Adolescenti: violenza autoinflitta, tagli, cutting, aggressività e suicidi.

In questo momento di ripresa da una emergenza Sanitaria, il Paese sta vivendo una trasformazione, e questo avviene anche a livello mentale, soprattutto nei più giovani. Gli adolescenti manifestano violenza autoinflitta, con dei numeri preoccupanti, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19.

Il tasso di suicidio annuo a livello mondiale è pari a circa 11 persone ogni 100.000 abitanti (fonte Oms), costituendo l’1,5 % di tutte le cause di morte e la seconda causa di morte nei giovanissimi tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5 (fonte Oms)

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il rischio di suicidio è spesso connesso ai disturbi d’umore o alla presentazione di una depressione grave, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 12 e i 26 anni. Bambini e ragazzi, per la delicata fase evolutiva che stanno attraversando, sembrano essere particolarmente esposti e il Covid non ha migliorato la situazione.

Durante la pandemia i ragazzi in didattica a distanza sono stati sovraesposti a fattori di stress e le misure di contenimento hanno determinato una marcata interruzione della routine quotidiana, ciò ha causato isolamento. La mancanza di relazioni non virtuali, l’assenza dalla scuola e una situazione di stress prolungato hanno inciso pesantemente su un equilibrio psicologico che, per alcuni, è stato precario. Nel secondo lockdown i ragazzi sono stati spesso soli, più che nel primo.

Gli adolescenti mostrano un corpo già segnato: gambe, braccia, addome sfregiati da lamette e coltelli. Tagli longitudinali, più o meno profondi, spesso all’altezza delle vene, raccontano l’inferno invisibile dell’autolesionismo e dei tentativi di suicidio tra gli adolescenti

Presso l’Osservatorio Neuro Psichiatrico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il numero delle consulenze specialistiche per ideazione suicidaria e tentativo di suicidio è quasi raddoppiato, così come le ospedalizzazioni per tali motivi: passate dal 17% nel gennaio 2020 al 45% del totale nel gennaio 2021 (fonte Corriere della Sera e Repubblica 2021). In questo momento storico aumenta il rischio di cronicizzazione dei disturbi psichiatrici ad esordio in età evolutiva.

Ma perchè gli adolescenti si tagliano? Questo comportamento sarebbe in grado di contenere la loro angoscia interiore. È un fenomeno molto diffuso e sottovalutato, spesso associato a un disturbo mentale di tipo depressivo.

Nell 80% dei casi c’è una depressione o un disturbo dell’umore dietro le malattie mentali dietro questo tipo di manifestazioni. C’è una forte base genetica, una familiarità, che è il primo fattore di rischio, ma ci sono anche fattori di protezione socio-ambientali, che possono favorire o meno la manifestazione del rischio biologico. Ad esempio, i traumi ripetuti nell’infanzia, l’incapacità e la difficoltà a costruire delle relazioni valide, la difficoltà a gestire le nostre emozioni.

I giovani si chiudono sempre di più dentro casa, dentro la stanza, trascorrono ore ai videogiochi senza nessun interesse sociale. Vivono l’inutilità della relazione e confinano sempre più questo mondo ai tablet o agli strumenti tecnologici. Gli adolescenti di oggi sono cresciuti in famiglie più affettive e relazionali rispetto a un tempo e una delle conseguenze è che crescendo sono più fragili e di fronte a un fallimento o a una delusione questi ragazzi crollano.

Un genitore può essere un elemento che rinforza le capacità dei figli, oppure no. Ci sono genitori giudicanti o non giudicanti. Bisogna esserci, accettando l’idea che gli adolescenti non vogliano parlarci e attendere il momento giusto attuando un contenimento. Mostrando forza, capacità e sostegno che il ruolo educativo dei genitori richiede.

In tali casi è sempre consigliabile chiedere aiuto ad uno specialista nel settore. Per informazioni e appuntamenti: Dott.ssa Chiara Patruno 3472439780

La violenza in gravidanza

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Il problema della violenza sulle donne negli ultimi 10 anni è stato riconosciuto universalmente come un problema di salute pubblica ed ha ricevuto una sempre maggiore attenzione da parte delle più autorevoli Organizzazioni Internazionali. Nell’immaginario collettivo l’atto violento verso una donna, verso un oggetto debole, sia esso uomo, anziano o bambino ben poco ha a che fare con la quotidianità della vita. Più che percepirlo come fatto di scarso rilievo esso è esorcizzato anche nel

nostro Paese quale espressione in qualche misura eccezionale, legato a condizioni di marginalità culturale e/o sociale o connesso a situazioni patologiche definibili e perciò riconoscibili anche se eclatanti nel momento dell’espressione violenta e quindi degne della massima attenzione.

La “violenza in gravidanza” è parte integrante e particolare di un fenomeno complesso e di difficile analisi e lettura, per il quale l’elemento da tutti concordemente sottolineato è la vastità del “numero oscuro” che si colloca e si percepisce dietro i casi “emersi” alla conoscenza e valutazione. All’origine dell’assenza di dati complessivi e coerenti in tema sta’ anche l’intrico di motivazioni che spesso inducono le stesse vittime a nascondere sotto altra genesi la violenza subita. Sotto il profilo statico l’ OMS valuta che nel mondo circa una gravida su quattro ogni anno sia oggetto di violenza da “generico” oppressore, i dati Istat stimano in 500 mila stupri compiuti o tentati in Italia.

Uno dei “miti” più diffusi è quello che la gravidanza in qualche modo protegga da violenza e maltrattamenti. La gravidanza che rende la donna più vulnerabile, con una riduzione della sua autonomia tanto emotiva che finanziaria, induce evidenti mutamenti, può essere vissuta dal partner come una opportunità per affermare più agevolmente potere e controllo sulla donna. Infatti, è riportato come il 22% dei maltrattamenti abbia inizio proprio in gravidanza specie nel secondo e terzo trimestre, ed essi, se iniziati prima, continuino nel 70% e si verifichino episodi più frequenti e gravi di quelli già in precedenza avvenuti nel 17% dei casi.

Tra i motivi ricorrenti per spiegare i comportamenti violenti del partner (futuro padre) rivolti alla donna (futura madre) vi è quello dell’aumento di stress che la gravidanza della partner comporta per l’uomo. La gravidanza, per certi uomini, sarebbe fonte di stress e di frustrazione che si traduce in violenze sulla fonte di disagio percepita: la madre e il nascituro. Il motivo per cui la gravidanza della partner potrebbe essere fonte di stress per l’uomo non è stato ancora chiaramente elucidato dalla ricerca psicologica. Sembra che gli uomini, più delle donne, vivano con stress e ansia l’idea dell’infedeltà sessuale della partner, mentre le donne sono più angosciate dall’infedeltà affettiva e dalla prospettiva di essere abbandonate dal partner.

Anche il puerperio è indicato quale “momento di particolare rischio”, poiché segnerebbe la ripresa di comportamenti violenti cessati in precedenza. In realtà, molti sostengono che le donne in gravidanza non sono più a rischio di quelle fuori dalla gravidanza. La violenza in ambito familiare sembrerebbe prescindere da momenti particolari della vita familiare e in particolare da condizioni specifiche della donna, ma la sua genesi sarebbe da ricercarsi nelle espressioni e nelle collocazioni nel contesto sociale che supportano e coinvolgono anche le relazioni affettive primarie.