapevolezza della propria aridità affettiva e della propria inefficienza portano il depresso all’autosvalutazione, al disprezzo di sé, alla convinzione della propria inadeguatezza, talora accompagnati da un incessante ruminare sui propri sbagli e su colpe lontane. Il futuro è privo di speranza e il passato vuoto e inutile, valutato come pieno di errori commessi; il paziente prova sentimenti di colpa e fa previsioni di rovina e miseria. Talora ritiene se stesso responsabile dei propri disturbi e dell’incapacità di guarire: convinto di poter “star meglio facendo uno sforzo”, si giudica indegno per la propria condotta, per la propria pigrizia, per il proprio egoismo.
L’ideazione suicida è presente nei 2/3 dei pazienti. Si sviluppa lentamente: nelle fasi iniziali del disturbo il depresso ritiene che la vita sia un fardello e non valga perciò la pena di essere vissuta. Successivamente inizia a desiderare di addormentarsi e non svegliarsi più, di morire accidentalmente o di rimanere ucciso in un incidente stradale. Nei casi più gravi le condotte autolesive sono lucidamente programmate con piani minuziosi fino alla messa in atto del gesto. La convinzione che non esista possibilità di trovare aiuto e la perdita di speranza portano il depresso a concepire il suicidio come unica liberazione della sofferenza o come giusta espiazione delle proprie colpe. In alcuni casi può essere messo in atto il cosiddetto “suicidio allargato”: il paziente, prima di togliersi la vita, uccide le persone più care, in genere i figli, con lo scopo di preservarli dalle sofferenze della vita, dalla tragedia dell’esistenza. Il rischio di suicidio deve sempre essere preso in
considerazione e dalla sua valutazione dipende la possibilità di effettuare una terapia farmacologica ambulatoriale o la necessità di optare per un ricovero. In Italia sono circa 4.000 le persone che ogni anno si tolgono la vita e molte di più sono quelle che tentano il suicidio senza riuscirci.
Tra i sintomi vegetativi, la riduzione della libido si presenta in genere precocemente, a differenza di quanto avviene nei disturbi d’ansia, nei quali i pazienti mantengono un discreto
funzionamento sessuale. Nella depressione sono frequenti la riduzione dell’appetito ed i sintomi gastrointestinali: i pazienti perdono gradualmente ogni interesse per il cibo che sembra privo di sapore, mangiano sempre di meno fino al punto di dover essere stimolati ad alimentarsi, lamentano secchezza delle fauci o bocca amara e ripienezza addominale. Le difficoltà digestive e la stitichezza possono essere dovute, oltre che ai trattamenti antidepressivi, all’ipotonia intestinale spesso associata al quadro clinico. Modificazioni della condotta alimentare, nel senso di una riduzione dell’assunzione di cibo, possono avere gravi conseguenze con un marcato dimagrimento, stati di malnutrizione e squilibri elettrolitici, tali da costituire delle vere e proprie emergenze mediche.
In alcuni quadri depressivi può essere presente iperfagia con aumento di peso, favorito anche
dalla riduzione dell’attività motoria.
I disturbi del sonno sono molto frequenti e l’insonnia, una delle principali manifestazioni della depressione, si caratterizza per i numerosi risvegli, soprattutto nelle prime ore del mattino. Il depresso riferisce di svegliarsi dopo poche ore di sonno, di non riuscire più a addormentarsi e di essere costretto ad alzarsi alcune ore prima rispetto all’orario abituale; durante i periodi di veglia notturna pensa incessantemente alle disgrazie della vita e alle colpe del passato. Nonostante l’insonnia possa essere lieve, il depresso lamenta di non sentirsi riposato. In altri casi la fase
depressiva può accompagnarsi ad un aumento delle ore di sonno con ipersonnia, fino a una vera e propria letargia. Un sintomo tipico della depressione è l’alternanza diurna: il paziente al risveglio mattutino si sente maggiormente depresso e angosciato, mentre con il trascorrere del giorno, nelle ore pomeridiane o serali, avverte un lieve miglioramento della sintomatologia.

L’attacco di panico: il disturbo della società odierna

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Il Disturbo da attacchi di panico si presenta nella nostra società con sempre maggior frequenza, i dati epidemiologici indicano una prevalenza del disturbo nel corso della vita che oscilla tra lo 0,6 e il 6% con una frequenza doppia nel sesso femminile rispetto a quello maschile. L’età media di esordio è di circa 25 anni con una certa variabilità, molti casi hanno un decorso cronico oppure possono esservi remissioni spontanee con successive riacutizzazioni e forme di disturbo attenuato (forme paucisintomatiche). Una grande variabilità si trova anche nella risposta al trattamento (psicofarmacologico e psicoterapico, specialmente di tipo cognitivo-comportamentale), con un tasso di guarigione di solo il 30% a 6-10 anni dalla terapia.

Il DAP è una categoria diagnostica relativamente recente: fu infatti inclusa ufficialmente nella terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali solo dal 1980, eppure già nel 1895 Freud descrisse la “nevrosi d’ansia”, un insieme di sintomi psichici e somatici spesso in relazione con una paura degli spazi aperti, termine che venne utilizzato come categoria diagnostica fino all’introduzione della nuova edizione del “Disturbo di Panico”.

In riferimento al contesto culturale recenti studi hanno sottolineato che i disturbi psichici non sono statici ma dinamici, differendo da una società all’altra e in una stesa società nel tempo, seguendone le trasformazioni. Se all’inizio del secolo scorso si parlava quasi esclusivamente di nevrosi isterica dalla fine del secolo scorso sono divenuti preponderanti i disturbi d’ansia e il disturbo da attacco di panico. Con le sue potenti manifestazioni polarizzate sul corpo (tachicardia, sudorazione, senso di soffocamento, visione offuscata, etc.) l’attacco di panico si configura come l’espressione di un pericolo imminente, un pericolo non reale ma fantasmatico di cui non se ne capisce nè il motivo né l’origine.

In una società che richiede di essere sempre pronti ed adeguati ai vari ruoli e alle funzioni (nel lavoro, nella famiglia, nelle relazioni affettive) non è un caso che proprio i giovani e gli adolescenti siano i più esposti all’insorgenza di questo disturbo. Se l’ambiente esterno viene percepito come incerto, pericoloso e con poche prospettive di realizzazione ecco che il giovane che si affaccia alla sua vita adulta fa molta fatica a proiettarsi in una dimensione autonoma assumendosi la responsabilità che questo comporta, di conseguenza i tempi di permanenza nella famiglia d’origine si dilatano nel tempo.  Da un lato l’ambito famigliare  giustifica la presenza dei figli a casa con le incertezze e le difficoltà di questi ultimi ad assumere un ruolo sociale, ma parallelamente questo permette alla famiglia di mantenere un immagina statica e cristallizzata di se stessa, una dimensione che permette di posticipare l’idea della perdita delle proprie funzioni genitoriali e di allontanare l’idea del tempo che passa.

L’altro rovescio della medaglia è rappresentato dalla posizione in cui si trovano i figli che pur covando desideri di autonomia e di distacco dalla famiglia di origine vivono questi pensieri con estrema paura rispetto all’incertezza e alla paura del fallimento che gli si prospetta di fronte e come un tradimento nei confronti dell’ambiente familiare che gli offre protezione. Questa ambivalenza può trovare allora espressione nell’attacco di panico  come estrema rappresentazione di quella paralisi fisica ed emotiva accompagnata da una profonda angoscia rispetto all’impossibilità di trovare una espressione e comunicazione a questo conflitto.