Terapia di coppia, quando? e perchè?

tp-coppia_BORDOLe difficoltà tra i partner fanno parte dell’evoluzione della vita della coppia. Ma quando queste difficoltà sono così gravi da richiedere un intervento psicoterapeutico? Ogni coppia attraversa periodi di crisi, ma solo alcune decidono di chiedere un aiuto esterno iniziando una terapia di coppia. I problemi che il terapeuta fa emergere durante la terapia sono quasi sempre gli stessi: cambiamenti di vita che sfuggono al nostro controllo, la difficoltà di liberarsi del proprio bagaglio familiare e l’incapacità di fare i conti con la parte sommersa della relazione.

Di fronte alle difficoltà di un legame che muta nel tempo ed ha bisogno di ricostituirsi è possibile affidarsi ad un esperto psicoterapeuta di coppia in grado di guidare i coniugi/conviventi alla risoluzione della propria conflittualità, attraverso la riscoperta in sé stessi delle metodologie più idonee per agire sulla realtà interna ed esterna. La terapia di coppia insegna è dare spazio all’ascolto dell’altro, invece di parlare in continuazione. Ascoltare in modo attivo significa osservare, sentire l’altro e la sua complessità in modo più profondo e più attento.

La maggior parte delle coppie chiede una consulenza perché discute molto, ma dietro vi sono conflitti irrisolti. La prima cosa da mettere in chiaro, dunque, è il vero problema per cui la relazione non funziona.

terapia-coppia-2-800x350La terapia di coppia viene condotta da un terapeuta familiare o da un’equipe terapeutica e in alcune situazioni può essere utile la partecipazione, ad alcuni incontri, delle famiglie di origine o dei figli dei coniugi/conviventi. La frequenza delle sedute della terapia solitamente è quindicinale, ma può variare a seconda dell’intensità della crisi. I tempi della terapia di coppia possono variare notevolmente rispetto al tipo di problematica e alle dinamiche: fondamentale scegliere l’approccio adeguato e un professionista di fiducia che sappia accompagnare nel viaggio del cambiamento.

SDSFSAscoltare il partner aprirsi, a volte, significa scoprire quanto sia diverso dall’immagine che ci siamo fatti di lui. Scoprire e scoprirsi, questo è un punto centrale nella terapia. La relazione di coppia non è statica e tende a cambiare nel tempo, proprio come gli individui che la compongono. Con l’approfondimento della conoscenza reciproca, la relazione fra i due partner diventa più stabile, ma le emozioni dell’inizio si fanno sempre più sfumate e si fa spazio una valutazione più oggettiva delle caratteristiche dell’altro e, talvolta, subentra una delusione delle aspettative reciproche. La terapia di coppia è per definizione una palestra di apprendimento di posizioni speculari. L’arbitro neutrale è il terapeuta, che aiuta a spostarsi dal proprio asse per ampliare l’ottica e la visuale del problema.

IMG_0214Spesso la motivazione a iniziare un percorso di terapia di coppia è inizialmente di un solo partner, quello più sensibile, quello che forse soffre di più per la situazione. Tuttavia, alla lunga, entrambi i partner dovranno impegnarsi nel percorso terapeutico se davvero vogliono cambiare in meglio la propria relazione. Al di là della tecnica e del terapeuta, che pure sono importanti, contano la volontà, la costanza e la lealtà di chi si affida. Perciò, se ci sono queste premesse in entrambi i coniugi, una terapia di coppia può dare un valido contributo alla soluzione di una crisi.

Ai fini di una buona riuscita terapeutica è fondamentale che si crei la giusta alleanza terapeutica, ovvero si instauri un buon legame terapeutico fra pazienti e professionista, basato sul rispetto reciproco, empatia, accoglienza e flessibilità.

 

LanciniCoppia

Per ulteriori informazioni chiamare: 3472439780

 

Link ad alcune letture interessanti:

Qualche Tecnica di Terapia

La terapia della coppia

Genitori separati

Libri-bambini-genitori-separati-586x445

Un rapporto di coppia può ad un certo punto della storia evolutiva incanalarsi verso crisi e conflitti perché le strade dei coniugi si divergono o gli eventi possono far scaturire emozioni e tensioni forti a diversi livelli intrapersonali e interpersonali, non facilmente gestibili dal singolo e dalla coppia stessa.

Quando cadono le illusioni che hanno fatto sì che la coppia si incontrasse, i due patti (consapevole e segreto), che li hanno uniti, non tengono più e nel loro incastro diventano troppo contraddittori. Quando vi è l’impossibilità a rilanciare il patto segreto è esaurita la soddisfazione dei bisogni che hanno reso particolare quel legame. La frattura che si crea è insanabile, scompensa e rende fragili. Tutto il sistema famiglia viene coinvolto, e a volte i comportamenti che i coniugi tengono possono non essere equilibrati e avere una ricaduta di sofferenze e disagio anche sui i figli. La maggior parte delle separazioni non è il risultato di una volontà consensuale, in generale accade che sia uno dei due che lasci l’altro, uno vuole uscire e l’altro vuole continuare la relazione.

Il conflitto non è né positivo né negativo, è necessario al cambiamento, è importante gestirlo attentamente, convogliare l’energia che genera utilizzandola al meglio in modo cooperativo e quindi costruttivo.

La conflittualità che si verifica nella coppia può essere un momento positivo e di richiesta di necessità di cambiamento e di crescita, non necessariamente negativo in termini di lotta e di distruzione dell’altro. Nella separazione, pur dolorosa, il conflitto può essere un’opportunità di trasformazione.

La separazione è sempre un evento sconcertante, a volte improvviso anche se vi sono precedenti segnali e fatti premonitori a volte non letti o negati. All’interno della famiglia infatti possono esserci stati ripetuti litigi ed incomprensioni sempre più frequenti che hanno portato evidenti squilibri relazionali e carenze comunicative. La situazione diventa complessa, piena di tensioni, emozioni, turbamenti e nonostante sia un evento abbastanza comune al giorno d’oggi essa è sempre difficile da affrontare.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma una modificazione della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione. Ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all’interno della coppia.

Valutando l’evento della separazione dei genitori come un fattore di alto rischio psicopatologico qualora i figli vengano coinvolti e “usati”, tuttavia non è possibile ritenere che le conseguenze per i figli delle coppie separate conducano necessariamente ad essere soggetti a rischio.

Studi longitudinali rilevano che dopo una fase critica i bambini riescono a trovare un equilibrio; hanno attraversato anch’essi le fasi del dolore e della perdita come i loro genitori, in particolare nel primo anno di separazione che è considerato il più difficile. Per limitare i danni i genitori devono impegnarsi a mantenere una responsabilità condivisa e rassicurali sul piano affettivo, sociale ed economico.

Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall’angoscia che deriva dall’essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che “la battaglia” non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l’adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.

I figli possono esprimersi e manifestare comportamenti in modo diverso di fronte la scelta fatta dai genitori; certamente non va trascurata l’influenza delle variabili personali quelle legate all’ età, al genere, alle tappe dello sviluppo psicologico e l’abbozzo di personalità, ma si crede comunque vi siano delle risorse anche nei bambini, come negli adulti, nel fronteggiare gli eventi stressanti. (Canevelli , Lucardi 2000)

Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.  In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.

E’ opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare.  Egli riesce, invece, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.

Nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l’entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l’intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell’influenza di questi diversi fattori.

Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l’elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia.

Alcuni risultati di ricerche (Wallerstein J. – Kelly J. 1980) sui comportamenti dei figli nelle coppie separate hanno rilevato alcuni possibili vissuti e reazioni in relazione alle fasce d’età.

Per un bambino piccolo, diventa difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra i genitori, punti di riferimento vitale, e tra i genitori e lui; perché non possiede strumenti cognitivi sufficienti per capire ed elaborare la situazione di cambiamento e di perdita di uno dei genitori. Crede di essere la causa della separazione, si sente in colpa e di non  32 essere un oggetto d’ amore da impedire la rottura definitiva tra mamma e papà. L’allontanamento di un genitore innesca la paura di abbandono che può verificarsi anche

in futuro negli anni. Si riscontano nei bambini molto piccoli frequenti regressioni comportamentali:

ricerca continua di protezione e di affetto, problemi di sonno, disturbi alimentari, succhiarsi il dito, difficoltà del controllo sfinterico, già a suo tempo acquisito.

Nei bambini un po’ più grandi, tra i 3 e i 6 anni, le reazioni sono per lo più reattive con punte di aggressività, manifestano rabbia a volte generalizzata, mordono compagni, distruggono oggetti, maltrattano animali. Tuttavia hanno paura di farsi male e si sentono cattivi, creano un’immagine negativa di sé, e si ritengono responsabili della separazione dei genitori.

I bambini tra i 7 e 10 anni hanno maggiore consapevolezza della separazione genitoriale e manifestano sentimenti di tristezza e di dolore; esprimono la rabbia in modo diretto e organizzato verso un oggetto, che può essere nello specifico o il padre o la madre. Inoltre presentano sintomi psicosomatici che vanno dal mal di testa ai dolori di stomaco e all’ asma cronica.

I figli adolescenti hanno ancor più consapevolezza e comprensione della separazione dei genitori, anche perché riescono ad averne una distanza psicologica. A volte maturano sul piano psicologico ed emotivo, altre volte possono avere un blocco della autostima. Le reazioni, tuttavia, possono essere di varia natura, come l’ alternanza di fasi depressive e fasi di aggressività, fughe da casa oltre alla presenza di sintomi ipocondriaci e di comportamenti antisociali, di abbandono scolastico.

La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.

D’altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.

Bisogna guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, realizzando interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale. Tali interventi rappresentano un’efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di “ereditarietà”, certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati.