I morsi al Nido: tappa evolutiva o segnale di aggressività?

Il mio bambino morde

Un bambino morde per conoscere. Verso i sei, otto mesi un bambino tende a portare tutto alla bocca, cerca di esplorare il mondo attraverso questo organo di senso fondamentale. I bambini infatti si esprimono principalmente con il corpo, soprattutto nei primi tre anni. Già dal principio e durante l’allattamento il bambino utilizza la bocca per nutrirsi e per stabilire un rapporto con l’esterno e con la mamma. La bocca è l’organo primario per un bambino per esplorare e sperimentare: il seno della mamma, il ciuccio, le dita di un fratellino o del papà.

Il gesto di mordere può essere una modalità comunicativa del bambino con l’altro, il morso potrebbe essere usato anche quando c’è frustrazione, disagio, insoddisfazione. Infatti è verso i due anni che il bambino utilizza questa modalità per esprimere le proprie emozioni: felicità, gioia, rabbia, tristezza aggressività.

Questa tappa evolutiva è la risposta all’espressione delle emozioni primarie e poiché i bambini, si esprimono principalmente col corpo,  a causa delle assenti o scarse capacità linguistiche, utilizzano altri metodi per autoregolarsi  emotivamente.

Un’emozione naturale quindi può essere espressa dal bimbo attraverso la gestualità perché non ha ancora una buona padronanza del linguaggio: un atteggiamento usuale è quello di scagliare gli oggetti o batterli tra loro, tirare i capelli, mordere, graffiare. In questa età i bambini ancora piccoli non sanno ancora considerare l’altro come un entità uguale a se stessi, e mirano alla soddisfazione solitaria dei loro bisogni e desideri.

Cos’ è l’aggressività nel bambino piccolo?

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L’aggressività nei bambini è la manifestazione della loro immaturità comunicativa, i bambini spesso non riescono a regolare le loro emozioni intense in modo efficace. Spesso al Nido accade che i bambini mordano per comunicare: si tratta di situazioni in cui un bambino aggredisce uno o più compagni senza nessuna causa. Il morso fa molto effetto sul genitore, sia perché lascia segni evidenti, sia perché è portato a pensare che il suo piccolo sia stato preso di mira o che venga lasciato solo per le sue modalità.

Spesso, gli episodi di emozione espressa con morsi si verificano nei momenti di gioco libero o di passaggio da un’attività all’altra o da uno spazio all’altro. Per questo spesso si consiglia di fare delle pause nel corso delle sue attività oppure di cambiare gioco: servirà a far riposare il bambino e ad evitare che accumuli eccessiva tensione, cercando sempre di scegliere un gioco che sia adatto alla sua età.

Durante i momenti di attività strutturata molto raramente accadono questi episodi. Spesso alcuni bambini più sensibili esprimono con questi gesti una difficoltà naturale e fisiologica di gestire autonomamente dei momenti “liberi da regole” senza il supporto costante dell’adulto o delle situazioni di iperstimolazione da rumori, suoni, colori, oggetti, movimenti.

Cosa deve fare il genitore quando un bambino morde?

Cercare tra adulti di essere coerenti e coesi:

Il genitore deve spiegare al piccolo che può mordere un oggetto, ma non una bambino.

Interrompere il gesto del morso con una negazione sicura, con fermezza e decisione, dando un rimando sicuro di disappunto:

Il genitore deve dire al bambino che il gesto è sbagliato. La ripetizione di tale meccanismo è fondamentale nel far comprendere un comportamento errato.

Utilizzare una modalità disinvolta e non preoccupata:

E’ necessario focalizzare sul bambino la posizione dell’ adulto, tenendolo in braccio, guardandolo negli occhi.

Fornire giochi “da mordere e dare le regole:

Aiutare il bambino ad esprimere con le parole, dicendole al suo posto, i motivi di rabbia e frustrazione.

Come si comportano le educatrici al Nido?

E’ importante che le educatrici possano spiegare anche separatamente ai due bambini l’intenzione che c’era dietro al gesto. E con la stessa prontezza comunicarlo ai due genitori spiegando l’accaduto ed il contesto di riferimento, in modo che, anche a casa, i genitori stessi possano spiegare al bambino come agire.

E’ importantissimo recuperare la relazione di gioco tra i due bambini, mettendo le parole laddove a loro mancano. Fornendo le possibili mediazioni e i possibili accordi: dallo scambio dei giochi al giocare insieme di nuovo. Saper condividere è un grandissimo insegnamento che tutte le educatrici sanno dare ai bambini.

Quando bisogna preoccuparsi?

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Questo tipo di gestualità, presente spesso al Nido, è normale e tipica della tappa evolutiva. In questo periodo di età non è segnale di alcuna problematica, né deve essere ricondotta a problematiche socio-familiari.

In genere questi comportamenti tendono a sparire negli anni successivi.

Solo dopo i 30 mesi il mordere frequentemente e senza motivo può essere un campanello d’allarme. Potrebbe essere il segnale di un disagio del bambino: la nascita di un fratellino che fa sentire il piccolo messo da parte, un trasloco dove il cambiamento degli ambienti disorienta il bambino, la separazione dei genitori, un lutto in famiglia.

E’ sempre consigliato parlarne con uno specialista in materia per comprendere le eventuali problematiche e cercare una soluzione possibile.

Demenza senile e deterioramento cognitivo

depositphotos_88892596-stock-illustration-tree-loses-fall-foliageIn Italia i pazienti affetti da demenza sono circa 600.000. Nel corso del tempo, la maggior parte di loro svilupperà disturbi del comportamento o sintomi psichiatrici responsabili del peggioramento della qualità di vita e, spesso, del ricovero in strutture residenziali.

La Demenza Senile e il conseguente deterioramento cognitivo rappresentano condizioni di “malattia” che sempre più spesso si riscontrano nella popolazione più anziana. Ciò è determinato anche dal fatto che le aspettative di vita si sono molto allungate, quindi la probabilità che questo tipo di malattia possa insorgere è aumentata.

Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza (60% dei casi), seguita dalla demenza vascolare (20-25%). Molti pazienti con demenza  sviluppano sintomi comportamentali e psichici (neuropsichiatrici), che sono stati definiti“segni e sintomi di percezione, ideazione, umore o comportamento alterato“.

I sintomi includono ansia, depressione, allucinazioni, delirio e disturbi del comportamento, vagabondaggio, comportamenti culturalmente inappropriati, disinibizione sessuale, tendenza all’accaparramento, imprecazioni e urla.

depositphotos_86605922-stock-illustration-tree-loses-fall-foliageNelle fasi iniziali, le persone possono sperimentare comportamenti e cambiamenti di umore quali: irritabilità conclamata, ansia e attacchi di panico, sintomi depressivi e di tristezza. Nelle fasi successive, possono verificarsi altri sintomi più accentuati, tra cui: rabbia, agitazione, aggressione verso se stessi e versi l’altro, stress emotivo generale, irrequietezza, riduzione a brandelli di  carta o tessuti, allucinazioni(vedere, sentire o percepire cose che non esistono realmente), deliri (ferma convinzione nelle cose che non sono vere), disturbi del sonno che peggiorano con il tempo.

I sintomi psicotici (es. delirio e allucinazioni) compaiono nel 30-50% dei pazienti affetti da demenza.

La “Psicosi” che si riscontra in questi casi è di solito la paura del paziente che qualcuno gli faccia del male (spesso questo discorso è riferito nei confronti dei propri familiari), la convinzione di essere perseguitato (ad esempio dai vicini), l’idea ossessiva che qualcuno lo voglia avvelenare.

La causa principale dei sintomi comportamentali è il progressivo deterioramento delle cellule cerebrali. Tuttavia, i farmaci, le influenze ambientali e alcune condizioni mediche possono causare i sintomi o peggiorarli. 

Gli eventi o i cambiamenti in  una persona spesso giocano un ruolo nello scatenare i sintomi comportamentali. Il cambiamento può essere stressante per chiunque e può esserlo ancor di più  per una persona malata di demenza poiché può aumentare la paura e la fatica di  contrastare la confusione.

a11756-danno-risarcimento-vicinoLa comunicazione di una diagnosi di demenza provoca sempre profondi disagi nella vita familiare poiché si tratta di una diagnosi dolorosa da accettare, che implica una progressiva riorganizzazione delle dinamiche. È su queste premesse che le neuroscienze stanno volgendo particolare attenzione a questo disturbo con l’obiettivo di formulare diagnosi sempre più precoci e delineare piani di intervento che tengano conto dei molteplici livelli che il disturbo coinvolge ovvero personale, professionale, relazionale di coppia, familiare, psicologico e sociale.

Bibliografia e sitografia

  • The Alzheimer’s Association
  • http://www.fda.gov
  • Overshott R, Burns A. Treatment of dementia. J Neurol Neurosurg Psych 2005; 76 (suppl V): v53-9.
  • Finkel S et al. Behavioral and psychological signs and symptoms of dementia: a consensus statement on current knowledge and implications for research and treatment. Int J Geriatr Psychiatry 1997; 12: 1060-1.
  • Jeste DV, Finkel SI. Psychosis of Alzheimer’s disease and related dementias: diagnostic criteria for a distinct syndrome. Am J Geriatr Psychiatry 2000; 8: 29-34.
  • McKeith I. Dementia with Lewy bodies. In: Agronin ME, Maletta GJ (Eds). Principles and Practice of Geriatric Psychiatry. Philadelphia: Lippincott Williams and Wilkins, 2006.

Link scaricabili

I sintomi comportamentali e  psicologici della demenza ASL di Milano: http://www.epicentro.iss.it/igea/raccolta/Allegati/lombardia/Sint_Comportam_Psicologici_Demenza.pdf

ASL MILANO

Manuale per la famiglia delle persone affette da demenza Servizio sanitario Nazionale: http://www.ctr.it/back_end/files_news/1612.pdf

 

 

Le aspettative genitoriali sullo sviluppo dei figli

figlio-insicuro

Se non puoi essere un pino in cima alla collina,
sii una macchia nella valle, ma sii
la migliore, piccola macchia accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.

Se non puoi essere un cespuglio, sii un filo d’erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio, allora sii solo un pesce persico-
ma il persico più vivace del lago!

Non possiamo essere tutti capitani, dobbiamo essere anche un equipaggio,
c’è qualcosa per tutti noi qui,
ci sono grandi compiti da svolgere e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.

Se non puoi essere un’autostrada, sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella;
Non è grazie alle dimensioni che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.

Douglas Malloch (1877-1938)

Il primordiale rapporto tra un genitore ed un figlio è colmo di aspettative genitoriali sia positive che negative, sia reali che immaginarie. Nel genitore le aspettative nascono dalla loro storia e dalle proprie esperienze. Spesso però i genitori desiderano per il figlio tutto ciò che loro non hanno potuto avere, desiderare, realizzare.

L’idea che il proprio figlio possa superare una prova e ricucire una ferita genitoriale mai chiusa è molto diffusa. I bambini ed in seguito i ragazzi già dal concepimento fino alla crescita divengono a volte il prolungamento dei desideri e delle aspettative genitoriali, una proiezione dei genitori che i figli devono a tutti i costi ereditare e poi concretizzare.

I ragazzi nella loro vita odierna come nello sport, a scuola, all’università e successivamente nel lavoro si sperimentano, competono con altri individui e realizzano se stessi, ma non sempre rispondono alle richieste genitoriali o comunque nel tentativo di rispondere a tali esigenze spesso vivono un fallimento e ciò può generare angoscia e tristezza.

Il fallimento sentito dal bambino o dal ragazzo genera talvolta una mancanza di fiducia in se stessi e una mancanza di autostima per il fatto di non aver aderito all’immagine del figlio ideale e perfetto che i genitori volevano o si aspettavano.

Quasi ogni giorno i bambini devono sperimentarsi nella realtà circostante e viene richiesta loro una prestazione eccellente in un clima spesso competitivo come la scuola. Quando i genitori riescono ad avere aspettative fisiologiche colme di speranza cercando di cogliere i bisogni del figlio e le sue idee diverse, riusciranno ad avere un riscontro positivo nello studio.

Se le aspettative genitoriali al contrario cresceranno e diventeranno elevate e spesso irrealistiche, potrebbe verificarsi una situazione in cui il benessere psichico del figlio potrebbe avere delle incrinature.

Talvolta un’aspettativa troppo elevata non permette al genitore di conoscere il proprio figlio per quello che è, accettandolo con le sue differenze ed impedisce di sperimentare nuove soluzioni familiari per risolvere le problematiche quotidiane.

E’ importante che il genitore offra al figlio opportunità diverse dalle proprie e lo stimoli senza avere ambizioni personali, considerando i propri figli un dono perfettibile e meraviglioso.

 

Ansia e attacchi di panico

 

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L’ansia

L’ansia è un emozione caratterizzata da sensazioni di tensione, minaccia, preoccupazioni e modificazioni fisiche, come aumento della pressione sanguigna.Ogni anno in Italia i disturbi mentali colpiscono circa 3.5 milioni di persone, pari a quasi il 6% della popolazione, e ben 2.5 milioni di questi pazienti manifestano sintomi d’ansia in grado di farli sprofondare nella paura e nella solitudine (Dati Ministero della Salute)

Le persone con Disturbi d’Ansia solitamente presentano pensieri ricorrenti e preoccupazioni dalle quali difficilmente riescono a liberarsi. Inoltre, possono evitare alcune situazioni come tentativo di gestire (o non affrontare) le preoccupazioni. I sintomi fisici dell’ansia più frequenti sono sudorazione, tremolio, tachicardia e vertigini/capogiri e si protraggono per almeno sei mesi peggiorando se non vengono adeguatamente curati

Quando questi sintomi ansiosi non vengono affrontati o non possono essere affrontati per vari motivi, rimangono latenti, provocando nel tempo un aumento dell’ansia che potrà quindi superare una soglia e scatenare un attacco di panico. L’attacco di panico è un’esperienza spiacevole e terrificante dove si sperimenta una completa perdita di controllo delle proprie emozioni: si ha paura, si crede di impazzire o di stare per avere un infarto. Molte persone si recano al pronto soccorso in preda o in seguito ad un attacco di panico, ma purtroppo, talvolta i medici non sono addestrati a riconoscere le manifestazioni psicosomatiche e colludono con la richiesta degli stessi pazienti di maggiori esami fisici, parcellizzando e scomponendo il quadro sintomatico in una serie di elementi distinti.

Disturbo di panico secondo il DSM-5

Il disturbo di panico è un disturbo presente nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5. Il disturbo di panico è caratterizzato dalla presenza di ricorrenti attacchi di panico (almeno due, anche se in genere gli attacchi sono molti di più) definiti come “inaspettati”. Il termine “inaspettati” sta a significare che, apparentemente, non si evidenziano cause scatenanti l’attacco. In un disturbo di panico gli attacchi compaiono come fulmini a ciel sereno, quando magari un individuo si sta rilassando o addirittura durante il sonno. Inoltre il DSM-5 inserisce una lista di 13 diversi sintomi che possono manifestarsi durante l’attacco. Per poter parlare di disturbo di panico è necessario che si presentino, in modo concomitante, almeno 4 dei sintomi presentati. I criteri diagnostici del disturbo di panico sono:

A – Ricorrenti e inaspettati attacchi di panico. Gli attacchi di panico sono caratterizzati dal brusco e repetino manifestarsi di intensa paura e disagio e raggiungono il picco di intensità in pochi minuti. Durante gli attacchi si devono presentare, in concomitanza, almeno 4 dei seguenti sintomi:

  1. palpitazioni o tachicardia
  2. sudorazione
  3. tremori
  4. sensazione di fiato corto o di fatica nel respirare
  5. sensazione di soffocamento
  6. dolore retrosternale
  7. nausea o dolori addominali
  8. vertigini, sensazione di instabilità, testa leggera o sensazione di svenimento
  9. brividi o vampate di calore
  10. parestesie (sensazioni di formicolio o di intorpidimento)
  11. derealizzazione (sensazioni di irrealtà) o depersonalizzazione (sentirsi separato da se stesso)
  12. sensazione di perdita del controllo o di “diventare matto”
  13. paura di morire

B – Almeno uno degli attacchi è seguito da un mese o più, durante il quale si presenta uno o entrambi dei seguenti sintomi:

L’attacco di panico è un vero e proprio disturbo. Anche se non lascia segni evidenti sul nostro corpo, si manifesta violentemente e senza preavviso, paralizzando la vita di chi ne soffre. Troppo spesso i suoi sintomi vengono ignorati o perché confusi con altre patologie o per il senso di vergogna che il paziente prova nel dover giustificare una paura irrazionale. È importantissimo riuscire a riconoscere questa sindrome, per intervenire subito.

Il primo attacco è dirompente e viene ricordato in maniera vivida dai pazienti che utilizzano espressioni forti come “da quel momento la mia vita è cambiata”.

Coloro che soffrono di attacchi di panico cercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere, evitano situazioni simili nel futuro e mettono in atto meccanismi che li rassicurino.

LINK GRATUITI DI LETTURE CONSIGLIATE

Istituto Beck L’ansia e il disturbo da attacchi di panico

Klaus Bernhardt Liberati dall’ansia e dagli attacchi di panico

 

La Depressione e le sue caratteristiche

Depressione

Tristezza e depressione possono rappresentare di volta in volta oscillazioni fisiologiche del tono affettivo, sintomi associati a numerose affezioni fisiche o mentali, manifestazioni primarie di un
disturbo del tono dell’umore. Si individuano quattro ordini di elementi causali che concorrono nel determinare l’insorgenza di uno stato di malessere critico:
1. predisposizione individuale, che può essere valutata mediante un’indagine relativa alla personalità del paziente nel periodo precedente alla crisi. E’ inoltre necessario condurre un’accurata anamnesi sull’eventuale presenza di patologie psichiatriche nei familiari;
2. conflittualità intrapersonali, consistenti nella presenza di angosce, sensi di colpa, insicurezze e problemi psicologici del soggetto relativi al rapporto con se stesso, con la propria identità personale e sessuale;
3. conflittualità interpersonali microsociali, consistenti nella presenza di gravi problemi di rapporto all’interno della famiglia o della coppia;
4. conflittualità interpersonali macrosociali, consistenti nella presenza di problemi di inserimento, adattamento sociale o in ambito lavorativo o, negli anziani, come conseguenza del pensionamento e della solitudine.
Nel cercare di individuare cosa ha determinato lo stato di crisi, è necessario tenere presente il fatto che il più delle volte vi è una concomitanza di cause. Ciò che varia, da soggetto a soggetto, è l’incidenza del singolo fattore causale. In alcuni casi, ad esempio, è predominante il fattore costituzionale, pur essendo evidenti anche difficoltà intra e interpersonale. In altri casi, invece, prevalgono i problemi psicologici di relazione (di coppia o intrafamiliari), pur essendo presenti elementi di predisposizione individuale. In altri casi ancora prevalgono i
problemi psicologici individuali. La difficoltà nell’individuare le cause consiste nella necessità di distinguere quelle scatenanti il malessere psichico dalle concause che, pur presenti, non avrebbero da sole determinato la crisi. Si tratta di un lavoro difficile che richiede un’attenta valutazione ed una stretta collaborazione con il paziente. L’importanza dell’individuazione delle cause consiste nel fatto che da essa dipende l’indicazione terapeutica successiva a quella farmacologica.
La depressione è, in realtà, qualcosa di ben preciso e connotato: si tratta di un disturbo del “tono dell’umore”. Il tono dell’umore è una funzione psichica importante nell’adattamento al nostro mondo interno ed a quello esterno. Ha il carattere della flessibilità, vale a dire flette verso l’alto quando ci troviamo in situazioni positive e favorevoli, flette invece verso il basso quando ci troviamo in situazioni
negative e spiacevoli. Si parla di depressione quando il tono dell’umore perde il suo carattere di flessibilità, si fissa verso il basso e non è più influenzabile dalle situazioni esterne favorevoli.
Usando una metafora, una persona che si ammala di depressione è come se inforcasse quattro, cinque paia di occhiali scuri e guardasse la realtà esterna attraverso di essi, avendone una visione
assolutamente nera e negativa.
La depressione è caratterizzata da una serie di sintomi, di cui l’abbassamento del tono umorale è una condizione costante. Nelle fasi più lievi o in quelle iniziali, lo stato depressivo può essere vissuto come incapacità di provare un’adeguata risonanza affettiva o come spiccata labilità emotiva. Nelle fasi acute, il disturbo dell’umore è evidente e si manifesta con vissuti di profonda tristezza, dolore morale, disperazione, sgomento, associati alla perdita dello slancio vitale e all’incapacità di provare gioia e piacere. I pazienti avvertono un senso di noia continuo, non
riescono a provare interesse per le normali attività, provano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale. Tutto appare irrisolvibile, insormontabile, quello che prima
era semplice diventa difficile, tutto è grigio, non è possibile partecipare alla vita sociale, nulla riesce a stimolare il minimo interesse. Il paziente lamenta di non provare più affetto per i propri familiari,
di sentirsi arido e vuoto, di non riuscire a piangere.
Il rallentamento psicomotorio è da considerarsi il sintomo più frequente e si manifesta sia con una riduzione dei movimenti spontanei sia con un irrigidimento della mimica che può configurare
un aspetto inespressivo. Il linguaggio non è più fluido, scarsa la varietà dei temi e dei contenuti delle idee, le risposte sono brevi, talora monosillabiche. Il rallentamento si esprime anche sul piano
ideativo e si manifesta con una penosa sensazione di lentezza e di vuoto mentale.
Il depresso è afflitto da un profondo senso di astenia, trova difficile intraprendere qualsiasi azione, anche la più semplice. Col progredire della malattia, la stanchezza diventa continua e così
accentuata da ostacolare lo svolgimento di ogni attività. Il rallentamento delle funzioni psichiche superiori può essere così marcato da provocare disturbi dell’attenzione, della concentrazione e della memoria. Il rallentamento ideomotorio si traduce in incertezza e indecisione; in alcuni casi l’incapacità di prendere qualunque decisione, anche la più semplice, crea un notevole disagio, con blocco talora completo dell’azione.
La nozione del tempo è modificata e il suo scorrere continuo rallenta fino ad arrestarsi. Il depresso ha la sensazione che la giornata sia interminabile, che non sia possibile arrivare a sera, “tutto è fermo, stagnante, senza possibilità di essere mutato”.
L’agitazione psicomotoria, presente in alcuni quadri depressivi, si manifesta con irrequietudine, difficoltà a stare fermi, continua necessità di muoversi, di camminare, di contorcere le mani e le
dita. La compromissione delle prestazioni intellettuali, la consapevolezza della propria aridità affettiva e della propria inefficienza portano il depresso all’autosvalutazione, al disprezzo di sé, alla convinzione della propria inadeguatezza, talora accompagnati da un incessante ruminare sui propri sbagli e su colpe lontane. Il futuro è privo di speranza e il passato vuoto e inutile, valutato come pieno di errori commessi; il paziente prova sentimenti di colpa e fa previsioni di rovina e miseria. Talora ritiene se stesso responsabile dei propri disturbi e dell’incapacità di guarire: convinto di poter “star meglio facendo uno sforzo”, si giudica indegno per la propria condotta, per la propria pigrizia, per il proprio egoismo.
L’ideazione suicida è presente nei 2/3 dei pazienti. Si sviluppa lentamente: nelle fasi iniziali del disturbo il depresso ritiene che la vita sia un fardello e non valga perciò la pena di essere vissuta. Successivamente inizia a desiderare di addormentarsi e non svegliarsi più, di morire accidentalmente o di rimanere ucciso in un incidente stradale. Nei casi più gravi le condotte autolesive sono lucidamente programmate con piani minuziosi fino alla messa in atto del gesto. La convinzione che non esista possibilità di trovare aiuto e la perdita di speranza portano il depresso a concepire il suicidio come unica liberazione della sofferenza o come giusta espiazione delle proprie colpe. In alcuni casi può essere messo in atto il cosiddetto “suicidio allargato”: il paziente, prima di togliersi la vita, uccide le persone più care, in genere i figli, con lo scopo di preservarli dalle sofferenze della vita, dalla tragedia dell’esistenza. Il rischio di suicidio deve sempre essere preso in
considerazione e dalla sua valutazione dipende la possibilità di effettuare una terapia farmacologica ambulatoriale o la necessità di optare per un ricovero. In Italia sono circa 4.000 le persone che ogni anno si tolgono la vita e molte di più sono quelle che tentano il suicidio senza riuscirci.
Tra i sintomi vegetativi, la riduzione della libido si presenta in genere precocemente, a differenza di quanto avviene nei disturbi d’ansia, nei quali i pazienti mantengono un discreto
funzionamento sessuale. Nella depressione sono frequenti la riduzione dell’appetito ed i sintomi gastrointestinali: i pazienti perdono gradualmente ogni interesse per il cibo che sembra privo di sapore, mangiano sempre di meno fino al punto di dover essere stimolati ad alimentarsi, lamentano secchezza delle fauci o bocca amara e ripienezza addominale. Le difficoltà digestive e la stitichezza possono essere dovute, oltre che ai trattamenti antidepressivi, all’ipotonia intestinale spesso associata al quadro clinico. Modificazioni della condotta alimentare, nel senso di una riduzione dell’assunzione di cibo, possono avere gravi conseguenze con un marcato dimagrimento, stati di malnutrizione e squilibri elettrolitici, tali da costituire delle vere e proprie emergenze mediche.
In alcuni quadri depressivi può essere presente iperfagia con aumento di peso, favorito anche
dalla riduzione dell’attività motoria.
I disturbi del sonno sono molto frequenti e l’insonnia, una delle principali manifestazioni della depressione, si caratterizza per i numerosi risvegli, soprattutto nelle prime ore del mattino. Il depresso riferisce di svegliarsi dopo poche ore di sonno, di non riuscire più a addormentarsi e di essere costretto ad alzarsi alcune ore prima rispetto all’orario abituale; durante i periodi di veglia notturna pensa incessantemente alle disgrazie della vita e alle colpe del passato. Nonostante l’insonnia possa essere lieve, il depresso lamenta di non sentirsi riposato. In altri casi la fase
depressiva può accompagnarsi ad un aumento delle ore di sonno con ipersonnia, fino a una vera e propria letargia. Un sintomo tipico della depressione è l’alternanza diurna: il paziente al risveglio mattutino si sente maggiormente depresso e angosciato, mentre con il trascorrere del giorno, nelle ore pomeridiane o serali, avverte un lieve miglioramento della sintomatologia.