L’ansia da esame ai tempi del CORONAVIRUS

L’esame di terza media è la prima grande prova scolastica che un adolescente deve affrontare, ed è un vero e proprio esame di vita.  I ragazzi delle medie passano dall’infanzia all’adolescenza in una manciata di secondi e sono chiamati a scegliere come comportarsi in vista di questo traguardo.

I ragazzi che svolgono l’esame ai tempi del coronavirus, sono rimasti a casa rispettando le limitazioni ed hanno dimostrato di sapersi adattare alle regole imposte dal momento, quando neanche gli adulti erano pronti a farlo.

Questi alunni hanno saputo attendere, hanno saputo solo nell’ultimo mese come sarà svolto il loro esame e quali saranno le tempistiche, hanno dovuto aspettare e hanno dovuto reagire quando ciò gli è stato chiesto, a pochi giorni dalla fine della scuola.

images

È normale per qualsiasi ragazzo avvertire ansia e paura in questo momento della sua vita. Se da una parte c’è lo sforzo di studiare e rimanere concentrati sui libri,  dall’altra parte c’è l’eccessiva paura di bloccarsi nel pensiero e nelle azioni visto il cambio inaspettato delle modalità di esame e del giudizio.

Difficoltà nel sonno, paura, irritabilità estrema, aggressività, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria, pianti e preoccupazioni ossessive sull’esame, sono solo alcuni dei sintomi dell’ “ansia da esame”. 

 

Per tutti i ragazzi si tratta quindi non solo della prima “barriera” scolastica, ma anche di una porta verso il loro futuro.

Il timore più grande degli studenti al tempo del coronavirus, e ciò emerge anche da una ricerca sui social network, è di passare come quei ragazzi che non hanno sostenuto l’esame di Stato. In realtà ciò che questi ragazzi hanno scoperto di sè stessi è stata la capacità di sapersi adattare, cambiare e trasformarsi in un modo inaspettato insieme ai loro genitori.

I ragazzi che ad oggi affrontano gli esami non conosceranno i dettagli della prima e della seconda guerra mondiale, ma conosceranno tutto sul virus, su ciò che ha provocato e su quanto è stato potente e devastante per loro e per la propria famiglia.

Il virus ha cambiato la loro vita, sconvolgendo sogni e progetti, ma gli avrà anche insegnato che l’essere umano è piccolo in confronto alla potenza della natura e che bisogna essere forti e coraggiosi per affrontare la storia e il futuro che li attende.

images (3)

In un contesto di precarietà e ed incertezza rispetto a ciò che sarà, la scuola c’è stata anche se dietro ad un pc, è rimasta lì a sostenere i suoi alunni silenziosa e caparbia, aspettando che i suoi ragazzi tornino dentro le sue mura.

Cosa si può fare per cercare di controllare le ansie da esame:

 

E’ importante concentrarsi soltanto su di sè, focalizzandosi sulle proprie capacità e competenze, senza farsi influenzare dai giudizi esterni e senza fare confronti con gli altri perché ognuno possiede delle risorse specifiche, che non sono le stesse per tutti.

Prima dell’esame, sentirsi confusi, avere l’impressione di non ricordare nulla è naturale. Ciò che potevate fare, ormai, lo avete fatto e dovete essere orgogliosi del vostro impegno e del vostro lavoro. Dovete credere in voi affrontando il momento.

Lettura al Nido parte IV: LA TRISTEZZA

La tristezza fa parte delle emozioni primarie, di per sé non è né positiva né negativa, ma a volte ci coglie impreparati, perché può manifestarsi in modi inattesi.

Quando incontriamo qualcuno che sembra essere triste, spesso tendiamo a scappare nella direzione opposta. Come se avessimo paura che ci contagi e, per questo, preferiamo stare vicino a chi ha sempre il sorriso sul volto. Tuttavia, la tristezza nei bambini, come negli adulti, è un’emozione essenziale e necessaria.

Quando un bimbo è triste, non sempre riconosce ciò che gli sta accadendo né conosce sempre le parole per esprimere ciò che sente. Per questo motivo, il suo modo di manifestare il dolore è attraverso il comportamento.

download

Le lacrime dei nostri figli ci commuovono perché sono sinonimo di dolore. Le lacrime sono anche il segno del processo di risanamento dell’organismo dopo una perdita danno sollievo e aiutano a guarire il dolore.

A volte, alcune manifestazioni di tristezza come, ad esempio, l’aggressività possono essere classificate come comportamenti indesiderati o “cattivi comportamenti” dai genitori. Il rischio, in tal caso, è quello di etichettare come cattivo comportamento qualcosa che in realtà è sintomo di un malessere profondo.

Dobbiamo sapere che la tristezza è fisiologica e va ascoltataè un potente fattore di crescita: affrontarla in modo positivo significa imparare ad attuare strategie di resilienza, a trovare la nostra risposta alle difficoltà. È nel dolore che impariamo tanto su come siamo fatti e, in quanto adulti, è nostro compito accompagnare i bambini in questo percorso.

download (3)

La prima e fondamentale cosa che possiamo fare con loro e per loro è parlare delle emozioni, spiegare cosa sono e descrivere la tristezza, in questo caso.

Fondamentale è raccontare di aver provato la tristezza e quando, cosa si è vissuto e che non serve reprimerla né nasconderla, ma tutti hanno il diritto di essere tristi, così si legittima l’emozione e il bambino saprà anche lui che può sentirsi triste.

Infine ascoltare e sostenere la manifestazione emotiva del bambino, con la vicinanza, l’abbraccio e le parole.

In particolare, nei bambini più piccoli possono manifestarsi:

  • irritabilità
  • perdita di appetito
  • difficoltà ad addormentarsi e nel mantenere il sonno
  • difficoltà nel controllo sfinterico e/o enuresi notturna (tornare a farsi pipì e cacca addosso)
  • irrequietezza
  • difficoltà nei rapporti con i coetanei (aggressività, indifferenza)
  • disinteresse per il gioco
  • disinteresse per le attività scolastiche

Nei bambini più grandi invece i sintomi sono più “nascosti”, perchè non si manifestano con comportamenti, ma con:

  • bassa autostima
  • insicurezza
  • atteggiamenti di chiusura
  • reazioni ostili o aggressiveimages (10)

È fondamentale porre un distinzione tra uno stato di sofferenza clinica e una posizione depressiva.

 

LETTURA AL NIDO: GRIGIO DI TRISTEZZA

Le sei storie delle emozioni

di Agostini Sara Edizioni GRIBAUDO

Storie illustrate a colori per aiutare i bambini a conoscere e a gestire le loro emozioni. Una fifa blu, Rosso di vergogna, Giallo di gelosia, Verde di invidia, Arancione di gioia e Grigio di tristezza: tanti racconti da leggere per esplorare i sentimenti. Età di lettura: da 3 anni.

 

 

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

Cosa è successo agli adolescenti in questo periodo in cui il Covid ha preso il sopravvento sulla nostra vita?

images (8)

Con la chiusura delle scuole e la cancellazione di tutte le attività, gli adolescenti stanno perdendo alcuni dei più bei momenti della loro vita da ragazzi, oltre che tutti quegli attimi di quotidianità come passare del tempo con gli amici e frequentare le lezioni a scuola o fare un’attività sportiva.

Immaginiamo che i ragazzi si sarebbero confrontati con la realtà di tutti i giorni, affrontando prove uniche fondamentali per la loro crescita e irripetibili, quali esami per la scuola o per la patente di guida, avrebbero vissuto momenti piacevoli nelle gite scolastiche tra divertimento e condivisioni amicali e invece sono bloccati in un tempo che va avanti fuori di loro ma che è fermo e statico.

Il rischio che corrono, più degli altri, è quello di rifugiarsi in un uso smodato di video giochi o nell’uso ossessivo del telefono con la pericolosità di incappare in quella che è stata definita “overdose digitale“.

In questo specifico momento di solitudine aumenta l’intensità di emozioni come paura, tristezza, rabbia e soprattutto l’ansia nei bambini e negli adolescenti.

L’ansia è una funzione fisiologica che ci mette in allarme rispetto a potenziali pericoli dell’esterno, l’ansia aiuterà a prendere decisioni giuste per questo momento in cui tutto sembra nuovo e inaspettato. Se l’adolescente è preoccupato perché accusa sintomi sospetti, è importante parlarne con i genitori.

download (6)

Quando l’adolescente si trova a dover affrontare una situazione di difficoltà con l’aiuto del genitore deve cercare di distrarsi: fare i compiti, fare attività fisica, disegnare, dipingere, scrivere o ancora guardare un film, un cartone o la serie tv preferita o leggere un libro quando andiamo a dormire, ascoltare musica.

Alcuni ragazzi si dedicheranno all’arte, altri vorranno parlare con i propri amici e usare la condivisione della tristezza come mezzo per sentirsi uniti in un momento in cui non possono stare insieme fisicamente. Ai figli adolescenti si può proporre di fare qualcosa di diverso dal solito insieme ai genitori come cucinare, fare giardinaggio, suonare uno strumento musicale, da mantenere anche in futuro.

Inoltre questo tempo meno strutturato e più libero può rappresentare una sorta di allenamento all’autonomia dell’adolescente nella definizione delle proprie giornate. Il vuoto non implica necessariamente angoscia, ma può rappresentare anche lo spazio per dare vita alla propria creatività troppo spesso soffocata dall’eccesso di stimoli a disposizione.

La solitudine, la noia, la frustrazione, l’insicurezza, la tristezza, la rabbia sembrano prendere il sopravvento, scaraventando gli adolescenti  in un turbinio di emozioni talvolta violente e disorganizzate. Questo, se mal gestito, potrebbe portare a un  malessere interiore fino alla messa in atto di comportamenti dannosi, per se stessi e per gli altri. Quando il ragazzo è travolto da un flusso veloce di pensieri può provare a costruire un muro immaginario tra se stesso e la situazione, chiudendosi a riccio oppure scattando in forti crisi rabbiose.

Dopo aver tirato su il muro, che segna un confine con la situazione di emergenza non controllabile, si sposta l’attenzione su altro, ad esempio sul ritornello di una canzone che si ama, sulla scena di un film o sul proprio partner per cercare di proteggersi ma anche di allontanarsi.

Se i social media da una parte sono un ottimo modo per rimanere in contatto non bisogna però farne un uso illimitato.  E’ il momento in cui i ragazzi sono a metà strada tra l’infanzia da abbandonare e l’età adulta in cui entrare.

Per favorire un uso appropriato e giusto della tecnologia e dei social media ed impedire ai ragazzi di usarlo come mezzo di isolamento, il genitore può valorizzare la competenza del figlio adolescente nell’uso delle nuove tecnologie per informarsi insieme a lui delle iniziative che via via stanno prendendo piede sul web (musei, spettacoli, film, iniziative musicali, concerti)

È fondamentale quindi stabilire dei limiti nell’utilizzo dei dispositivi multimediali riconoscendone però il loro valore, per esempio nel permettere all’adolescente di restare in contatto con i suoi amici o con il partner e nel proseguire l’attività scolastica

Ricordiamoci che sono i genitori le risorse più vicine e migliori per gli adolescenti perchè è a loro che i bambini e i ragazzi si possono rivolgere, sono loro il modello giusto da adottare ricopiando i comportamenti salutari. Da una buona salute fisica e mentale, da una quotidianità con confini sicuri e garantiti, passa anche un adeguato benessere psichico e fisico del ragazzo. Cominciamo dai genitori per fare in modo che attraverso un modello positivo l’adolescente possa sentirsi compreso e al sicuro.

Questa situazione ha catapultato gli adolescenti di oggi in una dimensione di preparazione al mondo adulti nel percorso di crescita prima del tempo.

Lettura al Nido parte seconda della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa Libro: IL LITIGIO Claude Boujon Babalibri

IL LITIGIO
IMG_3616 Il litigio_Claude Boujon Illustrazioni: Claude Boujon Testo: Claude Boujon Traduzione: Stefania Cella ISBN:  978-88-8362-192-5Collana Bababum

Due conigli sono buoni vicini, all’inizio. Abitano l’uno accanto all’altro e ogni mattina si salutano con molta cortesia. In fondo tutto quello che li differenzia è il colore della pelliccia, perché mai non dovrebbero andare d’accordo? Presto, però, il coniglio marrone scopre che il coniglio grigio ha delle abitudini davvero insopportabili. Esattamente ciò che pensa il coniglio grigio delle usanze di quello marrone. Dal fastidio alle parole offensive è presto fatto! Il problema è che hanno entrambi ragione. Il loro bisticcio potrebbe non finire mai… Ma ecco che una volpe affamata decide di concedersi uno spuntino a base di coniglio: grigi o marroni, hanno tutti lo stesso sapore. Solo riappacificandosi e unendo le forze i due vicini potrebbero mettersi in salvo. Ne saranno capaci?

Claude Boujon
Nasce a Parigi nel 1930. Fino al 1972 lavora in una casa editrice per ragazzi, per poi occuparsi di pittura, scultura, scenografia, manifesti e marionette. I libri per bambini che ha scritto e illustrato sono il naturale prolungamento del suo lavoro di artista. Muore nel 1995.

Lettura al Nido della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa Libro: Che Rabbia! Mireille d’Allancè

Appuntamento con la lettura

Lettura al Nido della dr.ssa Chiara Patruno Psicologa

Libro: Che Rabbia! Mireille d’Allancè BABALIBRI 

IMG_3615Fin dal nido l’utilizzo del libro permette di esporre il bambino all’ascolto e alla lettura. La lettura ad alta voce è un vero e proprio momento magico per il bambino attraverso una comunicazione ricca di stimoli ed emozioni. Le tematiche che saranno affrontate nei libri sono: la rabbia, la paura, la tristezza, la felicità, l’amicizia, il disgusto, il ruolo della mamma, il ruolo del papà e la diversità.

L’obiettivo sarà quello di stimolare con la narrazione lo sviluppo cognitivo, affettivo e sociale dei bambini fin dalla tenera età.

Che Rabbia!

Roberto ha passato una bruttissima giornata. Ah! Che rabbia! Come se non bastasse il suo papà lo ha mandato in camera sua senza cena. Roberto avverte una Cosa crescere dentro, la sente diventare sempre più grande e più incontenibile fino a quando…. Ecco che la Cosa esce da lui e si materializza: enorme, rossa e terribile. In un attimo la stanza è messa in subbuglio, la coperta vola via, il comodino, la lampada, gli scaffali con tutti i libri vengono fatti a pezzi! Poi la Cosa si avvicina al baule dei giocattoli… è allora che Robero grida «Aspetta, quello no!» e ripone piano la Cosa in una scatola… la rabbia è passata.

Mireille d’Allancé

Nasce a Chamalières nel 1958. Dopo aver svolto diversi lavori, tra cui l’insegnamento di disegno, trova la sua strada nel campo dell’illustrazione. Oggi lavora a Lille in uno studio dove i suoi figli vanno a trovarla appena possono. Tenace, a volte sfrontata, queste sue caratteristiche traspaiono nei suoi libri, accompagnate da un senso dell’umorismo, da una dolcezza profonda e da una grande attenzione verso gli altri

Sportello psicologico COVID-19

Sportello di ascolto psicologico gratuito per l’emergenza COVID-19

In questo periodo di emergenza ed isolamento si fornisce sostegno su come affrontare questo periodo emotivamente difficile per tutti.

Consulenza psicologica COVID-19 tramite skype, chiamate o video chiamate contattare il numero 3472439780 per info e prenotazioni

In allegato il PDF: sportello COVIDsportello COVID_page-0001

HIKIKOMORI: Isolamento e autoreclusione

Hikikomori significa stare in disparte ed è un termine coniato in Giappone, dove si sono individuati i primi ragazzi che si auto recludevano per sfuggire al confronto con il mondo.

Si può definire Hikikomori un fenomeno nato e sviluppatosi prevalentemente in Giappone, ma presente anche in Corea e Taiwan. Il termine fu creato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki, dalle parole giapponesi “hiku (tirare)” e “komoru (ritirarsi)”, letteralmente “ stare in disparte, isolarsi ”. Quando all’inizio degli anni Ottanta segnalò un numero sempre maggiore di giovani, i quali apparentemente per una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi rinchiusi anche per lunghi periodi (auto reclusione).

download (1)

Il fenomeno colpisce tanti adolescenti anche in Italia. Non è depressione, non è dipendenza dai videogames, non è solo un disturbo d’ansia. Dai dati del Giappone che conta oltre 500.000 persone, tra semi-isolati e completamente isolati. Passando per Spagna, Corea, Cina, India, Francia e Stati Uniti, arriviamo all’Italia dove, grazie al Dottor Crepaldi, autore del libro “Hikikomori, i giovani che non escono di casa” specializzato in psicologia sociale e comunicazione digitale, che nel 2017 ha fondato l’Associazione Nazionale Hikikomori Italiadi cui è presidente, sappiamo che la stima per difetto dovrebbe essere intorno ai 100 mila giovani, quasi sempre di sesso maschile (88%) che rimangono chiusi totalmente in casa dai 3 ai 10 anni (42%).

Sono moltissimi, eppure c’è ancora una scarsa attenzione sociale.  È l’essenza stessa del malessere, l’isolamento in casa, a nasconderlo all’attenzione della società e dei media. E poi, vige il luogo comune che riduce l’auto isolamento di questi ragazzi alla semplice dipendenza da internet. L’abuso di internet è solo la compensazione di un malessere che sta altrove. Non li vediamo perché la loro vita si svolge interamente in una stanza: la loro camera da letto. Si rifiutano di uscire, di vedere gente e di avere rapporti sociali. In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Ma soprattutto proteggono loro stessi dal giudizio del mondo esterno. Chi attribuisce la colpa del disagio alle nuove tecnologie sbaglia di grosso. Le cause sono molteplici e il fenomeno è sorto prima dell’avvento del computer. Di noto c’è che l’isolamento può durare alcuni mesi o anni.

images (2)

Si tratta di un disturbo multifattoriale in cui tutte le componenti devono essere considerate, per comprendere il fenomeno. Una singola dimensione non basta per spiegare l’insorgenza del disturbo. Queste componenti possono essere familiari, psicologiche o sociali. Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Si tratta di ragazzi con una difficoltà nella gestione e nel controllo delle emozioni: gli hikikomori provano un profondo stato d’ansia generalizzata all’idea di abbandonare la residenza e di avere contatti con altre persone. In molti casi questa loro difficoltà nel relazionarsi e nella gestione dell’ansia era presente anche prima del manifestarsi del fenomeno. Gli hikikomori hanno una concezione molto negativa della società e, in particolare, soffrono molto le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano di fuggire.

Lo psichiatra Satoru Saito (2001) ritiene che il fattore narcisistico sia determinante nell’evoluzione di hikikomori. Egli sostiene che l’innaturale rapporto madre-figlio, che ha un notevole peso nello stato di hikikomori, sia legato anche al problema della presenza-assenza del padre. L’assenza del padre assorbito dal lavoro, che è una prerogativa della famiglia giapponese, simboleggia l’importanza del ruolo che riveste all’interno della società e il sacrificio per la famiglia. L’assenza della figura paterna non fa che rafforzare parallelamente l’attaccamento e la relazione madre-figlio, contribuendo allo sviluppo di un esagerato narcisismo del figlio. Padri deboli o assenti; madri forti e al contempo iperprotettive e ansiose, che spesso hanno difesi i figli da frustrazioni e difficoltà. Le madri proprio per questo giocano un ruolo chiave anche nella guarigione.

Questi ragazzi hanno la profonda paura di non riuscire a soddisfare le aspettative che chiunque, a partire dai genitori, riversa su di loro, e provano un sentimento di vergogna e di inadeguatezza di fronte alla consapevolezza di un loro possibile fallimento. Il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto dal soggetto in modo particolarmente negativo. L’isolamento sociale autoindotto in modo prolungato può essere accompagnato dalla presenza di ulteriori sintomi: antropofobia (paura della gente e dei contatti sociali), automisofobia (paura di essere sporchi), agorafobia (paura di ambienti non famigliari e di spazi aperti), manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, comportamenti regressivi, evitamento sociale, apatia, letargia, umore depresso, pensieri di morte e tentato suicidio, inversione del ritmo circadiano di sonno-veglia, internet addiction disorder, comportamenti violenti contro la famiglia, in particolare verso la madre.

images

GUARDA IL VIDEO

CONSULTA IL SITO

imageshttps://www.hikikomoriitalia.it/

SCARICA PDF SULL’ARGOMENTO

Il fenomeno dell’hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente?

COSA SIGNIFICA HIKIKOMORI?

Hikikomori. La solitudine degli adolescenti giapponesi

I morsi al Nido: tappa evolutiva o segnale di aggressività?

Il mio bambino morde

Un bambino morde per conoscere. Verso i sei, otto mesi un bambino tende a portare tutto alla bocca, cerca di esplorare il mondo attraverso questo organo di senso fondamentale. I bambini infatti si esprimono principalmente con il corpo, soprattutto nei primi tre anni. Già dal principio e durante l’allattamento il bambino utilizza la bocca per nutrirsi e per stabilire un rapporto con l’esterno e con la mamma. La bocca è l’organo primario per un bambino per esplorare e sperimentare: il seno della mamma, il ciuccio, le dita di un fratellino o del papà.

Il gesto di mordere può essere una modalità comunicativa del bambino con l’altro, il morso potrebbe essere usato anche quando c’è frustrazione, disagio, insoddisfazione. Infatti è verso i due anni che il bambino utilizza questa modalità per esprimere le proprie emozioni: felicità, gioia, rabbia, tristezza aggressività.

Questa tappa evolutiva è la risposta all’espressione delle emozioni primarie e poiché i bambini, si esprimono principalmente col corpo,  a causa delle assenti o scarse capacità linguistiche, utilizzano altri metodi per autoregolarsi  emotivamente.

Un’emozione naturale quindi può essere espressa dal bimbo attraverso la gestualità perché non ha ancora una buona padronanza del linguaggio: un atteggiamento usuale è quello di scagliare gli oggetti o batterli tra loro, tirare i capelli, mordere, graffiare. In questa età i bambini ancora piccoli non sanno ancora considerare l’altro come un entità uguale a se stessi, e mirano alla soddisfazione solitaria dei loro bisogni e desideri.

Cos’ è l’aggressività nel bambino piccolo?

images (1)

L’aggressività nei bambini è la manifestazione della loro immaturità comunicativa, i bambini spesso non riescono a regolare le loro emozioni intense in modo efficace. Spesso al Nido accade che i bambini mordano per comunicare: si tratta di situazioni in cui un bambino aggredisce uno o più compagni senza nessuna causa. Il morso fa molto effetto sul genitore, sia perché lascia segni evidenti, sia perché è portato a pensare che il suo piccolo sia stato preso di mira o che venga lasciato solo per le sue modalità.

Spesso, gli episodi di emozione espressa con morsi si verificano nei momenti di gioco libero o di passaggio da un’attività all’altra o da uno spazio all’altro. Per questo spesso si consiglia di fare delle pause nel corso delle sue attività oppure di cambiare gioco: servirà a far riposare il bambino e ad evitare che accumuli eccessiva tensione, cercando sempre di scegliere un gioco che sia adatto alla sua età.

Durante i momenti di attività strutturata molto raramente accadono questi episodi. Spesso alcuni bambini più sensibili esprimono con questi gesti una difficoltà naturale e fisiologica di gestire autonomamente dei momenti “liberi da regole” senza il supporto costante dell’adulto o delle situazioni di iperstimolazione da rumori, suoni, colori, oggetti, movimenti.

Cosa deve fare il genitore quando un bambino morde?

Cercare tra adulti di essere coerenti e coesi:

Il genitore deve spiegare al piccolo che può mordere un oggetto, ma non una bambino.

Interrompere il gesto del morso con una negazione sicura, con fermezza e decisione, dando un rimando sicuro di disappunto:

Il genitore deve dire al bambino che il gesto è sbagliato. La ripetizione di tale meccanismo è fondamentale nel far comprendere un comportamento errato.

Utilizzare una modalità disinvolta e non preoccupata:

E’ necessario focalizzare sul bambino la posizione dell’ adulto, tenendolo in braccio, guardandolo negli occhi.

Fornire giochi “da mordere e dare le regole:

Aiutare il bambino ad esprimere con le parole, dicendole al suo posto, i motivi di rabbia e frustrazione.

Come si comportano le educatrici al Nido?

E’ importante che le educatrici possano spiegare anche separatamente ai due bambini l’intenzione che c’era dietro al gesto. E con la stessa prontezza comunicarlo ai due genitori spiegando l’accaduto ed il contesto di riferimento, in modo che, anche a casa, i genitori stessi possano spiegare al bambino come agire.

E’ importantissimo recuperare la relazione di gioco tra i due bambini, mettendo le parole laddove a loro mancano. Fornendo le possibili mediazioni e i possibili accordi: dallo scambio dei giochi al giocare insieme di nuovo. Saper condividere è un grandissimo insegnamento che tutte le educatrici sanno dare ai bambini.

Quando bisogna preoccuparsi?

images

Questo tipo di gestualità, presente spesso al Nido, è normale e tipica della tappa evolutiva. In questo periodo di età non è segnale di alcuna problematica, né deve essere ricondotta a problematiche socio-familiari.

In genere questi comportamenti tendono a sparire negli anni successivi.

Solo dopo i 30 mesi il mordere frequentemente e senza motivo può essere un campanello d’allarme. Potrebbe essere il segnale di un disagio del bambino: la nascita di un fratellino che fa sentire il piccolo messo da parte, un trasloco dove il cambiamento degli ambienti disorienta il bambino, la separazione dei genitori, un lutto in famiglia.

E’ sempre consigliato parlarne con uno specialista in materia per comprendere le eventuali problematiche e cercare una soluzione possibile.

Studio di psicoterapia Chiara Patruno

Studio di psicologia e psicoterapiaStudio di psicologia e psicoterapia